HERBERT MARCUSE.
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LA FINE DELL'UTOPIA.
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Titolo originale: Das Ende der Utopie.
Traduzione di: Saverio Vertone.
2008. Manifestolibri, ROMA.
Collezione Marcusiana.
ISBN 978-88-7285-521-8.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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PRESENTAZIONE.
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Pochi testi come questa discussione del filosofo francofortese con gli studenti della Libera Universit di Berlino Ovest restituiscono le atmosfere, la vivacit intellettuale, il desiderio di cambiamento che trov espressione nei movimenti giovanili del '68.
Marcuse discute con gli esponenti del movimento studentesco le forme e le strategie di una opposizione radicale nelle societ sviluppate dell'Occidente e come questa possa ricollegarsi alle lotte di liberazione nel terzo mondo, in primo luogo quella vietnamita.
Secondo Marcuse la fine dell'utopia non vuol dire che ad essa dobbiamo rinunciare, ma che la trasformazione profonda dei rapporti sociali  divenuta una possibilit resa concreta dal poderoso sviluppo delle forze produttive e intellettuali, che la soggettivit dei movimenti  chiamata a liberare dalla gabbia dello sfruttamento e dell'ordine costituito.
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L'AUTORE.
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Herbert Marcuse (Berlino, 19 luglio 1898  Starnberg, 29 luglio 1979)  stato un filosofo, sociologo, politologo ed accademico tedesco naturalizzato statunitense. Figlio di una famiglia ebraica originaria della Pomerania, combatte durante la prima guerra mondiale. Nel 1917 diventa membro della SPD, e nel 1918  inizia gli studi di Germanistica e storia della letteratura tedesca contemporanea. Nel 1919 abbandona la SPD e nel 1922 consegue il dottorato a Friburgo. Nel 1929 inizia a lavorare alla sua abilitazione sotto Martin Heidegger a Friburgo, ma non essendogli possibile completare il suo lavoro, alla fine del 1932 approda all'Istituto per la Ricerca Sociale. Ancora prima della presa di potere di Adolf Hitler, Marcuse fugge nel 1933 via Zurigo a Ginevra, per poi emigrare definitivamente negli Stati Uniti nel 1934, dove ottiene la cittadinanza nel 1940. E stato uno dei massimi esponenti della cosiddetta Scuola di Francoforte, formata con Max Horkheimer e Theodor Adorno.
Negli Stati Uniti  ha insegnato in diverse universit e ha pubblicato le sue due principali opere annoverate tra le pi importanti della teoria critica e  tra le opere centrali del Movimento Studentesco degli anni sessanta in tutto il mondo. Nel 1979 Marcuse muore per le conseguenze di un'emorragia cerebrale.
Tra le sue opere principali:
Ragione e rivoluzione, L'uomo a una dimensione, Eros e civilt.
Accanto alla raccolta in cinque volumi degli Scritti e interventi inediti di Herbert Marcuse, la collana Marcusiana ripropone alcuni testi fondamentali del maestro della teoria critica, che conservano intatta la loro attualit e la loro forza di provocazione.
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Avvertenza.
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Questo volume, edito a cura di Horst Kurnitzky e Hansmartin Kuhn, si basa sulla registrazione a magnetofono dell'incontro organizzato dal Comitato studentesco della Libera Universit di Berlino-Ovest nei giorni 10-13 luglio 1967.
La seconda relazione di Herbert Marcuse, su obiettivi, forme e prospettive dell'opposizione studentesca,  stata pubblicata dall'autore nel n. 45 (dicembre 1967) della rivista Das Argument; e la traduzione che se ne d nel presente volume  stata condotta su tale testo. L'autore non ha invece
riveduto la trascrizione della sua prima relazione (svolta sulla base di appunti) e dei suoi interventi nel dibattito.
Con Herbert Marcuse hanno partecipato ai dibattiti riportati in questo volume le seguenti persone:
Margherita von Brentano, assistente presso il Seminario di Filosofia della Libera Universit di Berlino (FU);
Dieter Claessens, professore di Sociologia alla FU;
Rudi Dutschke, studente di Scienze politiche; capo dei ribelli berlinesi; rappresentante della corrente antiautoritaria della Lega degli studenti socialisti tedeschi (SDS);
Peter Furth, professore incaricato presso la Facolt filosofica della FU; redattore della rivista Das Argument;
Peter Gang, studente della FU; vicepresidente dello SDS fino al settembre 1967; autore, con Jrgen Horlemann, del volume Vietnam, Genesis eines Konfliktes (Suhrkamp, Frankfurt a. M. 1967) e, con Reimuth Reiche, di Modelle der kolonialen Revolution (ibid.);
Wolfgang Lefevre, studente della FU; uno dei principali esponenti dello SDS berlinese; pi volte presidente del parlamento studentesco della FU;
Ren Mayorga, boliviano, studente di filosofia alla FU;
Richard Lwenthal, professore di Scienze politiche presso l'Otto-Suhr-Institut della FU, specialista in relazioni internazionali;
Klaus Meschkat, professore incaricato di Scienze politiche presso la FU; presidente del Republikanischer Club, centro dell'opposizione extraparlamentare di Berlino-Ovest;
Bahman Nirumand, scrittore persiano; vive a Berlino; autore del volume Persien, Modell eines Entwicklungslandes, oder: Die Diktatur der freien Welt che, uscito nel marzo del 1967, esercit una forte influenza antiimperialista sul movimento studentesco della Repubblica federale tedesca;
Alexander Schwan, professore di Scienze politiche presso l'Otto-Suhr-Institut della FU, specialista in storia delle dottrine politiche;
Wolfgang Schwiertzik, studente della FU; membro dello SDS; regista presso un teatro sperimentale di Berlino Ovest;
Jacob Taubes, professore di Scienza delle religioni presso la FU.

Introduzione
di Marco Bascetta.
L'esperienza pu essere considerata da due punti di vista diversi, anzi del tutto antitetici. L'uno,
per cos dire conservatore, poggia su un pessimismo antropologico di fondo e di fronte a ogni
prospettiva di cambiamento radicale pronuncia la sua fosca previsione: sappiamo gi come andr a
finire, la strada dell'inferno  lastricata di buone intenzioni. L'esperienza agisce insomma come un
principio di prudenza, un limite di velocit, una doverosa diffidenza verso il nuovo. Tutt'al contrario
esperienza pu invece indicare la volont di sperimentare, il bisogno di mettere idee e ipotesi a
confronto con il proprio vissuto, il desiderio di passare al vaglio il vecchio sapere con un nuovo sapere.
In questo caso alla certezza dell'avere esperienza subentra l'azzardo del fare esperienza, al vissuto
delle vecchie generazioni, il cantiere esistenziale delle nuove.
Se non ci si lascia trarre in inganno dal fatto che le sembianze del nuovo celano sovente un
ritorno al passato e che l'innovazione rivesta talvolta panni antichi, come le toghe repubblicane
indossate dai rivoluzionari del 1789 o i berretti bolscevichi calcati sulle teste degli studenti del 1968,
allora si potr constatare agevolmente come le diverse stagioni politiche e sociali siano state dominate a
fasi alterne dall'una o dall'altra idea di esperienza.
In quella attuale prevale una visione dell'esperienza come messa in guardia dal cambiamento,
entro una prospettiva che privilegia la difesa dello stato di cose esistente da tutto ci che potrebbe
minacciarlo. L'esperienza ci avrebbe insomma insegnato che non pu esservi al mondo niente di pi
perfetto del libero mercato e della democrazia reale e che qualsiasi tentativo di superare, o anche solo
di correggere sostanzialmente, queste due forme condurrebbe all'ennesima catastrofe. Vista la storia
che abbiamo vissuto non possiamo che ragionevolmente augurarci la fine della storia.
La seconda met degli anni '60 e quasi tutto il decennio successivo, sono stati invece dominati,
in buona parte del pianeta, dalla seconda modalit dell'esperienza, quella che abbiamo designato come
l'azzardo del fare esperienza, dal tentativo, caparbio e generoso ad un tempo, di segnare una
soluzione di continuit, nei modi di vita e di produzione, di prendere commiato da tradizioni e abitudini
consolidate. Questo volume, che raccoglie tutti i materiali della discussione tra Herbert Marcuse, gli
studenti del movimento tedesco e alcuni professori della Freie Universitt', la Libera Universit di
Berlino ovest, svoltasi nel luglio del 1967, costituisce una straordinaria testimonianza dello spirito
sperimentale che anim quella stagione, dell'enormit degli interrogativi che si ponevano, del campo,
pressoch illimitato, che la critica sociale andava dissodando. Nulla poteva pi essere ritenuto
indiscutibile, pacifico; ogni struttura, per potente e stabile che fosse, ogni abitudine, anche la pi
apparentemente innocua e radicata, doveva dar conto del proprio senso, del proprio contenuto di
repressione, dell'infelicit che, in una forma o nell'altra, generava. Ogni regola sarebbe stata messa a
confronto con il vissuto dei soggetti e sottoposta a una critica che risaliva, per cos dire, alle sue spalle,
disattendendola e misurandola con le comuni qualit, i bisogni e le caratteristiche specifiche
dell'animale umano. Nella relazione introduttiva a quell'incontro, Herbert Marcuse poneva nientemeno
che la necessit di una nuova antropologia concepita non solo come teoria ma anche come modo di
vita, il sorgere e lo svilupparsi di vitali bisogni di libert (...) una libert capace di esprimere lo sviluppo
di bisogni umani qualitativamente nuovi e quindi le esigenze del fattore biologico (giacch si tratta di
bisogni che vanno considerati in termini strettamente biologici). Bisogni nuovi, dunque, ma anche, in
quanto propri della specie umana, anteriori e sovraordinati al disagio della civilt e alla societ
repressiva. E tuttavia, a loro volta, storicamente determinati e storicamente trasformabili dall'azione dei
soggetti. Il fattore biologico veniva cos reintrodotto nella storia di cui sembrava dover costituire
l'Altro e il limite, ma conservando, contraddittoriamente, i caratteri di un principio critico e la funzione
di motore di un'altra storia possibile.
Tra natura umana e storia sociale la nuova antropologia procedeva, tuttavia, con non poche
difficolt nel definire i bisogni vitali destinati a entrare in rotta di collisione con quei bisogni
repressivi che la societ capitalistica produce nei singoli e attraverso i quali i singoli riproducono la
societ repressiva. Nel corso del dibattito qualcuno richiam, sensatamente, l'attenzione di Marcuse
sulla difficolt di definire come bisogni materiali, o addirittura biologici, i desideri di pace, felicit,
libert, creativit. Cosa c'era in comune tra il bisogno di nutrirsi e il rifiuto della guerra vietnamita?
Ma il punto era, per Marcuse, dimostrare che le forze e gli elementi per una trasformazione
radicale della societ, per il grande salto di qualit dalla preistoria alla storia erano gi interamente dati,
nello sviluppo delle forze produttive cos come nelle qualit erotico-estetiche, naturali e storiche ad
un tempo, dei soggetti. Questo significava appunto la fine dell'utopia: non la rinuncia a immaginare
la radicale trasformazione dei rapporti sociali, non la resa di fronte all'esperienza dei fallimenti, ma la
consapevolezza che le condizioni per eliminare miseria e repressione, per la resa dei conti tra il
principio di prestazione (Leistugsprinzip) e il principio del piacere (Lustprinzip), erano ormai maturate.
L'utopia cessava dunque di essere tale in quanto potenzialit concretamente e pienamente inscritta
nella costellazione del presente.
E' nello sviluppo della scienza, della tecnologia e dell'automazione che Marcuse vedeva le
condizioni di questa maturazione. Uno sviluppo che, sostituendo progressivamente il lavoro mentale a
quello fisico e disponendo di una enorme forza produttiva con un impiego decrescente di lavoro
umano, avrebbe reso sempre pi arbitrario, ingiustificato, repressivo, e dunque insostenibile, lo
sfruttamento capitalistico e il suo apparato di potere. Tuttavia, a contrastare questa tendenza, l'assetto
capitalistico metteva in campo una formidabile capacit di integrazione che, attraverso la creazione di
bisogni fittizi, di consumo, di protezione repressiva, di conservazione, di sicurezza, legava a s la
maggioranza della popolazione, riuscendo addirittura a mettere fuori gioco, corrompendolo, il
principale soggetto dei processi rivoluzionari della prima met del secolo e cio la classe operaia. La
politica di opposizione, veicolata nelle metropoli occidentali, da soggetti minoritari e marginali,
avrebbe dovuto prendere le mosse proprio dalla negazione determinata di questi bisogni repressivi
per affermare nuovi bisogni di libert. Le giovani generazioni si sarebbero trovate in prima linea nel
condurre questa battaglia, condividendo con le classi subalterne di un tempo, il fatto di non aver
partecipato alla formulazione delle regole cui avrebbero dovuto sottostare, e sviluppando, in
conseguenza, una forte propensione a metterle in questione. Proprio in Germania, poi, la frattura
generazionale si presentava abissale e drammatica.
E' su questo preciso tema, sulla costruzione concreta di una politica d'opposizione, nel contesto
della societ tecnologicamente avanzata, che Marcuse cercava il confronto con gli studenti berlinesi. A
partire dall'esperienza americana, il filosofo offriva una risposta da far tremare alla domanda su quale
fosse il bersaglio di questa opposizione. La domanda - rispondeva - deve essere presa molto sul serio,
perch si tratta di un'opposizione contro una societ democratica e ben funzionante che, almeno
normalmente, non si basa sul terrore. Inoltre questa opposizione lotta contro la maggioranza della
popolazione, inclusa la classe operaia, contro tutta la cosiddetta way of life del sistema.
Non si contrapponeva, dunque una buona societ civile a un governo malvagio, all'interesse
egoistico dei poteri forti (tentazione cui non hanno saputo sottrarsi i movimenti altermondialisti dei
giorni nostri), si chiedeva invece a una minoranza intellettualizzata, ma chiamata a occupare un ruolo
sempre pi determinante nella produzione di ricchezza e agli esclusi, messi fuori gioco dalle regole
della competizione capitalistica, di allargare le crepe che attraversavano l'ordine dominante,
(accentuate dal volto brutale che le democrazie occidentali, e gli Usa in primo luogo, erano costrette a
mostrare nel terzo mondo), di trasformare il disagio esistenziale e la ruvida aridit dei rapporti sociali
in critica politica, di lavorare, insomma, sul piano simbolico, cos come su quello empirico della
sperimentazione di diverse forme di vita, a un rovesciamento del senso comune. In questa opposizione
contro la maggioranza della popolazione (ogni opposizione, in fondo, si batte contro una maggioranza)
era implicita una critica radicale della democrazia, non del suo concetto, ma della sua sostanziale
incompiutezza. Democrazia intesa non semplicemente come una delle tre forme di governo della
filosofia politica classica, ma come un campo conflittuale in cui si intrecciavano consenso e
coercizione, benessere e disagio, violenza e seduzione.
Nel ripercorrere i termini di quella discussione il riconoscimento di folgoranti anticipazioni si
accompagna alla inevitabile registrazione di una siderale distanza. L'idea che l'automazione completa
avrebbe minato le basi stesse del capitalismo, ci si rivela oggi in tutta la sua generosa ingenuit. Che la
tecnologia avrebbe consentito di trasformare il lavoro in gioco, una volta scardinato, attraverso il
rischiaramento delle coscienze, il dispositivo di riproduzione dei bisogni repressivi, stride
aspramente con un mondo, quello in cui oggi viviamo, che ha trasformato il gioco, la stessa libert
creativa dei soggetti, in lavoro, competizione, impresa assoggettata alla accumulazione del profitto.
Marcuse, e con lui gli studenti berlinesi, vedevano nella manipolazione della coscienze e nella
corruzione degli interessi gli strumenti attraverso i quali l'ordine capitalistico riproduceva
surrettiziamente la sua propria necessit, fin nell'interiorit del soggetto. Non potevano immaginare
come e quanto lo stesso principio del piacere e gli stessi bisogni di libert potessero essere messi al
lavoro, trasformati in fattori di produzione, moltiplicatori del profitto e infine in meccanismi di nuova dipendenza.
Da quei presupposti discendeva dunque una visione fortemente illuministica della lotta politica.
Io considero - affermava Marcuse nel corso del dibattito - lo sviluppo della coscienza o, se preferite, il
lavoro necessario per ottenerlo, insomma questa particolare deviazione idealistica, come uno dei
compiti principali del materialismo, del materialismo rivoluzionario. Sulla stessa lunghezza d'onda si
muovevano gli studenti berlinesi dell'Sds, guidati da Rudi Dutschke, impegnati a tutto campo contro la
manipolazione dell'informazione e il bombardamento ideologico, soprattutto ad opera del gruppo
editoriale di Axel Springer, che controllava, all'epoca, il 70 per cento della stampa berlinese, il 31 per
cento dei quotidiani nella Rft e l'80 per cento dei fogli domenicali, e aveva condotto una furibonda
campagna contro gli studenti, le culture giovanili e la sinistra in generale. E' proprio su questo terreno,
prima ancora che si parlasse di fabbriche, di quartieri, di immigrati, che gli studenti rivoluzionari
immaginavano l'uscita dall'ambito specifico dell'Universit per confrontarsi con un problema generale
della societ, e cio con quella stessa riproduzione ideologica dei bisogni repressivi che Marcuse
indicava come il dispositivo pi potente dell'integrazione capitalistica. Seppur del tutto minoritaria, la
lotta degli studenti contro l'industria della menzogna culturale, avrebbe contribuito col tempo ad aprire
l'orizzonte e a smuovere le acque stagnanti di un senso comune profondamente conservatore.
Tuttavia, sebbene oggi le maglie della censura, soprattutto sul piano del costume, siano
infinitamente pi larghe di 40 anni fa, la produzione dei bisogni repressivi ha ripreso poderosamente
terreno. E lo ha ripreso nella forma di quelle politiche securitarie, dilaganti per ogni dove, che,
attraverso una manipolazione non meno sfrontata di un tempo dell'informazione, alimentano una
generale sensazione di minaccia volta a favorire, nell'opinione pubblica, una progressiva rinuncia, o
comunque un significativo ridimensionamento di quelli che Marcuse aveva battezzato bisogni di
libert. Meccanismo di integrazione (in primo luogo dei partiti della sinistra e di chi li ascolta) e di
esclusione (di ogni forma di devianza culturale e sociale) ad un tempo: produzione, da un lato, di
norme comportamentali uniformi e, dall'altro, di dispositivi repressivi sempre pi capillari. Come
Marcuse aveva pronosticato nella conferenza del '67, di fronte all'indebolimento del bisogno di libert,
le potenzialit tecniche si traducono in dispositivi sempre pi raffinati e ineludibili di controllo e di
repressione. Il tentativo di espellere il conflitto, quando non anche il semplice attrito, dalla vita sociale,
attraverso una mostruosa proliferazione di regole e divieti, sembra voler saldare i conti proprio con le
aperture degli anni '60 e '70, catalogate oggi soto l'infamante etichetta di permissivismo. La
violenza istituzionalizzata - scriveva Marcuse -  in grado di fissare discrezionalmente i propri confini e
di restringere fino ad un minimo soffocante quelli della legalit, utilizzando leggi riguardanti ad
esempio il diritto di stazionare su terreni privati o sul suolo pubblico, le interruzioni del traffico o il
disturbo della quiete notturna, ecc. Grazie a questi espedienti, ci che ieri era legale pu diventare
illegale da un momento all'altro. Come non riconoscere in questi vecchi espedienti le attualissime
politiche di ordine pubblico e di decoro urbano, oggi cos in voga tra i sindaci italiani di tutti gli
schieramenti politici? E come negarsi, allora, nella Berlino del 1968, cos come nelle nostre citt 40
anni dopo, un diritto di resistenza, contro lo spregiudicato opportunismo di un diritto invasivo e
l'arbitraria moltiplicazione delle sue fonti? Il discorso marcusiano sullo scontro tra i bisogni
repressivi e i bisogni di libert, ci si ripropone oggi nella partita senza esclusione di colpi tra
normazione e autonomia, tra la potenzialit tendenzialmente indipendente e autodeterminata delle
nuove forme di produzione e la volont di metterle sotto controllo, attraverso i flussi del reddito e i
diritti proprietari.
Tutta la discussione berlinese era ampiamente attraversata dal tema della violenza e, a
ripercorrerla, balza immediatamente agli occhi quanto poco il movimento di quegli anni lo prendesse
alla leggera. Con violenza, da parte del movimento, si intendeva essenzialmente infrazione della
legalit e disobbedienza civile, l'affermazione di un diritto di resistenza contro l'arbitrio del potere
esercitato attraverso il diritto positivo, non senza un richiamo diretto alle versioni rivoluzionarie del
diritto naturale. Sul versante del sistema si denunciava invece la possibilit, sempre presente, che, di
fronte a questa o quella emergenza, alla violenza latente e impercepita della manipolazione si
sostituisse l'esercizio fisico di una violenza pienamente dispiegata o che, attraverso un progressivo
restringimento dei diritti democratici, alimentato dallo sviluppo dei bisogni repressivi, potesse
svilupparsi una qualche forma di nuovo fascismo. Dalla discussione sulla violenza, discendevano poi
una quantit di problemi correlati, ampiamente dibattuti nel movimento: come impedire che lo scontro
con l'avversario degenerasse in crudelt e terrore; se la radicalizzazione della lotta non rischiasse di
favorire la stabilit del potere, spaventando la maggioranza dei cittadini; se giudicare o meno una forma
di violenza l'indottrinamento mediatico delle masse, (gli studenti tedeschi avrebbero considerato i
giornali di Axel Springer come i mandanti diretti dell'attentato contro Rudi Dutschke nell'aprile del
1968), ecc. Ma il punto decisivo in tutta quella discussione era questo: la violenza vi veniva
razionalmente concepita come una relazione, un rapporto che metteva in gioco, entro un determinato
contesto, la qualit morale e la natura di entrambi i contendenti. Si trattava dunque di un problema che,
di volta in volta, doveva essere affrontato e in qualche modo risolto.
Questa lucidit  andata oggi completamente perduta, il tema  stato escluso dal discorso
pubblico o confinato nella vuota retorica d'ordine della classe dirigente. Tanto che, nelle banlieues
parigine per esempio, la violenza delle rivolte, viene imputata a una pura e semplice inclinazione
irrazionale alla distruzione e all'autodistruzione. E, in generale, della violenza, (estesa, nel frattempo
agli episodi pi insignificanti come una scritta murale o una bordata di fischi) si disquisisce come di
una propensione individuale al male, o tutt'al pi una cattiva ideologia ereditata dal passato. Il resto  tab.
In quell'estate del '67, su ogni discussione e argomentazione politica, su qualsiasi prospettiva di
movimento e analisi delle tendenze nel mondo, non poteva non incombere la guerra vietnamita. Era
laggi, nel sudest asiatico che, raccogliendo l'eredit del colonialismo francese, la pi potente
democrazia del pianeta rivelava la sua natura aggressiva e violenta. Sotto il sole dei tropici il suadente
potere di convinzione dei media e delle comodit domestiche, lasciava il campo a quello del napalm.
Tanto stridenti apparivano quegli orrori con la buona coscienza della democrazia americana del
dopoguerra, da metterla radicalmente in questione. E, per quanto potentemente potesse agire il
sentimento anticomunista, avendo come interlocutore una classe politica corrotta e senza scrupoli,
come quella dei Diem e dei Van Thieu, Washington non poteva certo mettere in scena l'esportazione
della democrazia. L'escalation del conflitto aveva portato con s una crescita parallela della protesta e
della rivolta etica contro le ragioni e le modalit di quella guerra nei campus universitari e
nell'opinione pubblica liberal, sebbene Marcuse non si stancasse mai di ribadire che la maggioranza
degli americani appoggiava la guerra e molti di quelli che la criticavano, se la prendevano
esclusivamente con la sua conduzione sconsiderata e la crescita eccessiva dei suoi costi. Dallo
sfruttamento del terzo mondo, garantito da un'alleanza con i ceti privilegiati tradizionali, o cresciuti
durante l'occupazione coloniale, - cos recitava l'analisi dell'opposizione radicale - il capitalismo
occidentale traeva le risorse per corrompere e integrare l'avversario di classe, rendendolo cos suo
complice. Tuttavia l'intensit dello sfruttamento dei paesi poveri e la necessit di perpetuarlo con
mezzi sempre pi brutali avrebbe alla fine minato la base di consenso del sistema e reso evidenti i
dispositivi di repressione e condizionamento della vita di tutti, celati dietro la facciata della democrazia.
In questo senso l'opposizione radicale, in America cos come in Germania, si poneva come alleato
delle lotte di liberazione e interprete privilegiato di entrambi i lati dello sfruttamento capitalistico e dei
nessi che li collegavano, quello oscuro dei colpi di stato e dei bombardamenti e quello luminoso dei
consumi e del soddisfatto conformismo della maggioranza.
Tuttavia questo rapporto con il terzo mondo, nel ragionamento di Marcuse e nelle domande
degli studenti berlinesi, appare tutt'altro che ingenuo e trionfalistico. Ci si rendeva ben conto della
difficolt di conciliare le aspirazioni della lotta di liberazione vietnamita con i nuovi bisogni vitali delle
metropoli, l'antiautoritarismo e il rifiuto dell'organizzazione di fabbrica in occidente con la disciplina
industriale perseguita in Nordvietnam. Che le lotte di liberazione avrebbero potuto generare realt
sociali tutt'altro che idilliache non veniva affatto escluso dal novero delle possibilit.
Nel clima della guerra fredda, gli Usa giustificavano il conflitto indocinese con il cosiddetto
effetto domino e cio con il rischio che, una volta caduta Saigon, tutti gli altri paesi del sudest
asiatico finissero col cadere come birilli nelle grinfie del blocco comunista. L'argomento
dell'espansione comunista aveva una sua forza, ma certo non poteva costituire una minaccia diretta allo
stile di vita dei cittadini americani. Il bisogno di una protezione repressiva dai nemici della democrazia
difficilmente avrebbe potuto varcare certi limiti. L'avanzata del comunismo asiatico, la renitenza alla
leva e i movimenti di protesta interni non sarebbero stati sufficienti a far digerire quel drastico
ridimensionamento dello stato di diritto che sarebbe invece seguito all'11 settembre, all'invasione
dell'Afghanistan e dellTrak. Concetti come quelli di guerra preventiva e permanente avrebbero faticato
a farsi strada. E' con l'irruzione del terrorismo internazionale sulla scena globale che i bisogni
repressivi conoscono una nuova rigogliosa fioritura. Sebbene i guerriglieri talebani e la resistenza
irakena appaiano assai meno mediabili con i bisogni di libert nelle societ avanzate dell'occidente,
di quanto non lo fosse la lotta di liberazione vietnamita, ben si prestano, invece, a rinsaldare
quell'ideologia occidentale che pretende di difendere la libert restringendola e la tolleranza
riducendola a zero. Lo stile di vita dell'occidente sviluppato si presenta oggi, nel rifiuto di ogni
convinta proiezione verso il futuro, come una fortezza assediata da forze oscure, societ insidiata da
una minaccia ubiqua e indeterminata, che procede sulle gambe dell'immigrazione e degli indici
demografici. E, per questo, insofferente verso qualsiasi forma di critica, nonch indirizzata verso quella
stessa dimensione integralista che pretende di combattere. Le opposizioni che incontra, al suo interno,
sono forse meno minoritarie di quelle degli anni '60, e tuttavia lo spazio che vien loro concesso appare
addirittura pi ristretto. Per i bisogni di libert la partita si annuncia difficile.


La fine dell'utopia.
Relazione di Herbert Marcuse.
Iniziando con una verit ovvia, dir che oggi qualunque forma nuova di vita sulla terra,
qualunque trasformazione dell'ambiente tecnico e naturale  una possibilit reale, che ha il suo proprio
luogo nel mondo storico. Noi possiamo fare del mondo un inferno, anzi come sapete siamo sulla strada.
Ma possiamo anche farne l'opposto. Questa fine dell'utopia, e cio il rifiuto delle idee e delle teorie che
si sono ancora servite di utopie per individuare determinate possibilit storico-sociali, oggi possiamo
anche concepirla in termini molto precisi come fine della storia; nel senso cio (ed ecco appunto il tema su cui vi invito a discutere) che le nuove possibilit di una societ umana e del suo ambiente non
possono pi essere immaginate come prolungamento delle vecchie n essere pensate nel medesimo
continuum storico (col quale anzi presuppongono una rottura). Emerge ora in primo piano quella
differenza qualitativa tra le societ libere di domani e le societ non ancora libere di oggi che (dopo
Marx) ci induce a concepire tutto lo sviluppo storico svoltosi fino a questo momento come semplice
preistoria dell'umanit.
Ma io credo che anche Marx sia rimasto troppo attaccato al concetto di continuit del progresso,
che anche la sua idea del socialismo non rappresenti ancora, o forse non rappresenti pi, quella
negazione determinata del capitalismo che dovrebbe in realt rappresentare. Ci significa che l'idea di
una fine dell'utopia implica se non altro la necessit di porre in discussione una nuova definizione del
socialismo e di chiedersi se la teoria marxiana del socialismo non appartenga ad uno stadio di sviluppo
delle forze produttive ormai superato. Secondo me questa ipotesi risulta confermata nel modo pi
chiaro dalla famosa distinzione tra regno della libert e regno della necessit. Il fatto che il regno della
libert possa essere pensato e possa sorgere solo al di l del regno della necessit significa che
quest'ultimo  destinato a rimanere tale, estraniazione del lavoro compresa. Quindi, come dice Marx,
qualunque cosa accada in questo regno, quale che sia il grado di razionalizzazione e la stessa riduzione
del lavoro, quest'ultimo rimane sempre un'attivit compiuta nel regno della necessit e per il regno
della necessit, e dunque non libera. Io credo che una delle nuove possibilit in cui si esprime la
differenza qualitativa tra una societ libera e una societ non libera consista precisamente nella ricerca
del regno della libert gi all'interno del lavoro e non al di l di esso. Se proprio desiderate una
formulazione assolutamente provocatoria di questo concetto speculativo, allora dir: noi dobbiamo
almeno perseguire l'idea di una via al socialismo che dalla scienza porti all'utopia e non, come ancora
credeva Engels, di una via che dall'utopia porti alla scienza. Il concetto di utopia  un concetto storico e
si riferisce a progetti di trasformazione sociale di cui si ritiene impossibile la realizzazione. Ma per
quali ragioni questi progetti vengono considerati irrealizzabili? Generalmente, quando si discute sul
concetto di utopia si parla di irrealizzabilit come impossibilit di tradurre in fatti concreti il progetto di
una nuova societ, in quanto i fattori soggettivi e oggettivi di una data situazione sociale si oppongono
alla sua trasformazione. Si tratta della cosiddetta immaturit delle condizioni sociali che ostacola la
realizzazione di un determinato fine. Esempio: i progetti comunisti durante la Rivoluzione francese;
oppure, per riferirci ad un caso forse attuale: il socialismo nei paesi capitalistici altamente sviluppati.
Entrambi questi esempi riguardano forse una reale o supposta assenza dei fattori soggettivi e oggettivi
che rendono possibile la realizzazione di un determinato progetto. Peraltro, il progetto di una
trasformazione sociale pu essere considerato irrealizzabile anche quando si trova in contraddizione
con ben conosciute leggi scientifiche, biologiche, fisiche e cos via. Esempio: l'antichissima idea di una
eterna giovinezza dell'uomo; oppure: l'idea di un ritorno ad una supposta et dell'oro. Io credo che si
possa parlare di utopia solo in quest'ultimo caso, e precisamente quando un progetto di trasformazione
sociale si trova in contraddizione con leggi scientifiche realmente determinate e determinabili. In senso
stretto solo i progetti di questo genere sono utopistici, vale a dire extrastorici. I progetti del primo
gruppo, per i quali non esistono i fattori soggettivi e oggettivi, possono essere definiti irrealizzabili
tutt'al pi in senso provvisorio. Per una definizione della loro irrealizzabilit i criteri di Karl Mannheim
sono, ad esempio, insufficienti, per la semplicissima ragione che possono essere applicati sempre e
soltanto a posteriori. In effetti non  affatto raro che si definisca irrealizzabile un progetto di
trasformazione sociale solo perch non se ne conoscono precedenti realizzazioni storiche. In secondo
luogo il criterio di irrealizzabilit, inteso in questo senso,  inadeguato perch pu darsi benissimo che
la realizzazione di un progetto rivoluzionario venga impedita da controtendenze e da movimenti
contrastanti potenzialmente superabili e spesso di fatto superati nel corso stesso del processo
rivoluzionario. Il criterio secondo cui l'assenza di determinati fattori soggettivi e oggettivi  una prova
della impossibilit di realizzare una certa trasformazione,  quindi assai discutibile. In particolare, e
questo  il problema di cui dobbiamo occuparci oggi, l'impossibilit di individuare una classe
rivoluzionaria nei paesi capitalistici a pi elevato sviluppo tecnologico non significa affatto una
trasformazione del marxismo in utopia. I portatori sociali della trasformazione (e questo  marxismo
ortodosso) si formano nel corso dello stesso processo di trasformazione e non si pu mai contare sulla
esistenza di forze rivoluzionarie per cos dire ready-made, bell'e pronte, quando ha inizio il movimento
rivoluzionario (situazione in fondo fortunata e non molto facile a verificarsi). Secondo me per un
criterio valido c', e consiste nello stabilire se le forze materiali e intellettuali necessarie per realizzare
la trasformazione siano tecnicamente presenti malgrado gli impedimenti frapposti ad una loro razionale
utilizzazione dalla organizzazione delle forze produttive. Io credo anzi che sia questo il senso in cui
oggi si pu effettivamente parlare di una fine dell'utopia.
Oggi esistono tutte le forze materiali e intellettuali necessarie per realizzare una societ libera. Il
fatto che non vengano utilizzate  da ascrivere esclusivamente ad una sorta di mobilitazione; generale
della societ, che resiste con ogni mezzo alla eventualit di una propria liberazione. Ma questa
circostanza non basta assolutamente a rendere utopistico il progetto della trasformazione.
Possibile, nel senso indicato,  l'eliminazione della povert e della miseria; possibile
l'eliminazione del lavoro estraniato; possibile l'eliminazione di ci che io ho chiamato surplus
repression. Io credo che su questo giudizio possiamo considerarci relativamente d'accordo anche con i
nostri avversari. Nessun economista borghese di una certa seriet  oggi in grado di contestare la
effettiva possibilit di eliminare la fame e la miseria con le forze produttive materiali e intellettuali gi
tecnicamente esistenti, e di negare che quanto accade oggi  un risultato della organizzazione
socio-politica del mondo. Tuttavia, pur essendo tutti d'accordo su questo punto, non abbiamo invece
idee sufficientemente chiare (e anzi vorrei fare di questo problema il tema dell'attuale discussione)
sulle implicazioni di tale eliminazione, ormai tecnicamente possibile, della povert, della miseria e del
lavoro, e pi precisamente sulla necessit di pensare codeste possibilit storiche in termini di rottura
piuttosto che di continuit con la storia passata, come un elemento di negazione pi che di
affermazione, come un salto netto anzich un progresso continuo. E ci per mettere in risalto un aspetto
decisivo : la liberazione di una dimensione della realt e della vita umana situata al di qua della base
materiale, l'attivizzazione della dimensione biologica della vita.
Ci che conta  l'idea di una nuova antropologia concepita non solo come teoria ma anche
come modo di vita, il sorgere e lo svilupparsi di vitali bisogni di libert, dei bisogni vitali di una libert
non pi fondata sulla (n limitata dalla) scarsit dei mezzi e sulla necessit del lavoro estraniato, ma
capace di esprimere lo sviluppo di bisogni umani qualitativamente nuovi e quindi le esigenze del
fattore biologico (giacch si tratta di bisogni che vanno considerati in termini strettamente biologici). Il
bisogno di libert infatti non si configura (o non si configura pi) come un bisogno vitale in gran parte
della popolazione integrata dei paesi a capitalismo sviluppato. Nello spirito di questo bisogno vitale la
nascita della nuova antropologia implica anche il sorgere di una nuova morale come eredit e
negazione della morale giudaico-cristiana che finora ha determinato, in misura preponderante, la storia
della civilt occidentale. La societ repressiva continua incessantemente a riprodurre nei suoi membri i
bisogni che essa stessa stimola e soddisfa, sicch a loro volta gli individui continuano a riprodurla nei
loro bisogni, e persino attraverso e oltre la rivoluzione. Questa continuit dei bisogni repressivi 
dunque l'ostacolo che finora ha impedito il salto dalla quantit alla qualit di una societ libera.
Un giudizio di questo genere parte naturalmente dalla premessa che i bisogni umani rivestano
un carattere storico; che, oltrepassato il livello animale, tutti i bisogni umani incluso quello sessuale
siano storicamente determinati e storicamente trasformabili; e che la rottura della continuit dei bisogni
in cui  racchiuso il principio repressivo (il salto nella differenza qualitativa) non sia un fatto
speculativo, ma un evento implicito nello stesso sviluppo delle forze produttive. In effetti quest'ultimo
ha ormai raggiunto un livello che pu impedire ogni nostro adeguamento alle condizioni della libert se
non nascono nuovi bisogni vitali.
Da che cosa  caratterizzato questo stadio di sviluppo delle forze produttive che rende possibile
il salto dalla quantit nella qualit? Soprattutto dalla struttura tecnologica del potere che scalza le
fondamenta del potere stesso, dalla progressiva riduzione della forza-lavoro fisiologica all'interno del
processo produttivo (del processo produttivo materiale) e dalla sua graduale sostituzione con un lavoro
fondato sull'erogazione di energie mentali e nervose, nonch dalla progressiva concentrazione del
lavoro socialmente necessario nella classe dei tecnici, degli scienziati, degli ingegneri, ecc. Si tratta
chiaramente solo di tendenze, di tendenze incipienti, che tuttavia a mio parere non si limitano a sorgere
ma continuano a svilupparsi, direi per intima necessit, proprio perch esprimono l'aspirazione a
sopravvivere della stessa societ capitalistica. Se il capitalismo non riuscir ad utilizzare queste nuove
possibilit delle forze produttive e della loro organizzazione, non potr reggere nel tempo lungo alla
concorrenza delle societ in cui lo sviluppo in tal senso e soprattutto nel senso dell'automazione non 
ostacolato da esigenze di profitto e da altri condizionamenti.
Dobbiamo tuttavia aggiungere subito che il confine estremo del capitalismo si trova anche al
lato opposto di questa problematica, e cio nella compiuta utilizzazione dell'automazione. Come Marx
ha giustamente osservato nel Capitale, un'automazione completa del lavoro socialmente necessario 
inconciliabile con la conservazione del capitalismo. Riferito a questa tendenza, il termine
automazione non  che una formula abbreviata. L'automazione comporta una progressiva
estromissione del lavoro fisico socialmente necessario (lavoro estraniato) dal processo produttivo
materiale, e ci impone (arrivo cos al problema delle possibilit utopiche con cui ci dobbiamo
misurare per capire cosa  in gioco) un esperimento totale a livello e nel quadro della societ. Con
l'eliminazione della miseria, questa tendenza ci spinge a confrontarci con le potenzialit della natura
umana e extraumana in quanto contenuto del lavoro sociale, stimolando cos la nascita di un fecondo
potere di immaginazione come forza produttiva scientificamente determinata, di una fertile facolt
fantastica destinata a progettare e a delineare liberamente i possibili sviluppi delle forze produttive.
Perch queste potenzialit della tecnica non diventino potenzialit repressive e perch possano
assolvere alla loro funzione liberatoria e pacificatrice, esse devono essere sostenute e ottenute da
bisogni di liberazione e di pacificazione.
L dove non esiste il bisogno vitale di eliminare il lavoro ed esiste invece il bisogno di
conservarlo anche se non  pi socialmente necessario; l dove non esiste il bisogno vitale del
godimento, della gioia in buona coscienza, ma esiste piuttosto la necessit di guadagnarsi ogni cosa
nella pi miserabile delle vite possibili; insomma l dove questi bisogni vitali non insorgono o vengono
soffocati da quelli repressivi, ci si pu aspettare soltanto una riconversione delle nuove potenzialit
tecniche in potenzialit repressive.
Oggi sappiamo gi quale contributo possano offrire la cibernetica e i computer all'istaurazione
di un controllo totale sulla vita umana. I nuovi bisogni, che sono in realt la negazione determinata dei
bisogni esistenti, possono forse sommarsi fino a comporre la negazione dei bisogni su cui si sostiene
l'attuale sistema di potere e dei valori che ne stanno alla base. Ad esempio, possono diventare la
negazione del bisogno di lottare per l'esistenza (che oggi  ancora una necessit, tanto che tutte le idee
e le fantasie sulla possibilit di eliminare questa lotta si scontrano con i fattori naturali e sociali da cui 
condizionata la vita umana); oppure la negazione del bisogno di guadagnarsi la vita, della battaglia per
il pane quotidiano, del principio prduttivistico, della concorrenza; o ancora la negazione del bisogno -
oggi immensamente forte - di conformismo, del bisogno di non dare nell'occhio, di non diventare degli
outsiders, del bisogno di una produttivit fondata sullo spreco e sulla distruzione (e quindi da questi
indissociabile), nonch di una menzognera soppressione degli istinti. Tutti questi bisogni trovano la
loro negazione nel bisogno di pace (che oggi, come purtroppo voi sapete anche troppo bene, non  un
bisogno della maggioranza), nei bisogni di calma, di solitudine, di privacy (che, come ci dicono i
biologi, sono bisogni indispensabili all'organismo), nel bisogno di tranquillit e di gioia, intesi tutti non
come bisogni individuali ma come forze produttive della societ, come bisogni sociali in grado di
esercitare un'influenza determinante sull'organizzazione e sulla direzione delle forze produttive.
Questi nuovi bisogni vitali rendono possibile, in quanto forze produttive sociali, una totale
trasformazione tecnica del mondo della vita, e io credo che nuovi rapporti umani, nuovi legami tra gli
uomini possano realizzarsi solo in un mondo cos trasformato. Trasformazione tecnica, ho detto; anche
qui intendo riferirmi ai paesi capitalistici ad alto sviluppo tecnologico, nei quali una tale trasformazione
significa eliminazione degli orrori della industrializzazione e della commercializzazione capitalistica,
totale ricostruzione delle citt e restaurazione della natura. Spero non sia necessario precisare che,
parlando della eliminazione degli orrori della industrializzazione capitalistica, non intendo spezzare una
lancia in favore di una romantica regressione al di qua della tecnica; al contrario io credo che i benefici
della tecnica e dell'industrializzazione possano risultare evidenti e reali solo rimuovendo
l'industrializzazione e la tecnica di tipo capitalistico.
A mio parere, il dibattito sul concetto di socialismo non ha ancora convenientemente posto in
luce le nuove qualit cui ho accennato. Anche da noi il concetto di socialismo  stato inteso
prevalentemente come un concetto riguardante lo sviluppo delle forze produttive e l'incremento della
produttivit del lavoro, secondo una tendenza pi che legittima rispetto al livello produttivo in cui
venne elaborata l'idea del socialismo scientifico, ma oggi per lo meno contestabile. Il nostro compito
attuale  di discutere e definire, senza alcuna inibizione e a costo di apparire brutali, la differenza
qualitativa che intercorre tra la societ socialista come societ libera e le societ esistenti. Ed 
precisamente a questo punto che, nella ricerca di formule in grado di sintetizzare le qualit nuove della
societ socialista, ci si imbatte quasi naturalmente (a me, almeno,  successo cos) nelle qualit
erotico-estetiche. Il fatto che la differenza qualitativa della societ libera consista proprio in questo
accoppiamento di concetti (nel quale il concetto di estetico  preso in senso originario e cio come
sviluppo della sensibilit, come modo di esistere) suggerisce a sua volta una tendenziale convergenza
tra tecnica e arte e tra lavoro e gioco. Non  sicuramente un caso se oggi tra gli intellettuali
d'avanguardia della sinistra stia ritornando d'attualit Fourier, e che una nuova edizione dell' opera
omnia di questo autore sia apparsa recentemente a Parigi presso la casa editrice Anthropos. Come gli
stessi Marx e Engels riconobbero, fu appunto Fourier a mettere in evidenza, per la prima e unica volta,
questa differenza qualitativa tra una societ libera e una societ non libera, senza tirarsi indietro
spaventato (cosa che fece invece Marx, almeno in parte) di fronte alla necessit di ipotizzare una
societ in cui il lavoro diventi gioco, in cui persino il lavoro socialmente necessario possa venire
organizzato in armonia con i bisogni istintuali e con le inclinazioni degli uomini.
Permettetemi di concludere con una osservazione. Ho gi accennato alla necessit che la teoria
critica che ancora oggi mi ostino a chiamare marxismo accolga in s le possibilit estreme della libert,
lo scandalo di quel salto qualitativo cui ho sommariamente accennato sopra, onde evitare di limitarsi al
problema della correzione delle magagne esistenti. Il marxismo deve avere il coraggio di elaborare una
definizione del concetto di libert che possa far sentire e riconoscere quest'ultima come un bene non
ancora mai goduto dagli uomini. E proprio perch le cosiddette possibilit utopistiche non sono affatto
utopiche, ma rappresentano invece una determinata negazione storico-sociale dell'esistente, la loro
coscienzalizzazione, e l'individuazione consapevole delle forze che ne impediscono la realizzazione e
che le negano, richiedono da parte nostra una opposizione molto realistica e molto pragmatica, una
opposizione libera da tutte le illusioni ma anche da ogni disfattismo, una opposizione che con la sua
semplice esistenza sappia rendere manifeste le possibilit della libert nell'ambito stesso della societ
esistente.
Dibattito
DOMANDA - In che misura  possibile scorgere nel movimento pop inglese un avvio positivo
al comportamento erotico-estetico?
MARCUSE - Lei sapr forse che tra le molte accuse che mi sono state avanzate due fanno
particolare spicco. Prima accusa: io avrei affermato che oggi l'opposizione studentesca  in grado di
fare da sola la rivoluzione. Seconda: io avrei affermato che i cosiddetti hippies d'America, o i beatniks,
ecc., costituiscono la nuova classe rivoluzionaria. Non ho mai pensato di affermare cose del genere.
Intendevo invece solamente far notare come nella societ attuale esistano tendenze (tendenze
anarchicamente disorganizzate, tendenze spontanee) che annunciano una totale rottura con i bisogni
dominanti di una societ repressiva. I gruppi che lei ha citato sono la rivelazione di una disgregazione
in atto all'interno del sistema. Orbene, come fenomeno in s, isolato, questi gruppi non hanno alcuna
forza eversiva; ma possono svolgere una funzione importante entrando in rapporto con altre forze assai
pi fortemente legate alla realt obiettiva.
DOMANDA - Lei ha detto che le forze materiali e intellettuali per la trasformazione della
societ sono tecnicamente presenti. Io credo che questa affermazione non possa essere considerata
esatta, da un punta di vista meramente terminologico, neppure dopo la sua conferenza; io credo cio
che lei volesse alludere alla presenza di forze materiali e intellettuali sufficienti a elaborare l'utopia
di una nuova societ, ma non a trasformare quella esistente. La domanda che dovrebbe interessarci e
cui lei non ha dato finora risposta, riguarda invece le forze materiali e intellettuali per la trasformazione
della societ, non per la creazione di utopie sociali.
MARCUSE - La risposta a questa domanda richiederebbe naturalmente una seconda
conferenza. Mi limiter ad un paio di accenni.
Se ho insistito con tanta forza sul concetto dei bisogni e della differenza qualitativa  perch
questa differenza sta in rapporto molto stretto con il problema della trasformazione. Uno dei fattori
principali che finora hanno impedito la trasformazione (ormai obiettivamente all'ordine del giorno da
alcuni decenni)  l'assenza del bisogno di trasformazione, la sua repressione. Insomma, nei gruppi
sociali che possono essere considerati portatori di questa trasformazione  mancata la capacit di
sentirne il salto qualitativo. Se Marx ha visto nel proletariato la classe rivoluzionaria, ci  avvenuto
anche e forse principalmente perch il proletariato era libero dai bisogni repressivi della societ
capitalistica, perch nel proletariato potevano svilupparsi i nuovi bisogni di libert che non potevano
essere soffocati da quelli vecchi e dominanti. Oggi, nella maggior parte dei paesi capitalistici altamente
sviluppati, questa autonomia non  pi possibile. I lavoratori non rappresentano pi la classe che porta
in s la negazione dei bisogni esistenti. Questo,  anzi uno dei problemi pi gravi tra quelli che
dobbiamo affrontare.
Quanto poi alle forze da cui pu scaturire la trasformazione, sono senz'altro disposto ad
ammettere che oggi nessuno  in grado di fornire una ricetta, nel senso che nessuno  in grado di
indicare: ecco qui una forza rivoluzionaria, questa  la sua consistenza e questi i compiti che ci
attendono. Io non posso fare altro che indicare le zone sociali in cui esistono, allo stato potenziale, le
forze apparentemente capaci di determinare una radicale trasformazione del sistema. Le contraddizioni
classiche del capitalismo, e in special modo la contraddizione generale tra l'inaudito sviluppo delle
forze produttive e della ricchezza sociale da un lato e la loro utilizzazione distruttiva e repressiva
dall'altro, oggi sono pi forti di quanto non siano mai state in passato. In secondo luogo il capitalismo
si trova a dover ormai fronteggiare un attacco globale di forze anticapitalistiche che gi oggi sono
entrate in lotta aperta contro di esso in varie zone del mondo. In terzo luogo, nella stessa societ
tardo-capitalistica degli Stati Uniti, ma anche dell'Europa, esistono forze che si oppongono al
capitalismo, forze che lo negano, e a questo proposito non esito affatto a citare nuovamente
l'opposizione degli intellettuali e specialmente, degli studenti.
L'esistenza di questa opposizione continua a stupirci: in realt basta un briciolo di preparazione
storica per accorgersi come non sia certo la prima volta che una radicale trasformazione storica prende
le mosse dagli studenti. Il fenomeno non riguarda soltanto l'Europa, ma anche le altre parti della terra.
Il ruolo degli studenti in quanto classe intellettuale destinata a fornire i quadri dirigenti della societ
esistente  oggi forse pi importante storicamente di quanto non sia stato in passato.
A ci si devono aggiungere la ribellione etico-sessuale, che si volge contro la morale dominante
e che deve in ogni caso essere presa sul serio in quanto fattore disgregativo (come dimostrano le
reazioni con cui viene accolta, specie negli Stati Uniti) e inoltre, soprattutto qui in Europa, i settori
della classe lavoratrice che non sono ancora stati catturati nel processo di integrazione. Queste,
tendenzialmente, le forze della trasformazione. Valutare le loro probabilit di successo, giudicare la
loro forza ecc. con una analisi particolareggiata richiederebbe naturalmente una discussione pi vasta e
pi specifica di questa.
DOMANDA - La mia domanda riguarda in primo luogo la funzione di quella nuova
antropologia che lei ha auspicato, e in secondo luogo i bisogni biologici qualitativamente nuovi rispetto
all'attuale struttura dei bisogni che lei considera come una variabile storica. Quale rapporto c' tra
questo salto qualitativo e la teoria del socialismo rivoluzionario? Mi riferisco a quanto lei ha detto,
all'inizio della conferenza, a proposito del problema dell'utopia, precisamente a quel suo accenno al
rapporto tra regno della necessit e regno della libert... Nei suoi ultimi anni Marx riteneva che questo
regno della libert potesse essere costruito solo sulla base del regno della necessit, e cio che una
libera societ umana potesse essere edificata solo nei quadro della storia naturale e non, come ha fatto
notare Engels, astraendo da essa e uscendo dal regno della necessit. Con il suo postulato di nuovi
bisogni biologici (quale pu essere ad esempio un vitale bisogno di libert, di una gioia non mediata
dalla repressione) lei intende alludere a una trasformazione funzionale oppure a una trasformazione
qualitativa della struttura fisiologica storico-culturale dell'uomo? Secondo lei, questa trasformazione
qualitativa costituisce oggi una reale possibilit?
MARCUSE - Se lei vuol dire che col mutare della storia naturale dell'umanit possono sorgere
i bisogni da me indicati come nuovi, allora le rispondo di s. La natura umana (lo stesso Marx,
malgrado tutto quel suo insistere sul regno della necessit, ne  stato consapevole)  una natura
storicamente determinata e si sviluppa nella storia. Naturalmente la storia naturale dell'uomo
continuer a svilupparsi egualmente. Il rapporto dell'uomo con la natura  gi diventato un altro, e il
regno della necessit pu anch'esso diventare un altro regno se, grazie al perfezionamento della
tecnica, il lavoro estraniato verr eliminato dal mondo e una gran parte di quello socialmente necessario
si trasformer in sperimentazione tecnica. Solo a questo punto sar possibile eliminare di fatto il regno
della necessit e noi potremo forse vedere svilupparsi nella stessa sfera del lavoro quella libera
esistenza umana che Marx ed Engels erano ancora costretti a concepire in una sfera situata al di l del
lavoro.
DOMANDA - Nel Buch der Abschaffungen, Karl Korsch ha impugnato due centrali
affermazioni di Marx (ricorrenti anche nel Capitale) in base alle quali: primo, non  eliminabile il
lavoro e, secondo, non  eliminabile il pluslavoro. Quanto alla prima affermazione io sarei propenso a
dare ragione a Marx, se per lavoro s'intende lo scambio materiale tra l'uomo e la natura, senza peraltro
ricavarne la conclusione che questo scambio materiale possa venire organizzato unicamente attraverso
la negazione degli istinti. Sul modo di intendere questi concetti del Marx maturo, non ho le idee
chiare... Oggi si punta sul bisogno vitale di libert e di felicit, inteso come bisogno biologico... Ma
come pu risultare traducibile in termini materiali questo bisogno? E se  traducibile, non se ne deve
concludere che anch'esso fa direttamente parte del regno materiale, che ne  un elemento costitutivo?
MARCUSE - Chiedendosi come questo bisogno possa essere traducibile in termini materiali,
lei intende chiedersi come esso si esplichi nella produzione sociale e infine nella stessa struttura
fisiologica? Se  questo che vuol sapere, le dir che si esplica nella creazione di un mondo pacificato.
Proprio questo volevo dire quando ho parlato di rimozione degli orrori della industrializzazione
capitalistica, rimozione che per me significa appunto creazione di un ambiente dotato di spazio
sufficiente alla esplicazione dei nuovi bisogni, vale a dire capace di trasformarsi materialmente,
fisiologicamente, attraverso una continua e reiterata modificazione della natura umana: attraverso la
riduzione della brutalit (che oggi si manifesta in forme sempre pi crude), della crudelt, del falso
eroismo, della falsa virilit, della concorrenza ad ogni costo. Questi fenomeni hanno anche un carattere
fisiologico.
DOMANDA - Esiste un nesso tra determinate strategie anarchiche contro l'apparato del potere
(anzi il potere tout court) e le loro attuali riabilitazioni? Io darei ragione al Korsch maturo che rinfaccia
all'ultimo Marx di aver rinunciato all'interesse per l'emancipazione della ragione a vantaggio
dell'interesse per l'intensificazione della produzione, decurtando cos il tempo libero, l'unico che possa
essere considerato come il tempo della libert. Esiste un nesso, dicevo, tra l'anarchismo ottocentesco e
le attuali strategie anarchiche contro il potere coercitivo assolutizzato ed extraeconomico? Oggi il
potere coercitivo  diventato una forza direttamente economica, cui tocca ormai una funzione di primo
piano, quale non svolgeva pi dai tempi dell'accumulazione primitiva. Peraltro, questa forza non si
manifesta pi sotto forma di una pressione fisica diretta giacch si  trasformata proprio sul piano
fisico, e la trasformazione ha creato una nuova dimensione nei rapporti tra capitalismo e natura. Infatti,
mentre per Marx le leggi naturali poggiano sulla spiritualizzazione della violenza economica, oggi
queste stesse leggi vengono a poggiare sulla spiritualizzazione della violenza extraeconomica. Per
spiritualizzazione della violenza extraeconomica io intendo la tendenza delle istanze manipolatrici a
interiorizzare i meccanismi burocratici e statali.
MARCUSE - Questa tendenza non equivarrebbe ancora alla spiritualizzazione della violenza.
Se c' una cosa evidentissima nel capitalismo, questa  l'intensit della violenza bruta e meramente
esteriore, insomma di una violenza niente affatto spiritualizzata, che supera oggi tutti i livelli
precedenti. In questo non vedo nessuna spiritualizzazione. Le tendenze alla manipolazione -  una cosa
su cui non possiamo sorvolare - non fanno invece ricorso alla violenza. Nessuno mi costringe a sedere
per ore davanti al mio apparecchio televisivo; nessuno mi costringe a leggere giornali idioti.
DOMANDA - Vorrei obiettare che la spiritualizzazione significa proprio questo: possibilit di
una apparente libert. Allo stesso modo, nel capitalismo classico la spiritualizzazione della violenza
economica comportava la necessit di liberalizzare la sovrastruttura politica e morale.
MARCUSE - Secondo me stiamo dilatando eccessivamente il significato dei concetti. La
violenza rimane violenza e la dimensione di un sistema in cui esiste la libert apparente di chiudere
quando si vuole l'apparecchio televisivo (questa tra l'altro non  apparenza...) e altre libert del genere
non  la dimensione della violenza. Per continuare a sostenere il contrario bisogna trascurare uno dei
fattori decisivi della societ attuale e cio, la differenza tra il terrore e la democrazia totalitaria, che non
lavora col terrore ma con la interiorizzazione, con i meccanismi dell'integrazione. Questa non 
violenza. La violenza compare quando uno rompe la testa all'altro con una randellata o almeno
minaccia di farlo;  invece totalmente assente quando mi vengono offerti programmi televisivi che in
un modo o nell'altro trasfigurano l'ordine esistente.
DOMANDA - In pieno accordo con Marx e con le tesi del Capitale io penso che la posizione
obiettiva degli individui nel processo produttivo poggi sulla violenza ed esprima la violenza. Marx
sostiene per che la progressiva spiritualizzazione dei rapporti economici di potere consente una
liberalizzazione delle condizioni politiche in cui questo potere viene esercitato. Ci significa che in
certe condizioni la coercizione pu essere ridotta allo stato latente; ma anche che non appena i rapporti
economici (e quindi i rapporti di violenza) entrano in crisi si impone la necessit di un potere coercitivo
extraeconomico, anzi fisicamente repressivo. La nascita del fascismo dopo la grande crisi economica
ne  una prova. Quando parlo di spiritualizzazione della violenza intendo alludere proprio a questa
situazione. Non appena la violenza spiritualizzata si rivela insuffi-dente, ecco sorgere la necessit di
esercitare una violenza fisicamente repressiva sulle masse (come dimostra, ad esempio, la tendenza del
capitalismo attuale a mettere in forse i propri meccanismi di spiritualizzazione della violenza
extraeconomica esercitata dagli apparati burocratici, dalle amministrazioni, ecc.). Nel Vietnam, il
capitalismo sta appunto facendo ricorso ad una violenza manifestamente fisica. Quando la violenza
viene esercitata sulla massa si finisce inevitabilmente col valicare il limite di tolleranza di molti
individui, i quali si ribellano e addirittura insorgono per questioni assolutamente astratte (come , per la
Germania, quella del Vietnam). Ed  proprio a questo punto che comincia a svilupparsi un palese
movimento di protesta. Per concludere: esiste un nesso tra il programma di una struttura
qualitativamente nuova dei bisogni storici e biologici e la riabilitazione strategica dei gruppi sociali che
Marx e Engels, non senza un pizzico di moralismo piccolo-borghese, considerarono declassati?
MARCUSE - Dobbiamo distinguere tra questi gruppi declassati. A quanto mi risulta, n il
sottoproletariato n la piccola borghesia sono oggi forze pi radicali di quanto non fossero in
precedenza. Dal canto loro, gli intellettuali esercitano una funzione di natura diversa.
DOMANDA - Ma lei non pensa che gli studenti rappresentino appunto uno di questi gruppi
declassati?
MARCUSE - No.
DOMANDA - Vorrei sapere se, per citare una delle condizioni che determinano la maturazione
delle forze produttive, la subordinazione alle leggi naturali dalle quali secondo Marx  caratterizzato il
periodo di formazione della societ, sia destinata a scomparire. Cio:  ancora possibile in linea di
massima parlare della necessit come di una delle condizioni alle quali soggiacciono le forze
produttive che sono indispensabili per la liberazione della nuova societ? Sempre riferendoci a queste
condizioni, il parlare di necessit e di processi oggettivi non finisce per coinvolgere anche il
problema delle tendenze? Voglio dire: in una situazione di piena maturit delle forze produttive non
sorge per avventura la necessit di un notevole spostamento nell'instabile equilibrio tra teoria e prassi, e
cio la necessit di definire in termini completamente nuovi la funzione dell'attivit soggettiva in
rapporto alle tendenze oggettive? E ci al fine di restituire una legittimit anche alla attivit soggettiva
e farla ridiventare bisogno e interesse di determinati gruppi rivoluzionari? Tenter di dimostrare
quanto sto dicendo con una citazione: nel gi menzionato Buch der Abschaffungen, Korsch dice: tesi,
socialismo utopistico; antitesi, marxismo come ulteriore sviluppo socialista del capitalismo; sintesi,
soppressione del capitalismo. Non  una allusione all'eredit lasciataci dal periodo precedente (in cui
sono state create le forze produttive necessarie per la societ libera), e cio al compito di eliminare il
capitalismo? Negli ultimi tempi, sotto il tema fascismo di sinistra, noi abbiamo discusso con
Habermas il problema di come ricavare dal marxismo, anche sul piano teorico, una nuova definizione
dell'attivit soggettiva onde poter considerare il fattore soggettivo sotto una luce diversa e non
condannarlo pi come portatore di un volontarismo impotente rispetto alla palese immaturit della
societ.
MARCUSE - Io considero il problema di una nuova definizione del fattore soggettivo come una
delle esigenze fondamentali della situazione attuale. Quanto pi siamo costretti a riconoscere che
esistono ormai le forze produttive, materiali, tecniche e scientifiche necessarie per la creazione di una
societ libera, tanto pi forte sentiamo l'aspirazione a sviluppare la consapevolezza di queste possibilit
reali. La mobilitazione dottrinaria delle coscienze contro queste possibilit  in effetti un tratto
caratteristico della situazione attuale e dimostra l'importanza del fattore soggettivo nella nostra societ.
Io considero lo sviluppo della coscienza o, se preferite, il lavoro necessario per ottenerlo, insomma
questa particolare deviazione idealistica, come uno dei compiti principali del materialismo, del
materialismo rivoluzionario. E se ho accennato ai bisogni l'ho fatto appunto per alludere a ci che voi
chiamate fattore soggettivo. Uno dei nostri compiti  quello di liberare il tipo umano che vuole la
rivoluzione, che deve averla per evitare il fallimento. E' appunto questo il fattore soggettivo, che per
oggi  qualcosa di pi che un semplice fattore soggettivo. Ma vi  anche naturalmente il fattore
oggettivo (e questo  l'unico punto in cui io apporterei una correzione alle posizioni soggettivistiche), e
cio il fattore organizzativo. Oggi quella forma di resistenza che ho definito mobilitazione generale
della societ contro le proprie possibilit  forte ed efficace come non mai. Da una parte c' la necessit
assoluta di liberare prima di tutto la coscienza; dall'altra ci si trova di fronte ad una concentrazione di
potere rispetto alla quale anche la pi libera delle coscienze  destinata ad apparire visibilmente
impotente. La lotta su due fronti  oggi pi acuta di quanto non sia mai stata. Da un lato  necessario
liberare la coscienza; dall'altro occorre sfruttare con attenzione ogni possibile incrinatura nella
gigantesca concentrazione di potere della societ stabilita (come si  fatto ad esempio negli Stati Uniti,
dove per  stato possibile conservare, almeno fino a questo momento, una coscienza relativamente
libera, per la semplice ragione che non danneggia nessuno).
DOMANDA - A proposito dei nuovi bisogni che lei ha presentato come forze propulsive del
rovesciamento sociale... In che misura questi bisogni costituiscono un privilegio delle metropoli? In che
misura presuppongono societ altamente sviluppate dal punto di vista tecnico ed economico? Secondo
lei, bisogni di questo genere operano anche nelle rivoluzioni dei paesi poveri, ad esempio nella
rivoluzione cinese o in quella cubana?
MARCUSE - Secondo me la tendenza verso questi nuovi bisogni opera in entrambi i poli della
societ esistente, e cio sia nei paesi altamente sviluppati sia nelle parti del Terzo Mondo in cui si sta
svolgendo la lotta di liberazione. Anche in questo caso assistiamo ad un fenomeno che Marx ha gi
chiaramente descritto nella sua teoria: i bisogni in cui si celano i germi di una societ nuova vengono
sviluppati proprio da coloro che sono liberi dalle dubbie benedizioni del sistema capitalistico. Per
esempio, al vietnamita che sta conducendo la sua lotta di liberazione non occorre affatto imporre il
bisogno di libert, per il semplice fatto che lui questo bisogno ce l'ha gi, come ha e sente il bisogno di
difendere la vita contro l'aggressione. A questo livello, che  agli antipodi rispetto alla nostra societ,
questi bisogni sono di fatto bisogni naturali in senso stretto, bisogni spontanei. Al polo opposto, nelle
societ altamente sviluppate, stanno quei gruppi (minoritari) che si possono permettere il lusso dei
nuovi bisogni o che, anche se non possono permetterseli, li avvertono semplicemente perch si sentono
condannati al soffocamento fisiologico. Torno cos ai beatniks e agli hippies, fenomeno interessante
perch esprime il rifiuto di partecipare ai benefici della societ opulenta. Un tale rifiuto esprime gi un
mutamento qualitativo del bisogno, che infatti non riguarda pi l'aspirazione ad apparecchi televisivi
sempre pi efficienti, ad automobili sempre pi veloci o a questo o quel comfort, ma anzi nega proprio
questa aspirazione: Non vogliamo avere nulla a che fare con questo letame. Ad entrambi i poli il
nuovo bisogno  dunque potenzialmente presente.
DOMANDA - La differenza qualitativa deve dunque far scoppiare uno scandalo o
semplicemente farlo finire? Nelle sue prime opere lei ha sganciato il suo concetto di utopia non solo da
quello di Marx, ma anche da quello degli utopisti sociali. Lo ha fatto, credo, a buon diritto, in quanto
essendo gi in grado di scorgere le nuove qualit lei rappresenta un importante momento di
mediazione. Lei ha dichiarato che la razionalit tecnologica  in contraddizione rispetto alle tecniche
manipolatone con le quali viene amministrato il mondo. In un altro passo ha parlato dell'incremento
delle forze produttive della societ opulenta che sarebbe in contraddizione rispetto alla disinvolta
naturalezza con cui vengono conservati i rapporti repressivi. Infine lei ha corretto Freud modificandone
la concezione dei rapporti tra Eros e istinto di morte, poich ha affermato che la conservazione di
tecniche repressive non pu assolutamente essere attribuita al principio della libido. Ecco dunque tre
momenti di mediazione della sua concezione utopistica. Ciononostante, lei si trova di fronte ad una
difficolt (e qui sta appunto la rottura tra le sue concezioni e quelle marxiane), perch non dispone di
alcun soggetto collettivo che possa essere considerato portatore di istanze rivoluzionarie (come  la
classe per Marx), ma, per sua stessa ammissione, deve riporre ogni speranza in una miriade di gruppi
divisi tra di loro. Lei ha inoltre espressamente affermato che un'analisi della situazione attuale e del
dislivello esistente tra le forze disponibili e la loro utilizzazione (rispettivamente: la loro
non-utilizzazione) non ci permette ancora di individuare lo sviluppo di tendenze necessariamente
proiettate verso una societ futura. Una utopia come quella da lei prospettata  dunque mediata dalle
condizioni della produzione; ma lei non pu sperare che si realizzi per intrinseca necessit.
La mia domanda sorge proprio da questa constatazione:  necessario sottolineare l'esigenza
della rottura (che trova la sua espressione pi recisa nell'appello alla violenza, nella legittimazione che
lei fa del terrore purch esercitato dalla parte giusta, purch sia quello di Robespierre);  necessario,
dico, mettere l'accento su questa esigenza quando - ed  il suo caso - nei materiali della societ
presente si riesce gi a scorgere un abbozzo di quella futura? Alludo naturalmente a tutti coloro che si
dichiarano a favore della violenza, pur sapendo bene come li si possa colpire e come in effetti li si
colpir, perch sono disposti ad assumere su di s questo rischio.
Ho scelto la questione della violenza solo per metter pi apertamente in luce il problema della
rottura e della sua legittimit. Se esiste davvero la possibilit di opporsi a una societ repressiva con
un'opera di informazione, se esiste la possibilit di esercitare la tolleranza, se esiste la possibilit di
porre l'accento sui paesi sviluppati e sulla loro funzione, allora a me sembra che l'invito alla rottura
rivoluzionaria sia inconseguente; anche se si ammette, come l'ammette Rudi Dutschke, la necessit di
attribuire al fattore soggettivo una funzione pi importante di quella riconosciutagli da Marx. Ma se ci
 vero, come negare che nella sua teoria esiste una frattura tra struttura mediatrice e attivismo, e quindi
anche una contraddizione tra la richiesta di realizzazione della nuova societ libera e i risultati della
diagnosi da lei stesso fornita?
MARCUSE - Che posso dire a mia difesa? Io credo che non mi si possa incolpare di aver
parlato di rottura. Il problema  piuttosto questo: se cerco di rappresentarmi la situazione, non posso
fare a meno di concepire la nostra spinta verso una societ libera unicamente come negazione
determinata di quella esistente. Ma non  lecito concepire questa negazione determinata come qualcosa
di non molto dissimile, in ultima analisi, dalla societ vecchia in vesti nuove. Ecco perch ho
sottolineato l'esigenza della rottura, e ancora una volta nel pieno rispetto dello spirito del marxismo
classico. Non vedo in ci alcuna mancanza di consequenzialit. La domanda implicita nella sua
richiesta di precisazione, e cio la domanda di come possa realizzarsi la rottura e di come i nuovi
bisogni possano liberarsi dopo la rottura, riguarda un problema che io discuterei molto volentieri con
lei. Lei pu dire in sostanza (come anch'io dico a me stesso abbastanza frequentemente): se tutto ci 
vero, come credere allora che questi nuovi concetti possano anche solamente sorgere hic et nunc nella
coscienza dell'uomo in carne ed ossa, visto che la societ intera si batte contro il loro sviluppo? Noi
dobbiamo occuparci appunto di questo problema, che  al tempo stesso il problema della legittimit di
rappresentarci la nascita di questi nuovi bisogni come una radicalizzazione di quelli esistenti, o al
contrario della necessit di ricorrere, per liberarli, ad una nuova idea di dittatura (che per dovrebbe
essere assai diversa da quella del proletariato prevista da Marx, e cio null'altro che una
Contro-Amministrazione in grado di rimuovere gli orrori della Amministrazione esistente). Questa 
una delle mie principali fonti di inquietudine ed  un problema che dovremmo discutere seriamente.
DOMANDA - Assumere su di s lo scandalo di chi mira a differenziarsi dalla societ
dominante perch non vuole lasciarsene opprimere, significa informare la propria prassi al seguente
principio: uscire dal sistema dominante fondato sul bastone e sulla carota in modo da prendere quel
tanto di carota che si riesce, mirando per a non far nulla di quanto possa tornare utile alla societ
dominante e solo invece ci che sia libero dalla servit dell'utile. Nella sfera erotico-estetica questa
rottura  probabilmente pi facile e gi esistono sintomi di una tendenza ad attuarla, ad esempio nelle
subculture americane dei beat, dell'Underground e del movimento pop. Per noi invece il problema si
pone in termini assai pi difficili perch dobbiamo affrontarlo nella sfera estremamente pi vitale del
lavoro o dell'ordinamento positivo del diritto. La mia domanda, o piuttosto la questione che vorrei
porre in discussione,  dunque la seguente: come si pu, ad esempio, esercitare una giurisprudenza
eretica, che non intenda limitarsi a ripristinare l'ordinamento oggi dominante nel diritto positivo?
Oppure: come si pu esercitare una medicina eterodossa che non si limiti a curare le malattie, a
rimettere in salute la forza-lavoro logorata dal lavoro, ma faccia capire all'operaio che  stato proprio il
lavoro a farlo ammalare, ed eventualmente lo indirizzi verso un'attivit qualitativamente nuova?
MARCUSE - Quanto all'ultimo problema, e cio se e come le tendenze da lei definite eretiche
si possano sviluppare all'interno dell'ordine costituito, vorrei dire questo: nella societ attuale esistono
ancora fessure, interstizi in cui si possono praticare questi metodi eretici senza con ci doversi
sottoporre a sacrifici insensati (che, tra l'altro, impediscono di giovare alla causa). Io sono pienamente
convinto di questa possibilit. Freud ha chiaramente individuato il problema quando ha detto che la
psicanalisi avrebbe dovuto trasformare in rivoluzionari tutti i pazienti. Oggi per tale trasformazione
non  purtroppo possibile, perch si  costretti a praticare la psicanalisi nella cornice dell'ordine
esistente. La psicanalisi deve appunto affrontare questa contraddizione facendo per astrazione dalle
possibilit esterne alla medicina. Gi oggi (ancora oggi, si potrebbe dire) esistono psicanalisti che
rimangono quanto pi  possibile fedeli agli aspetti radicali della psicanalisi; e del resto anche nel
campo della giurisprudenza  rimasto pur sempre un numero sufficiente di avvocati che lavorano
ereticamente, vale a dire contro l'ordine costituito e in difesa degli imputati esclusi dalla societ, senza
con ci dover rinunciare alla professione.
All'interno della societ stabilita gli interstizi sono ancora aperti: utilizzarli  uno dei nostri
compiti pi importanti.
DOMANDA - Io ritengo che il bisogno di pace sentito dai vietcong non sia affatto un nuovo
bisogno vitale. Bisogni di questo tipo ce ne sono stati anche nel Medioevo. Tra i nuovi e i vecchi
bisogni vitali la differenza  grandissima. Conseguenza di questo dislivello pu essere: o la rottura
dell'alleanza, oppure, data la necessit di sostenere i movimenti rivoluzionari di tipo classico del Terzo
Mondo, un ritardo (nelle metropoli) dello sviluppo e della organizzazione globale dei nuovi bisogni da
lei attribuiti, con la formula dell'erotismo estetico, alla sfera della sensibilit. Insomma se noi ci
gettassimo in questa lotta con un atteggiamento di totale partecipazione esistenziale, dovremmo poi
probabilmente rinunciare a elaborare una (difficile) organizzazione dei bisogni erotico-estetici. A me
sembra, se non altro, che questo problema possa generare un conflitto, un dilemma nei molti o nei
pochi che devono decidersi a favore dell'una o dell'altra soluzione.
MARCUSE - La solidariet con le lotte del Terzo Mondo contiene gi in s i germi di una
nuova antropologia. I bisogni che. si presentano come nuovi nei paesi altamente industrializzati, nel
Terzo Mondo non sono affatto tali ma reazioni spontanee a ci che sta accadendo.
DOMANDA - Io temo che le decisioni del movimento socialista rivoluzionario vengano prese
sulla base di bisogni molto vecchi, e non riesco a capire come si possa vedere nei nuovi bisogni la forza
propulsiva di quelle rivoluzioni. Il Vietnam del Nord  un paese che deve essere industrializzato, e in
effetti viene industrializzato con il ricorso alla disciplina, vale a dire con il ricorso a una particolare
forma di repressione. Quindi in quel paese si fa leva su tendenze esattamente opposte a quelle che
chiamiamo bisogni nuovi. Questi ultimi non contengono dunque per caso un elemento, come dire, di
lusso?
MARCUSE - Il bisogno di libert non  affatto un lusso che possono permettersi solo le
metropoli. Nel mondo capitalistico  ormai stato soffocato il bisogno di libert che nella rivoluzione
sociale compare spontaneamente come bisogno vecchio. In una societ come la nostra, in cui  stato
raggiunto un certo grado di pacificazione, pensare alla rivoluzione potrebbe sembrare, almeno ad un
primo sguardo, pura follia. Ma il problema  di modificare la volont stessa, in modo da evitare che la
gente continui a volere ci che vuole adesso. Da questo punto di vista, dunque, i problemi che si
pongono nelle metropoli sono alquanto diversi da quelli del Vietnam, ai quali tuttavia possono e
debbono venire associati.
DOMANDA - La tesi secondo cui la tecnologizzazione del potere scalza le basi stesse del
potere significa forse che la burocrazia o l'apparato si contestano da soli, o piuttosto che devono venire
permanentemente provocati dall'esterno? Insomma,  lecito vedere nella provocazione una sorta di
processo didascalico che renderebbe evidenti le contraddizioni della burocrazia mettendone in luce
l'insensatezza? O bisogna ritenere invece che  meglio non provocare la burocrazia perch incombe la
minaccia del fascismo, perch il livello raggiunto, lo status quo sono minacciati, il che esclude ogni
possibilit... In sostanza,  giusto pensare che si stiano imponendo nuove tendenze oggettive e che
queste tendenze mettano in discussione sia l'intera societ sia, come pare a me, la classica teoria
marxiana delle crisi?
MARCUSE - La conclusione cui lei  giunto, la sua ultima affermazione,  da respingere: lo
status quo deve essere minacciato. Il fatto che lo status quo sia minacciato dalla tecnologizzazione del
potere non ci autorizza a negare la necessit di metterlo in crisi. Possiamo parlare di tecnologizzazione
del potere quando, in un'analisi approfondita e razionale dei processi tecnologici, constatiamo che
questi non sono pi compatibili con le attuali istituzioni capitalistiche, e quindi che il potere, ancora e
sempre fondato sulla necessit dello sfruttamento del lavoro estraniato, viene a perdere (almeno
potenzialmente) questa base. Quando il processo produttivo non richiede pi alcuno sfruttamento fisico
della forza-lavoro, risulta minato un importante fondamento del potere.
DOMANDA - A quanto mi risulta, nell'insieme delle teorie socialiste ed anarchiche esistono
due diverse posizioni sul problema del lavoro, delle quali, per ricorrere a una definizione sintetica, la
prima mira soprattutto a eliminare il lavoro tout court, mentre la seconda si limita ad auspicare la
liberazione del lavoro dalle sue sofferenze. Peraltro la linea di demarcazione tra le due posizioni non
divide nettamente il socialismo dall'anarchismo e anzi consente sorprendenti spostamenti e deviazioni.
Io non sono ancora riuscito a capire chiaramente da che parte lei intenda schierarsi, a meno che non
preferisca non prendere affatto posizione. Spesso mi  sembrato che lei finisca per descrivere la
liberazione dalle sofferenze del lavoro come una eliminazione del lavoro. Io non credo che si possa
risolvere il problema auspicando una trasformazione del lavoro in gioco, e ci anche se Marx lo ha
detto occasionalmente o se l'affermazione pu risultare implicita in alcune sue dichiarazioni. Mi
interessa sapere come lei intende risolvere questo problema, tenendo presente che non solo Marx ma
gi Hegel considerarono il lavoro come un fondamentale criterio di interpretazione del significato della
vita umana. Come si pu risolvere, secondo lei, la questione del lavoro? E quale tra le varie soluzioni
del problema corrisponde meglio alla nostra attuale situazione?
MARCUSE - Dal punto di vista terminologico ho oscillato tra eliminazione del lavoro ed
eliminazione del lavoro estraniato solo perch nel linguaggio corrente i termini lavoro e lavoro
estraniato sono ormai divenuti equivalenti. Questo per giustificare le mie oscillazioni terminologiche.
Quanto alla eliminazione del lavoro come tale, credo non sia possibile. Ritenere il contrario
significherebbe di fatto respingere le affermazioni di Marx sullo scambio materiale tra uomo e natura.
Il controllo, il padroneggiamento, la trasformazione della natura, una qualche modificazione
dell'esistenza attraverso il lavoro, son cose di cui non si pu fare a meno; ma un lavoro concepito
utopisticamente in questi termini  cos diverso da come il lavoro  oggi e sar ancora domani, che la
mia ipotesi di una convergenza tra lavoro e gioco non ci porta, in fondo, molto lontano dalle possibilit
reali.
DOMANDA - Il processo di reificazione rivoluzionaria, che nel Terzo Mondo  destinato
necessariamente ad esprimersi in un costante inasprimento dell'odio contro gli sfruttatori e gli invasori,
 identico (magari soltanto sul piano dialettico) al processo di organizzazione del rifiuto nelle
metropoli? Si pu cio ritenere che il processo di liberazione nelle metropoli, in quanto lotta fondata
sul rifiuto organizzato del sistema, sia esente da questa specifica reificazione rivoluzionaria e possa
svolgersi senza ricorso all'odio, anzi prescindendo dall'odio? Oppure lo sviluppo di una lotta comune
alle metropoli e al Terzo Mondo implica necessariamente una progressiva identificazione di sofferenza
e reificazione? La reificazione rivoluzionaria comporta, ad esempio nell'America latina o nel Vietnam,
un fortissimo inasprimento dell'odio individuale contro lo sfruttamento diretto o contro lo sfruttatore
diretto nelle vesti del rappresentante delle oligarchie e dell'invasore (le truppe americane). Di qui il
rischio che l'elemento liberatorio dell'umanesimo finisca per annegare nell'odio. La crescente
militarizzazione della lotta, il carattere via via pi accanito del conflitto possono far perdere ai ribelli e
ai rivoluzionari la capacit di vedere nel nemico un uomo. Questa necessaria reificazione rivoluzionaria
 destinata a risolversi nel corso stesso della lotta o pu venire superata solo dopo la rivoluzione?
MARCUSE - La sua  una domanda veramente terribile. Credo si debba dire che l'odio contro
lo sfruttamento e l'oppressione  esso stesso un elemento umano e umanistico. E' vero, nel corso di un
movimento rivoluzionario si sviluppa indubbiamente una forte carica d'odio, che del resto 
indispensabile alla causa perch senza di essa non sarebbe neppure possibile la liberazione. Peraltro,
nulla  pi ripugnante della predica pietistica: non odiare il tuo avversario, pronunciata in un mondo
in cui l'odio  addirittura istituzionalizzato. Nel corso stesso del processo rivoluzionario quest'odio pu
naturalmente rovesciarsi in crudelt, in brutalit e in terrore. Ma il confine tra l'odio e le sue
degenerazioni  terribilmente incerto. Su questo argomento non posso dire altro che questo: uno dei
nostri compiti  appunto di impedire, nella misura del possibile, un simile rovesciamento, e cio di
dimostrare come brutalit e crudelt appartengano al sistema repressivo e come la lotta di liberazione
non abbia alcun bisogno di questo rovesciamento dell'odio in sentimenti cos deteriori. Si pu colpire,
si pu vincere un avversario senza per questo dovergli tagliare le orecchie o le gambe o torturarlo.
DOMANDA - In base alle sue affermazioni sono indotto a ritenere che lei aspiri ad una societ
guidata da un principio armonico, non secondo il modello dell'armonia liberale, ma secondo un
principio armonico adeguato a criteri di sua definizione. Lei aspira ad una societ che neghi quella
esistente e si orienti verso il bene collettivo senza tuttavia far ricorso alla tolleranza e al pluralismo.
Tuttavia, a chi spetta definire i contenuti di questo bene collettivo che lei stasera ha presentato come
valori della negazione con in pi qualche valore positivo? Come critico, come studioso di questa
societ lei le indica nuovi valori, senza tuttavia scorgere in essa alcun conflitto antagonistico e alcun
decisivo meccanismo di lotta in grado di risolvere i conflitti eventualmente insorgenti. Lei ritiene
possibile creare una societ modellata secondo il principio della negazione sopra descritto, ma  anche
consapevole di non poter ottenere questo risultato senza un determinato coefficiente di coercizione.
Considero utopistico, perch irrealizzabile, il modello che lei ha elaborato, e non sono neppure
d'accordo con il tono fondamentalmente non democratico di quanto ha detto (peraltro con qualche
riserva) sulla necessit che nella societ nuova, o meglio nel punto di rottura con quella attuale, si
sviluppi una dittatura (o qualcosa del genere) magari qualitativamente diversa da quella preconizzata da
Marx, ma pur sempre tale in quanto Contro-Amministrazione. Se poi lei intende istituzionalizzare una
simile Contro-Amministrazione e ridurre al minimo il principio della tolleranza, allora non capisco pi
perch voglia creare una societ non utopistica e in che modo questa possa essere considerata
fondamentalmente democratica in base ai principi comunemente accettati.
MARCUSE - Una libera societ non  concepibile senza la tolleranza, a meno che il suo livello
di libert sia talmente elevato da rendere superflua la preliminare predicazione e istituzionalizzazione
della tolleranza stessa. Ma questa sarebbe una societ senza conflitti... sarebbe un ideale utopistico. A
mio giudizio invece, l'idea di una societ in cui esistano, com' naturale, conflitti, ma risolvibili senza
oppressione e senza crudelt, non  affatto utopistica. Quanto poi al concetto di democrazia, credo che
il problema sia molto complesso. Se dovessi definire in una frase il mio atteggiamento dovrei dire che
in questo momento nessuno  pi favorevole di me alla democrazia. La mia obiezione per si fonda
sulla constatazione che in nessuna tra le societ esistenti, e certamente neppure in quelle che si
autodefiniscono democratiche, esiste la democrazia, bens soltanto una certa forma di democrazia,
limitata, illusoria e insidiata da ogni sorta di disuguaglianze. Le vere condizioni della democrazia
devono ancora essere create dappertutto. Quanto al problema della dittatura, posso dire che il mio
accenno non voleva essere che una domanda. In sostanza io non riesco ad immaginare per quale via
una condizione di radicale indottrinamento e conformismo possa rovesciarsi nel suo contrario. Che
debba aver luogo, in qualche modo, un'aggressione, che in un modo o nell'altro gli oppressori debbano
venir oppressi visto che per disgrazia non sono disposti a rinunciare da soli al loro potere, mi sembra
inevitabile.
DOMANDA - Al centro della sua relazione di oggi lei ha posto, mi sembra, il principio che una
modificazione della societ deve essere preceduta da una modificazione dei bisogni. Orbene, in una
delle sue tesi su Feuerbach (tesi da lei esemplarmente convalidata nell' Uomo a una dimensione) Marx
dice: l'uomo non  che l'insieme dei rapporti sociali. Secondo me, un corollario di questa tesi  che i
bisogni attuali possono essere modificati soltanto se in precedenza sono stati rimossi i meccanismi che
li hanno generati. Nella sua relazione mi  parso di scorgere uno slittamento verso l'illuminismo e un
allontanamento dalle posizioni rivoluzionarie.
MARCUSE - Lei ha toccato il punto pi delicato del problema. Come ha osservato, per
sviluppare i nuovi bisogni rivoluzionari debbono anzitutto essere rimossi i meccanismi che tendono a
riprodurre i vecchi, il che presuppone a sua volta il bisogno di questa preliminare rimozione. Ma a
questo punto ci imbattiamo in un innegabile circolo vizioso da cui non so come si possa uscire.
DOMANDA - Come  possibile distinguere le utopie apparenti da quelle autentiche e cio dalle
semplici fantasie? Prendiamo, ad esempio, la questione della eliminazione del potere. Il problema :
finora questa eliminazione non ha potuto avvenire durevolmente a causa della immaturit della societ,
oppure perch, per cos dire,  impossibile? Se qualcuno propendesse per quest'ultima ipotesi, lei cosa
direbbe, cosa potrebbe dire, per dimostrargli che ha torto?
MARCUSE - Nel caso si dimostri che  biologicamente impossibile eliminare il potere, direi:
l'idea della eliminazione del potere  una utopia. Ma io non credo che una simile dimostrazione sia
stata finora esibita. Biologicamente impossibile  invece, probabilmente, ottenere tale eliminazione
senza ricorrere ad una qualche forma di repressione.
L'eliminazione della coercizione pu addirittura venire imposta, imposta da altri, ma ci non
significa che debba diventare a sua volta coercizione. Il marxismo... anzi le stesse teorie che lo hanno
preceduto, hanno sempre sottolineato la differenza tra autorit razionale e dominio. Ad esempio, il
potere esercitato da un pilota sul suo apparecchio  potere razionale. E' impossibile immaginarsi una
situazione in cui i passeggeri dettino istruzioni al pilota. Anche il vigile addetto al traffico pu essere
considerato un esempio tipico di autorit razionale. Ma se queste sono probabilmente necessit
biologiche, tale non  il potere politico, il dominio che poggia sullo sfruttamento, sull'oppressione.
DOMANDA - Se ho ben capito quanto ha detto, esiste una grande discrepanza tra l'attuale
apparato di potere e i gruppi che gi adesso incarnano alcuni aspetti dei bisogni erotico-estetici. E' da
qui dunque che bisogna partire. Un secondo punto importante della sua relazione  l'accenno alla
necessit di elaborare una nuova definizione del ruolo esercitato dall'attivit soggettiva. Un terzo punto
riguarda infine l'affermazione della accresciuta importanza non solo degli studenti ma anche degli
scienziati. E' dunque lecito sostenere che gi nella situazione attuale, e cio all'interno degli stessi
apparati del potere costituito, nelle industrie progredite e nei movimenti del lavoro, si verifichi (seppure
in forma alienata) quella convergenza tra lavoro e gioco di cui si  parlato? E' lecito sostenere insomma
che nella sfera della happy consciousness esistano momenti ludici? A me sembra di s. Basta pensare
ad esempio al gioco della pianificazione, a determinate sedute collettive in cui si esplica anche una
forma di attivit fantastica, un certo potere di immaginazione che pu poi essere messo al servizio delle
esigenze tecnologiche. Parlo della teoria del gioco (game theory). Alcuni teorici francesi (ad esempio
Mallet) sostengono che questa forma alienata di convergenza tra lavoro e gioco pu stimolare il
manifestarsi della negazione e del rifiuto, ai quali lei ha accennato, nello stesso processo razionalizzato
della produzione, vale a dire nei punti decisivi dell'apparato di potere. Come valuta lei questa
possibilit?
MARCUSE - Contro la valutazione dei tecnici data da Mallet si pu obiettare che questo
gruppo  oggi uno dei meglio pagati e trattati tra quanti godono dei vantaggi del sistema. L'ipotesi di
Mal-let potrebbe risultare legittima ove subentrasse una trasformazione totale non solo delle coscienze
ma della situazione globale della categoria. Una seconda obiezione  questa: se questo gruppo verr
considerato isolatamente come la forza potenziale del rovesciamento si arriver soltanto ad una
rivoluzione tecnocratica, vale a dire ad una trasformazione del tardo capitalismo in un tecnocratico
capitalismo di stato, e non sicuramente alla societ libera come la intendiamo noi.
DOMANDA - Torniamo al problema di una nuova antropologia. Qualcuno si  chiesto se
l'uomo nuovo debba avere bisogni nuovi o vecchi. Ma questo non  il punto essenziale. Il problema 
un altro: si tratta cio di sapere se un bisogno come quello di pace, che  sempre stato un bisogno
vitale, possa manifestarsi al livello dei bisogni biologici e quindi condensarsi nel processo
rivoluzionario influenzando il fine di emancipazione e i mezzi rivoluzionari in termini di concreta e
materiale evidenza... Il problema  se un bisogno vitale come quello di essere liberi si distingua da un
bisogno vitale come quello di mangiare, che  caratterizzato da una struttura ancor pi materiale e
biologica. Devo quindi ripetere ancora una volta la domanda: come si manifestano, sul piano materiale,
i bisogni di emancipazione che trascendono l'immediata esperienza vitale, come il bisogno di felicit,
di pace, di libert? Secondo me, perch questi bisogni possano manifestarsi sensibilmente nel processo
rivoluzionario devono poter rientrare almeno in parte nella definizione del concetto di alienazione del
Marx degli scritti giovanili, nei quali l'alienazione viene presentata come astrazione dal godimento dei
sensi. Gli individui sono estraniati dal godimento dei loro prodotti, e quindi, come dice Marx, dalla loro
animalit sensibile. Questa astrazione dall'animalit sensibile li fa regredire alla condizione di animali
ed equivale quindi ad una regressione dell'uomo nella bestialit. Tocca ora a noi dimostrare (e sta qui,
secondo me, la differenza specifica) come questi bisogni vitali di pace, libert, felicit (che non sono
bisogni materiali in senso immediato, nel senso cio della corporeit, per usare un termine preciso e
ontologicamente chiaro) possano tradursi in bisogni materiali. E' una cosa su cui non ho ancora le idee
chiare.
MARCUSE - Il bisogno di pace come bisogno vitale in senso biologico non necessita, direi, di
tradursi in termini materiali, perch  gi un bisogno materiale. Ad esempio, il bisogno di pace
potrebbe tradursi nella impossibilit di continuare a mobilitare gli uomini per il servizio militare.
Questa non sarebbe gi pi una materializzazione del bisogno, giacch il bisogno di pace si
presenterebbe direttamente come bisogno materiale. La stessa cosa si pu dire per gli altri bisogni cui
ho accennato.
DOMANDA - Vorrei ritornare sul problema della rottura. La rottura di cui lei ha parlato
presuppone una lacerazione che mi sembra esistere realmente nella tarda societ capitalistica. Questa
lacerazione si manifesta con estrema evidenza nella tensione tra il livello raggiunto dalle forze
produttive e la repressione che, pur essendo ancora fortissima,  ormai diventata superflua ed
eliminabile proprio grazie a quel livello. Per quanto grave, questa contraddizione non mi sembra per
ancora sufficiente a determinare una rottura, visto che permette di conservare la societ attuale con
metodi non terroristici e anzi democratici. Ci si potrebbe chiedere:  immaginabile un momento preciso
in cui si possa affermare che la lacerazione si  talmente approfondita da creare le condizioni di una
rottura? O invece quest'ultima si compie lentamente attraverso un graduale aggravamento della crisi,
finch un bel giorno si presenta la possibilit concreta di lasciar cadere l'utopia oppure di trasformarla
finalmente in realt? Peraltro se partiamo dalla premessa che i presupposti materiali, le forze produttive
necessarie per trasformare in realt l'utopia esistono gi, e che insufficiente  invece il fattore
soggettivo perch solo una esigua minoranza di persone ha afferrato l'obiettiva possibilit della
trasformazione, dobbiamo chiederci: che cosa fare per non lasciar cadere l'utopia, per convincere la
gente ad assumere un atteggiamento socialmente progressivo, per istradarla verso la mta? In base a
quali segni si pu stabilire che  giunto il momento di realizzare l'utopia? E come potr la minoranza
alla quale ho accennato continuare a esercitare le sue funzioni nella societ, in modo da non lasciar
cadere l'utopia?
MARCUSE - Sono personalmente portato a considerare come allargamento della lacerazione
determinati fatti e avvenimenti simbolici che in un modo o nell'altro rappresentano una svolta nello
sviluppo del sistema. Ad esempio: se riuscissimo ad imporre la cessazione della guerra nel Vietnam,
allargheremmo notevolmente la lacerazione esistente nella nostra societ.
DOMANDA - Gli esponenti della nuova antropologia sono uomini del Terzo Mondo; e alludo
in particolare a Fanon (che dice: Si tratta di stabilire sulla terra l'uomo totale) e a Guevara (Noi
costruiamo l'uomo del XXI secolo). Le vorrei chiedere: esiste una saldatura tra le sue concezioni di
una nuova antropologia e le idee di questi due testimoni?
MARCUSE - S. Non mi ero permesso di dirlo; ma poich lo ha detto lei, che sembra avere una
certa conoscenza della questione, lo posso affermare anch'io. In effetti, sebbene in questa sede non lo
abbia ancora sostenuto esplicitamente, io credo che almeno in alcune lotte di liberazione del Terzo
Mondo e persino in alcune sue tecniche di sviluppo si manifesti gi la nuova antropologia. Io per non
avrei citato Fanon e Guevara quanto una notiziola che ho letto in un rapporto molto preciso e
particolareggiato sul Vietnam del Nord e che, dato il mio incorreggibile e sentimentale romanticismo,
mi ha infinitamente commosso. La notizia  questa: nei parchi di Hanoi le panchine vengono fatte in
modo che vi possano sedere due persone, solo due persone, onde eliminare tecnicamente ogni
possibilit di disturbo da parte di terzi.
Il problema della violenza nell'opposizione
Relazione di Herbert Marcuse
Obiettivi, Forme e prospettive dell'opposizione studentesca
Qualsiasi forma di opposizione deve oggi essere considerata soltanto nel quadro della situazione
generale; prenderla come fenomeno isolato significa falsificarla dalla radice. Mi permetter quindi di
discutere con voi i problemi dell'opposizione da questo punto di vista globale, riferendomi
specialmente all'esempio degli Stati Uniti. Voi sapete che io considero l'opposizione studentesca uno
degli elementi decisivi del mondo attuale; non una forza immediatamente rivoluzionaria, come mi 
stato ripetutamente contestato, ma un fattore tra quelli che potrebbero un giorno pi facilmente
trasformarsi in una forza rivoluzionaria. Una delle pi importanti esigenze della strategia di questi anni
 quindi l'instaurazione di rapporti tra le opposizioni studentesche dei vari paesi. Non esiste alcun
collegamento tra l'opposizione studentesca statunitense e l'opposizione studentesca tedesca, anzi non
esiste neppure una efficace organizzazione centrale nell'opposizione studentesca degli Stati Uniti. Noi
dobbiamo lavorare alla creazione di questi rapporti. Affrontando il tema di questa conferenza con
esemplificazioni tratte in gran parte dagli Stati Uniti intendo appunto collaborare alla loro
instaurazione.
In America l'opposizione studentesca fa parte di un'opposizione pi vasta che viene
generalmente definita con il termine di New Left. Devo quindi incominciare indicando, se non altro a
grandi linee, le differenze essenziali tra la nuova sinistra e le vecchie sinistre. In primo luogo questa
nuova sinistra non , ad eccezione di alcuni piccoli gruppi, marxista o socialista in senso ortodosso, ma
 invece caratterizzata da una profonda diffidenza nei confronti di tutte le ideologie e anche di quella
socialista, dalla quale si sente in qualche modo tradita e delusa. Inoltre non si basa affatto (anche qui ad
eccezione di piccoli gruppi) sulla classe lavoratrice come classe rivoluzionaria; anzi la sua
composizione sociale non  neppure chiaramente definibile e consiste di intellettuali, di gruppi
appartenenti al movimento per i diritti civili e di giovani: soprattutto di elementi radicali della giovent
che al primo sguardo non si direbbero neppure una forza politica, come i cosiddetti hippies (sui quali
ritorner tra poco). Fatto molto interessante, questo movimento non conta tra i suoi portavoce alcuna
personalit politica, ma piuttosto poeti e scrittori. Ricordo qui soltanto Allen Ginsberg, che esercita una
grande influenza sulla nuova sinistra americana.
Riflettete per un attimo su questo quadro sintetico e sarete costretti ad ammettere che una simile
situazione non pu non costituire addirittura un incubo per i vecchi marxisti ai quali si presenta ora
una opposizione che non ha pi niente a che vedere con la classica forza rivoluzionaria prevista dal
marxismo; un incubo, per, pienamente rispondente alla realt. Io credo che questa costellazione delle
forze di opposizione, cos poco ortodossa, sia un fedele riflesso della societ autoritario-democratica
basata sul principio della produttivit, della societ a una dimensione, per riprendere una definizione
da me proposta, di una societ cio il cui tratto principale  l'integrazione della classe soggetta su un
terreno molto materiale, molto reale, sul terreno dei bisogni controllati e soddisfatti, che a loro volta
riproducono il capitalismo monopolistico. Risultato di questa costellazione : nessuna necessit
soggettiva di rovesciamento radicale, la cui necessit oggettiva diventa invece sempre pi impellente.
In una situazione di questo genere l'opposizione toma a concentrarsi nei gruppi che rispetto alla
societ esistente possono considerarsi outsiders e pi precisamente: in primo luogo nei sottoprivilegiati,
portatori di bisogni vitali che il pur altamente sviluppato tardo capitalismo non pu e non vuole
soddisfare; in secondo luogo nei privilegiati, portatori di una coscienza e di istinti che spezzano il
condizionamento sociale o per lo meno possono sottrarsene. Alludo a quegli strati sociali che per la
loro posizione e la loro educazione hanno ancora la possibilit di conoscere (peraltro con notevole
difficolt) i fatti e i loro nessi. Questi strati conservano la conoscenza e la coscienza del progressivo
inasprirsi della contraddizione e del costante aumento del prezzo che la cosiddetta societ opulenta fa
pagare alle sue vittime. Troviamo dunque opposizione a questi due poli estremi della societ, che
desidero ora descrivere brevemente.
1. I sottoprivilegiati. Negli Stati Uniti sono sottoprivilegiate le minoranze razziali e nazionali,
ancora largamente non organizzate sul piano politico e divise da antagonismi reciproci (si pensi, ad
esempio, ai gravi conflitti che insorgono nelle grandi citt tra neri e portoricani). In particolare devono
essere considerati sottoprivilegiati i gruppi che non svolgono una funzione decisiva nella produzione e
che secondo Marx non si possono quindi considerare (almeno: non si possono considerare
automaticamente) forze potenzialmente rivoluzionarie. Peraltro, nel quadro generale i sottoprivilegiati,
su cui grava tutto il peso del sistema, costituiscono realmente la base di massa della lotta di liberazione
nazionale contro il neocolonialismo nel Terzo Mondo. Anche qui non esiste alcun effettivo
collegamento tra le minoranze razziali e nazionali delle metropoli capitalistiche e le masse del mondo
neocoloniale, che sono ormai scese in lotta contro questa societ, e che forse gi oggi si possono
considerare come il nuovo proletariato. In quanto nuovo proletariato le masse del Terzo Mondo
costituiscono, a mio parere, la minaccia pi grave all'attuale sistema mondiale del capitalismo. In che
misura la classe operaia dell'Europa di oggi debba ancora essere considerata, o debba tornare a essere
considerata, come uno di questi gruppi sottoprivilegiati,  un problema su cui dovremo discutere a parte
perch il tema della mia attuale conferenza me lo impedisce. Desidero soltanto attirare la vostra
attenzione sul fatto che in questo campo esiste ancora una differenza decisiva: della classe operaia
europea non si pu pi dire, forse (o non si pu ancora dire) ci che andiamo dicendo della classe
operaia americana, cio della sua fondamentale integrazione nel sistema e della estraneit al bisogno di
un radicale rovesciamento.
2. I privilegiati. Sono propenso a suddividere in due sottogruppi anche l'altro campo di
opposizione al sistema tardo-capitalistico. Il primo sottogruppo  quello della cosiddetta nuova classe
operaia1, formata da tecnici, ingegneri, specialisti, scienziati, ecc., che partecipano al processo
produttivo, anche se da posizioni particolari. Grazie alla sua posizione-chiave questo gruppo sembra
rappresentare obiettivamente il nucleo di una forza rivoluzionaria; tuttavia esso  oggi il beniamino del
sistema tardo-capitalistico, di cui  succube sul piano della coscienza. L'espressione nuova classe
operaia  dunque, per lo meno, prematura. Il secondo sottogruppo  rappresentato dall'opposizione
studentesca (a cui dedicher quasi esclusivamente questa relazione), intesa nel senso pi vasto e cio
con l'inclusione dei cosiddetti drop-outs. Anche qui, almeno a quanto posso giudicare, esiste
un'importante differenza tra le opposizioni studentesche americana e tedesca. Molti tra gli studenti
americani che esercitano una opposizione attiva smettono di fare gli studenti per dedicare alla lotta
tutto il loro tempo. In questo esercizio full time dell'opposizione si pu scorgere un pericolo, ma forse
anche un vantaggio. Infatti, contro che cosa  diretta questa opposizione studentesca? In generale il
problema dell'opposizione pu essere affrontato sotto tre diversi aspetti. Il primo riguarda appunto
l'obiettivo contro cui si volge; il secondo le sue forme; e infine il terzo le sue possibili prospettive.
Incominciamo dal primo. Contro che cosa  diretta questa opposizione? La domanda deve
essere presa molto sul serio, perch si tratta di una opposizione contro una societ democratica e ben
funzionante che, almeno normalmente, non si basa sul terrore. Inoltre, questa opposizione lotta contro
la maggioranza della popolazione, inclusa la classe operaia (su questo negli Stati Uniti non abbiamo
alcun dubbio), contro tutta il cosiddetto way of life del sistema, contro la onnipresente pressione di
questo (che con la sua repressiva e distruttiva produttivit degrada, in modo sempre pi disumano, ogni
cosa a merce, facendo della compravendita lo svago e il contenuto della vita), e infine contro il terrore
che regna al di fuori della metropoli. Questa opposizione contro il sistema in quanto tale  stata
scatenata in un primo tempo dal movimento per i diritti civili e in seguito dalla guerra del Vietnam.
Seguendo il movimento per i diritti civili, molti studenti si sono trasferiti dal Nord al Sud del paese per
aiutare i neri a iscriversi nelle liste elettorali e hanno potuto cos scorgere per la prima volta la faccia
che questo libero e democratico sistema presenta laggi, scoprire il comportamento degli sceriffi,
costatare come l'assassinio e il linciaggio dei neri rimangano impuniti anche quando i colpevoli sono
noti. Da questa esperienza traumatica  nata l'attivizzazione politica di studenti e intellettuali in tutti gli
Stati Uniti. Questa opposizione  stata poi rafforzata dalla guerra nel Vietnam. Agli studenti la guerra
del Vietnam ha svelato per la prima volta la natura della societ esistente: la necessit ad essa
connaturata della espansione e dell'aggressione e la brutalit della lotta concorrenziale in campo
internazionale.
Purtroppo non ho tempo per discutere la questione se la guerra nel Vietnam sia o meno una
guerra imperialistica. Mi limito ad alcune brevi osservazioni. Se per guerra imperialistica in senso
tradizionale si intende una guerra per gli investimenti, allora la guerra che gli Stati Uniti conducono nel
Vietnam non pu essere definita tale, sebbene oggi sia ritornata di attualit anche questa ristretta
concezione dell'imperialismo. Nel numero del 7 luglio 1967 di Newsweek si pu leggere, ad
esempio, che la guerra del Vietnam  ormai diventata un affare da 20 milioni di dollari. Se invece 
legittimo applicare una nuova definizione del concetto di imperialismo, non  necessario continuare a
discutere: basta attenersi alle dichiarazioni dei pi importanti esponenti del governo americano. Nel
Vietnam si combatte per impedire che uno dei settori mondiali strategicamente ed economicamente pi
importanti cada sotto il controllo comunista; nel Vietnam si combatte una lotta decisiva contro ogni
altro eventuale tentativo di liberazione nazionale, decisiva perch un successo della lotta di liberazione
vietnamita potrebbe dare il segnale per l'insorgere di lotte analoghe in altre parti del mondo, in regioni
magari assai pi vicine alle metropoli, in cui si trovano giganteschi investimenti. In questo senso il
Vietnam non  assolutamente un qualsiasi affare di politica estera, bens un fatto intimamente connesso
con l'essenza stessa del sistema. Ma se ci  vero, allora questa guerra pu anche segnare una svolta
nello sviluppo del sistema e forse persino l'inizio della sua fine. Il Vietnam infatti ha dimostrato che il
corpo e la volont dell'uomo possono tenere in scacco, con armi rudimentali, il pi efficiente sistema
distruttivo di tutti i tempi; il che costituisce a sua volta un fatto nuovo nella storia del mondo.
Vengo ora alla seconda questione che intendo discutere, e cio al problema delle forme
dell'opposizione. Stiamo parlando di opposizione studentesca, e io vorrei dire subito che non si tratta di
una politicizzazione dell'Universit, perch l'Universit  gi un fatto politico. Basta pensare alla
utilizzazione diretta, nel processo produttivo e nella strategia militare, delle scienze naturali e persino di
una scienza astratta come la matematica; basta pensare al grado di dipendenza finanziaria dal governo e
dalle grandi foundations, in cui si trovano le scienze naturali e anche la sociologia e la psicologia, e ai
servizi resi da queste ultime ai programmi di manipolazione dell'uomo e di controllo del mercato. In
questo senso possiamo dire che l'Universit  gi una istituzione politica e che tutt'al pi si pu parlare
di una sua contro-politicizzazione e non di una sua politicizzazione. Ci che importa  quindi di
elaborare una critica del neutralismo positivistico (che non  affatto neutrale) in riferimento al piano di
studi e al dibattito scientifico. Una delle esigenze principali dell'opposizione studentesca negli Stati
Uniti  una riforma del piano di studi che permetta agli attuali fermenti critici di assumere piena
validit nel quadro del dibattito scientifico e non come semplici fattori di agitazione e di propaganda.
Dove ci non  possibile assistiamo alla fondazione di Universit libere (che qui voi chiamate
critiche), al di fuori dell'Universit, come  avvenuto ad esempio a Berkeley e a Stanford e ora anche
in alcune grandi Universit dell'Est. In queste Universit libere vengono tenuti corsi e seminari su
temi di studio non contemplati, o contemplati in misura inadeguata, dai piani di studio: ad esempio
marxismo, psicanalisi, imperialismo, politica estera della guerra fredda.
Un'altra forma dell'opposizione studentesca  rappresentata dai noti teach-ins, sit-ins, be-ins,
love-ins.
Vorrei soltanto attirare la vostra attenzione su quanto avviene in queste manifestazioni, e cio
sul fatto che la cornice e gli obiettivi dell'opposizione si trasformano: da attivit didattiche condotte
secondo norme critiche e concepite come contro-insegnamento, siamo arrivati (almeno sinora) a
manifestazioni che non si possono definire se non come riunioni esistenziali, come abbandono alla
propria esistenza, come be-in (non dispongo di alcun'altra espressione per definire il fenomeno) oppure
love-in. Dir qualcosa, pi avanti, sul significato di questa trasformazione, perch, a mio parere, in
questi fenomeni si esprime la confluenza tra ribellione politica e ribellione etico-sessuale, che in
America  un importante fattore dell'opposizione. Forme diffuse di opposizione sono poi le
dimostrazioni, dimostrazioni disarmate che non richiedono una ricerca programmatica del confronto di
forze. Cercare lo scontro solo per amore dello scontro non solo  inutile,  anche irresponsabile. Gli
scontri, i confronti violenti ci sono: non occorre andarli a cercare. La ricerca dello scontro finirebbe col
confondere anzich chiarire le ragioni che hanno portato alla nascita di una opposizione. Le occasioni
non mancano: ad esempio ogni nuova escalation nella guerra del Vietnam; le visite dei rappresentanti
della politica guerrafondaia; il picchettaggio (che, come sapete, costituisce una forma particolare
della dimostrazione americana) davanti alle fabbriche produttrici di napalm e di altre armi chimiche. Si
tratta di dimostrazioni organizzate, legali. Ci si pu chiedere (e quanto sto per dire si riferisce ancora
una volta all'America, ma voi vi accorgerete di poterne trarre molto facilmente una indicazione sulla
sua applicabilit alla vostra situazione) se queste dimostrazioni, in s legali, siano oggi occasioni di
confronto con la violenza istituzionalizzata che viene normalmente scatenata contro l'opposizione.
Rispondo di no, che non lo sono, almeno finch si mantengono sul terreno della legalit. E a questo
punto occorre dire qualcosa sulla funzione della polizia in America. Voi non ci crederete, ma ci sono
casi (ai quali ho assistito con i miei occhi) in cui la polizia deve proteggere i dimostranti; anzi, ancora
peggio, deve difenderli dai tentativi di aggressione degli operai. Ma, anche se queste dimostrazioni
rimangono nel quadro della legalit, bisogna subito aggiungere che la violenza istituzionalizzata  in
grado di fissare discrezionalmente i propri confini e di restringere fino ad un minimo soffocante quelli
della legalit, utilizzando leggi riguardanti ad esempio il diritto di stazionare su terreni privati e su
suolo pubblico, le interruzioni del traffico, il disturbo della quiete notturna, ecc. Grazie a questi
espedienti, ci che ieri era legale pu diventare illegale da un momento all'altro; basta, ad esempio, che
una dimostrazione, per il resto assolutamente pacifica, disturbi la quiete notturna o penetri,
volontariamente o meno, in una propriet privata. In questa situazione il confronto con la violenza, con
la violenza istituzionalizzata, sembra inevitabile, a meno di non trasformare l'opposizione in un
innocuo rituale destinato unicamente a mettere in pace la coscienza, a comprovare la sopravvivenza dei
diritti e delle libert nel quadro dell'ordine costituito. Il movimento per i diritti civili ha appunto
sperimentato come la violenza venga esercitata dagli altri e come la legittimit di una resistenza ad essa
venga contestata fin dall'inizio. E' un'esperienza che far anche l'opposizione studentesca, non appena
il sistema se ne sentir minacciato. L'opposizione si trova quindi di fronte alla fatale alternativa:
opposizione come organizzazione rituale, oppure opposizione come resistenza, vale a dire civil
disobedience?
Vorrei dire almeno due parole sul diritto alla resistenza, perch sto scoprendo con stupore
quanto sia debole e poco profonda la consapevolezza che il riconoscimento di questo diritto, e cio del
diritto alla civil disobedience, costituisce uno dei pi antichi e consacrati elementi della civilt
occidentale. L'idea che esista un diritto pi alto del diritto positivo  vecchia come la civilt stessa. Il
conflitto giuridico, davanti al quale si trova qualsiasi opposizione che superi appena la sfera privata,
nasce appunto da questa idea. E infatti l'ordine costituito ha dalla sua il monopolio legale della
violenza e il diritto positivo, anzi il dovere, di esercitare questa violenza a sua difesa. Ma a ci si
oppongono il riconoscimento di un diritto pi alto e il riconoscimento del dovere di resistere come
forza propulsiva dello sviluppo storico della libert, il diritto e il dovere della disobbedienza civile
come violenza potenzialmente legittima. Senza questo diritto di resistenza, senza questo intervento di
un diritto pi elevato contro il diritto esistente, oggi noi ci troveremmo ancora al livello della pi
primitiva barbarie. Secondo me, quindi, il concetto di violenza si presenta sotto due forme diverse:
quella della violenza istituzionalizzata dell'ordine costituito e quella della violenza della resistenza, che
 destinata necessariamente a rimanere illegale rispetto al diritto positivo. Parlare di legalit della
resistenza  un nonsenso. Nessun sistema sociale, neppure il pi libero, pu legalizzare
(costituzionalmente o in altro modo) una violenza che miri a scalzarlo. Ognuna di queste due forme
assolve dunque a funzioni contrarie. Vi  una violenza della liberazione e vi  una violenza della
aggressione. Ed entrambe le forme di violenza sono state forze storiche e rimarranno tali. Fin dal suo
sorgere, l'opposizione si trova dunque sul terreno della violenza. Diritto si oppone a diritto, e non solo
come garanzia astratta ma come azione, laddove per l'ordine costituito si trova a disporre del diritto di
determinare i confini della legalit. Questo conflitto tra i due diritti, tra la violenza istituzionalizzata e il
diritto di resistenza, porta in s il permanente pericolo di uno scontro della violenza con se stessa, e ci
anche se il diritto alla libert viene sacrificato al diritto dell'ordine costituito e se, come sempre accade
nella storia, le vittime sacrificate all'ordine superano per numero le vittime cadute per la liberazione.
Ma ci significa che la predicazione del principio della non-violenza non fa che riprodurre la violenza
istituzionalizzata dell'ordine esistente. Nella societ industriale monopolistica la violenza
istituzionalizzata  concentrata, come non mai in passato, nel potere che permea l'intero corpo sociale.
Cos, il conflitto tra le due violenze  uno scontro tra violenza universale e violenza particolare, nel
quale la violenza particolare ha la peggio fino al momento in cui non riesce a produrre a sua volta un
riassetto generale dell'ordine esistente. Finch l'opposizione non riesce a sviluppare la forza sociale
necessaria a un nuovo processo di generalizzazione, il problema della violenza rimane soprattutto un
problema di tattica. Si tratta cio di stabilire se e in quali casi il confronto con la violenza costituita,
questa sfida della violenza della resistenza destinata ad avere inevitabilmente la peggio, possa
modificare il rapporto di forze a vantaggio dell'opposizione.
Nella discussione di questo problema compare assai spesso un argomento assolutamente
insostenibile: e cio che i confronti di questo genere provocano il rafforzamento dell'altra parte,
dell'avversario. In effetti, ogni attivizzazione dell'opposizione produce sempre e comunque un simile
rafforzamento, anche se si rinuncia al confronto. Si tratta dunque di fare in modo che esso si limiti a
una fase transitoria, superata la quale la valutazione della situazione dipender dall'occasione dello
scontro e specialmente dal successo di un sistematico lavoro di chiarificazione e di organizzazione
della solidariet. Permettetemi di portare ancora un esempio tratto dagli Stati Uniti. L'opposizione
americana sente la guerra contro il Vietnam come un'aggressione alla libert di tutta la comunit, come
un'aggressione a cui bisogna contrapporre il diritto alla difesa totale. Ma la maggioranza della
popolazione appoggia il governo e sostiene la guerra, mentre l'opposizione abbandona la forma legale
e si sviluppa spontaneamente in civil disobedience, nel rifiuto di compiere il servizio militare e nella
sua organizzazione. Questo rifiuto  gi illegale e contribuisce a inasprire la situazione. Le
dimostrazioni diventano sempre pi sistematiche e vengono accompagnate da un'opera di
chiarificazione tra la popolazione. E' il cosiddetto community work, che gli studenti compiono
portandosi nei distretti poveri e poverissimi per richiamare l'attenzione della popolazione sui suoi
interessi e sulla necessit di eliminare le pi appariscenti deficienze sociali (ad esempio la mancanza di
sia pure elementari attrezzature igieniche), e per incominciare se non altro ad organizzarne le
rivendicazioni tentando contemporaneamente di risvegliarne la coscienza politica. Questo lavoro si
svolge attraverso una sorta di pellegrinaggio porta a porta (come la famosa
door-bell-ringing-campaign) per discutere la situazione reale con le massaie e, se  in casa, anche con
il capofamiglia, e riveste una particolare utilit nei periodi precedenti le elezioni. Sottolineo
l'importanza della discussione con le donne poich  risultato, come del resto ci si doveva aspettare,
che in genere le donne sono ancora pi accessibili degli uomini alle ragioni umane, grazie al loro
meno integrale inserimento nel processo repressivo della produzione. Questo lavoro di chiarificazione 
terribilmente faticoso, terribilmente lento e terribilmente difficile, n possiamo ancora sapere se avr
successo. Un eventuale successo lo si potr misurare ad esempio dal numero di voti che i cosiddetti
candidati della pace riusciranno a raccogliere nelle elezioni locali, poi in quelle statali e infine in
quelle nazionali. Ma io credo che le prospettive non siano molto favorevoli.
Una recentissima forma di opposizione  rappresentata da una nuova inclinazione verso la
teoria, fenomeno particolarmente interessante perch, come ho gi avuto occasione di sottolineare, la
nuova sinistra  partita da un totale disprezzo per le ideologie. Io credo che ci si incominci a rendere
conto sempre pi chiaramente della necessit di sottoporre a una direzione teorica gli sforzi tendenti a
modificare il sistema. Negli Stati Uniti e nell'opposizione studentesca oggi non assistiamo soltanto al
tentativo di scavalcare l'abisso tra la vecchia e la nuova sinistra, ma anche al tentativo di elaborare una
teoria critica; ad esempio la SDS americana (Students for a Democratie Society) lavora a una teoria
della trasformazione sociale, alla quale verr data la massima diffusione possibile attraverso tutta una
serie di pubblicazioni.
Altro aspetto recentissimo dell'opposizione  infine una particolare dimensione della protesta,
che consiste in una unificazione di ribellione etico-sessuale e ribellione politica. Voglio darvene un
esempio raccontandovi un episodio al quale ho assistito personalmente. Si tratta di un caso niente
affatto isolato e che vi potr fornire il senso preciso della differenza tra quanto succede negli Stati Uniti
e quanto succede qui. L'episodio che sto per raccontarvi si  verificato nel corso di una tra le pi grandi
dimostrazioni contro la guerra del Vietnam che abbiano avuto luogo a Berkeley. La polizia aveva bens
autorizzato la dimostrazione ma aveva proibito l'obiettivo della dimostrazione stessa, e cio la base
militare di Oakland. Al di l di un punto molto preciso la dimostrazione sarebbe dunque diventata
illegale, avrebbe urtato contro un particolare divieto. E infatti, giunti in prossimit della zona vietata, il
migliaio di studenti si imbatt in una barriera di poliziotti, schierati su circa dieci file, in uniforme nera,
armati di tutto punto e con gli elmetti di acciaio. In testa al corteo che si avvicinava a questa barriera di
poliziotti vi erano, come sempre, dei giovani che gridavano di non fermarsi e spronavano a rompere il
cordone (tentativo che naturalmente si sarebbe concluso con qualche testa rotta e senza alcun risultato
positivo). Lo stesso corteo di dimostranti aveva per creato un proprio sbarramento, che i pi agitati
avrebbero dovuto rompere per potersi avventare su quello della polizia. Come era naturale, lo
sfondamento non avvenne. Dopo due o tre angosciosi minuti i mille e mille studenti si sedettero sulla
strada. Spuntarono le chitarre e le armoniche a bocca, inizi il petting, le carezze amorose, e la
dimostrazione fin cos. Voi troverete magari ridicolo questo episodio. Secondo me invece l'unit tra
ribellione politica e ribellione etico-estetica, creatasi in modo del tutto spontaneo e anarchico, non
manc forse di esercitare un suo effetto persino sugli avversari.
E ora poche parole sulle prospettive dell'opposizione. Per prima cosa permettetemi di dichiarare
ancora una volta che non ho mai considerato (come qualcuno ha affermato per equivoco) l'opposizione
intellettuale come una forza gi in s rivoluzionaria, o gli hippies come gli eredi del proletariato. Anzi,
io credo che non si possa vedere alcuna seria minaccia rivoluzionaria al sistema tardo-capitalistico
neppure nei fronti di liberazione nazionale dei paesi in via di sviluppo. Tutte le forze di opposizione
servono oggi alla preparazione e solo alla preparazione, peraltro indispensabile, di una possibile crisi
del sistema; alla quale i fronti di liberazione nazionale appunto concorrono, e non solo con la lotta
militare, ma anche con la riduzione dello spazio economico e politico del sistema. Durante la
preparazione, e nella eventualit, di una simile crisi anche la classe operaia pu venir radicalizzata
politicamente. Noi per non ci dobbiamo nascondere che in questa situazione non  ancora affatto
chiaro se la radicalizzazione politica avverr su posizioni di destra o di sinistra. Il pericolo acuto del
fascismo o del neofascismo (e il fascismo  sempre, per sua essenza, un movimento di destra) non 
ancora affatto scomparso.
Ho parlato della possibilit, dell'eventualit di una crisi del sistema. E' ovviamente necessario
esaminare, una per una, le forze che devono concorrere a provocarla. Io credo che questa crisi debba
essere considerata come il risultato della convergenza di disparate tendenze soggettive e oggettive, di
natura economica, politica e morale, presenti sia in Oriente che in Occidente. Si tratta di forze non
ancora solidamente organizzate, che non dispongono di una base di massa nei paesi del tardo
capitalismo; e in tali circostanze a me pare che il compito pi urgente dell'opposizione sia anzitutto di
adoperarsi per liberare le coscienze al di fuori del nostro ambiente.
Oggi, infatti, la posta in gioco  la vita di tutti, mentre coloro che Veblen ha chiamato
underlying population sono realmente dei sudditi. Occorre risvegliare la coscienza dell'orrore politico
di un sistema in cui potenza e capacit di pressione crescono assieme alla minaccia dell'annientamento
totale, di un sistema che utilizza le forze produttive disponibili per riprodurre lo sfruttamento e
l'oppressione e che, a difesa della sua ricchezza, dissemina il cosiddetto mondo libero di dittature
militari e poliziesche. La presenza di un sistema totalitario nell'altro campo non pu in alcun modo
giustificare questa politica. Molte cose si possono e si debbono dire contro questo sistema totalitario,
non per che sia espansionista e aggressivo; mentre  doveroso riconoscere che esso  ancora imposto
dalla scarsit delle risorse e dalla povert (il che non toglie nulla alla necessit di combatterlo: ma da
sinistra).
Per la liberazione della coscienza di cui ho parlato occorre dun-que qualcosa di pi della
discussione. Al livello che abbiamo raggiunto occorre inevitabilmente la dimostrazione, nel senso
letterale della parola, e cio la capacit di mostrare come in questo movimento operi l'uomo nella sua
integrit e si annunci la sua volont di vita, vale a dire la sua volont di vivere nella pace. E se pu
essere dannoso per noi coltivare illusioni, altrettanto e forse pi dannosa pu risultare la predicazione
del disfattismo e del quietismo, dai quali il sistema non pu che trarre giovamento. Un fatto: noi ci
troviamo di fronte ad un sistema che sin dall'inizio del periodo fascista ha ripudiato l'idea stessa di
progresso e che ancora oggi continua a ripudiarla con le proprie azioni, un sistema le cui contraddizioni
interne tornano sempre a manifestarsi in guerre disumane e non necessarie e la cui crescente
produttivit  crescente distruzione e crescente dissipazione. Un simile sistema non  invulnerabile. E
infatti in tutti gli angoli del mondo esso si sta gi armando contro l'opposizione e persino contro
l'opposizione dell'intelligenza. Noi possiamo anche non vedere gli effetti positivi della nostra azione di
resistenza, ma dobbiamo continuare ad esercitarla per poter ancora lavorare da uomini ed essere felici.
Non si pu pi essere felici, non si pu pi esercitare un lavoro umano rimanendo legati al sistema.
1. Cfr. a questo proposito SERGE MALLET, ha nouvelle classe ouvrire, Paris 1963 [trad. it.
La nuova classe operaia, Torino 1967].
Dibattito
DOMANDA - Lei ritiene che il proletariato del Terzo Mondo sia la forza pi importante tra i
diversi gruppi di opposizione or ora descritti, insomma la forza che potrebbe scuotere il sistema
imperialistico. Orbene, io continuo a vedere una frattura tra la sua teoria e il problema dei paesi
sottosviluppati. Se si parte dalla premessa che nel quadro del sistema capitalistico globalmente
considerato la maggior forza rivoluzionaria sia il Terzo Mondo, quest'ultimo deve trovare una precisa
collocazione nello schema teorico. Nella sua esposizione io non ho colto questo rapporto, e del resto
nell'Uomo a una dimensione lei stesso ha ammesso che la teoria soffre di un vuoto per la mancanza di
un nesso dialettico con la pratica. Personalmente sono convinto che si possa superare questa
contraddizione tra teoria e pratica solo fissando una gerarchia dei problemi di lotta del Terzo Mondo.
Non basta affermare che l'opposizione studentesca rappresenta una forza nelle metropoli, per poi
giudicarla impotente su un altro piano perch priva di una base di massa. In realt l'opposizione
studentesca deve riuscire a fare del Terzo Mondo e della sua prassi rivoluzionaria la propria base di
massa.
MARCUSE - Nella realt obiettiva questo collegamento  gi in atto. Anzi, io parto appunto
dalla premessa che nella situazione attuale non vi sia pi un'area esterna al capitalismo e che persino le
societ socialiste e comuniste siano oggi legate al capitalismo in un sistema mondiale ormai unito per la
vita e per la morte. Possiamo quindi parlare di un'area esterna al capitalismo solo in senso molto
relativo. Presi in se stessi, i movimenti di liberazione nazionale del Terzo Mondo non rappresentano
ancora una forza rivoluzionaria sufficiente a rovesciare il sistema del tardo capitalismo. Una simile
forza rivoluzionaria pu scaturire soltanto da una confluenza tra il potenziale in via di formazione nei
centri del tardo capitalismo e il Terzo Mondo. Produrre questa confluenza  in effetti uno dei compiti
pi ardui.  facile sostenere che l'opposizione degli intellettuali ha o deve trovare la sua base di massa
nei fronti di liberazione nazionale del Terzo Mondo. Nella realt per bisogna risolvere il problema
della creazione di questo collegamento, problema che non abbiamo neppure incominciato ad affrontare.
Gli ostacoli che si frappongono a questa soluzione sono molto seri. A prescindere dalle difficolt
dovute alla distanza, esistono ad esempio difficolt dovute alla lingua, alla totale diversit di cultura
ecc., che costituiscono nuovi elementi di cui teoria e prassi devono tenere conto.
Una effettiva forza rivoluzionaria pu nascere, secondo me, solo da una convergenza tra i
processi in atto nel Terzo Mondo e le energie che esplodono nei centri pi altamente sviluppati.
DOMANDA - L'opposizione studentesca deve fronteggiare due accuse, una di destra e una di
sinistra. Da destra si imputa agli studenti di non essere socialmente integrati, e di tendere a trasferire
sulla societ le frustrazioni derivanti da questa condizione. In effetti, nei dibattiti che si svolgono qui a
Berlino sul Kurfrstendamm, abbiamo assistito spesso alla comica scena di studenti che tentavano di
spiegare a impiegati e operai come e perch a loro mancasse qualcosa, sentendosi rispondere: Non
capisco. Tutto sommato per me le cose vanno bene. Del resto lei stesso sapr come sia difficile
dimostrare a un lavoratore quali siano i suoi veri interessi nei confronti del Vietnam, specialmente in
America dove la guerra permette agli operai di guadagnare di pi. A quale altro sostegno pu dunque
aggrapparsi l'opposizione studentesca se non al Terzo Mondo? La nostra protesta, le nostre emozioni
dipendono dal fatto che laggi vengono bruciati esseri umani, e tuttavia mi sembra poco ammissibile
servirsi di argomenti umanitari quando  la stessa umanit che ha creato il terrore.
MARCUSE - Considero estremamente pericolosa la tesi che oggi non si possa pi operare sulla
base di argomentazioni umanitarie. Vorrei porre a voi tutti una domanda. Se escludo dai miei
argomenti qualsiasi ragionamento umanitario, su quale base posso poi oppormi attivamente al sistema
tardo-capitalistico? Operando unicamente nella sfera della razionalit e escludendo
programmaticamente il ricorso a concetti storicamente trascendenti, vale dire a negazioni del sistema
(perch il sistema non  umano e le idee umanitarie fanno parte delle negazioni del sistema), lei non
riuscir a rispondere a una domanda peraltro decisiva: che cosa c' di tanto orribile in un sistema che
continua a espandere la ricchezza sociale in misura tale da assicurare a strati di popolazione un tempo
condannati alla povert e alla miseria il possesso dell'automobile, della televisione e della villetta
familiare? Che cosa c' di tanto cattivo in questo sistema da spingerci ad assumere il rischio immenso
di predicare il suo rovesciamento? Se lei si accontenta di considerazioni di questo genere, se lei esclude
tutti gli altri argomenti, non andr molto avanti. Noi dobbiamo restaurare una verit che abbiamo
dimenticata durante il periodo fascista o (e ci vale specialmente per voi che siete nati dopo il primo
periodo fascista) che non  ancora stata chiaramente assimilata dalle coscienze: gli argomenti umanitari
e morali non sono soltanto ideologie menzognere: possono e devono diventare fondamentali forze
sociali. Ove decidessimo di escludere questa verit dalle nostre argomentazioni, impoveriremmo a tal
punto le nostre tesi da rimanere disarmati di fronte ai pi forti argomenti dei difensori dell'ordine
stabilito.
DOMANDA - Poniamo il caso che l'opposizione americana riesca ad avere ragione della
violenza attualmente al potere: come dovrebbe essere secondo lei il lavoro costruttivo dell'opposizione,
che a quel punto non sar pi opposizione ma la forza depositaria della violenza statale?
MARCUSE - Lei intende chiedere come io mi rappresenti, nelle circostanze date, la costruzione
di una societ libera? Una risposta a questa domanda richiederebbe ore intere. Dir solo una cosa: non
 lecito pensare che un eventuale successo dell'opposizione studentesca sia sufficiente a far talmente
maturare la situazione da consentirci di impostare il problema della costruzione di una societ libera. Se
rimarr isolata, se non riuscir ad evadere dalla propria cerchia ristretta, se non riuscir a mobilitare gli
strati che per la loro stessa posizione nel processo produttivo della societ sono destinati a svolgere una
funzione decisiva nel rovesciamento, l'opposizione studentesca svolger unicamente un ruolo
secondario.  bens possibile considerare l'opposizione studentesca come nucleo centrale, come
epicentro, del processo di rovesciamento; tuttavia, rimanendo chiusi in questo nucleo centrale non ci
sar rovesciamento. L'opposizione studentesca ha tutte le possibilit di uscire dall'ambito ristretto in
cui ancora oggi si trova confinata e di trasformare nuovamente il termine intellettuale (intellettuale
borghese) da appellativo spregiativo in titolo d'onore; ma per realizzare queste possibilit dovr
rompere il suo involucro o allargarlo a tal punto da inglobare forze capaci di lavorare materialmente e
intellettualmente al rovesciamento.
Tenter di essere concreto. Se ho capito bene quanto lei ha detto, la domanda riguarda la
possibilit di pensare in termini positivi. Ebbene, mi dispiace, ma continuo a credere ancora e sempre
nella forza della negazione; e anzi mi sembra che stiamo arrivando troppo presto e prematuramente al
positivo.
Nella mia conferenza ho accennato ai possibili compiti degli studenti e in primo luogo alla
necessit di smascherare l'assurdit di certe domande. Coloro che continuano a porle dimostrano di non
avere ancora capito dove si annidino la menzogna, la falsit e l'orrore della societ in cui vivono, e
devono quindi essere aiutati a scoprirlo. I passi successivi sono molto diversi a seconda che si abbia di
fronte una societ o un settore in cui vige un regime democratico come quello degli Stati Uniti
oppure come quello di Berlino. Nell'uno e nell'altro caso i passi da compiere saranno molto diversi.
Negli Stati Uniti, ad esempio, considererei come un fatto costruttivo, come un successo
dell'opposizione, la fine della guerra nel Vietnam con il ritiro delle truppe americane. Un esito di
questo genere non avrebbe ancora nulla a che fare con la costruzione di una societ socialista, ma
sarebbe un passo estremamente positivo da cui si potrebbe partire per conseguire altri successi. Negli
Stati Uniti, se lei dice oggi: ci che noi vogliamo  il socialismo, l'espropriazione della propriet
privata dei mezzi di produzione e un controllo della collettivit, tutti le voltano le spalle. Ci non
significa naturalmente che l'idea del socialismo sia sbagliata, al contrario; ma significa che non siamo
ancora assolutamente riusciti a risvegliarne la coscienza, a far capire in che cosa consista e come la sua
realizzazione sia necessaria per impedire la rovina dell'umanit.
DOMANDA - Nella sua conferenza i problemi sono comparsi solo alla fine, con la questione
dell'esistenza o meno di una qualche prospettiva di realizzare ci che vogliamo. Lei ha concluso
affermando che dobbiamo in ogni caso continuare a lottare per poter continuare a lavorare da uomini ed
essere felici, giacch in questo sistema entrambe le cose sono impossibili. Io sono pienamente
d'accordo con la sua analisi, solo non vedo come si possa realizzare una cosa di cui la massa dei
lavoratori e della popolazione lavoratrice dei paesi industrializzati non sente in genere alcun bisogno.
Mentre, da un lato, questo bisogno deve ancora essere risvegliato, si pu esser certi, dall'altro, che la
societ attuale non star con le mani in mano, appena si senta realmente minacciata, e che reagir
perci alla sfida con una repressione ancora pi totale e violenta.
Lei ha parlato di quietismo, e io ho l'impressione che in rapporto a questo problema il suo
saggio sulla tolleranza repressiva abbia generato qualche equivoco, perch ogni tolleranza  in effetti
repressiva. Ho avuto qui occasione di notare come molte opinioni che si muovono sul terreno delle sue
analisi tendano poi, a ben guardare, a negarne le conseguenze, o perch non le prendono sul serio o
perch le mettono immediatamente a tacere. Secondo me  un fatto che invita a riflettere, e io non so se
sia legittimo sbarazzarsene con il ricorso al termine quietismo, come qui molti fanno e come lei
certamente non fa. In questo dibattito si tende inoltre a semplificare un po' le cose, forse per la
mancanza di un confronto diretto con un'altra posizione, anch'essa critica nei confronti del sistema ma
tuttavia diversa (quale potrebbe essere ad esempio la posizione di Habermas, che mi auguro possa
essere ascoltata). Per me il problema riguarda ci che viene dopo l'analisi, vale a dire quello che
bisogna fare.
MARCUSE - Quanto al problema della realizzazione, lei non riesce a vedere come possa essere
rovesciato un sistema saldo e compatto come questo, visto che alla pi lieve minaccia far ricorso a
tutta la sua potenza. Ma se le cose stessero realmente cos vorrebbe dire che il nostro  il primo sistema
sociale della storia destinato a durare eternamente. Io credo invece che gi oggi le crepe siano
abbastanza profonde e soprattutto che le contraddizioni interne del sistema siano attualmente pi forti
di quanto non siano mai state. E alludo:
1)    alla contraddizione tra l'immensa ricchezza sociale da un lato, e la sua utilizzazione
repressiva e distruttiva dall'altro;
2)    alla tendenza verso l'automazione che il capitalismo  costretto a seguire onde salvare
l'accumulazione allargata. L'automazione tende a escludere la forza-lavoro fisica dal processo
produttivo e perci, come gi Marx ha notato, non  compatibile, nel tempo lungo, con la
conservazione del capitalismo.
Non  dunque legittimo parlare di una invulnerabilit del sistema.
Io spero che nel mio saggio sulla tolleranza non vi sia alcuna affermazione da cui si possa
dedurre un mio rifiuto di ogni tolleranza. Un tale rifiuto mi sembra cos assurdo che non riesco a capire
come sia potuta nascere una interpretazione di questo genere. Intendevo invece dire (e l'ho anche detto)
che esistono movimenti, di ordine sia propagandistico sia pratico, dai quali ci si pu aspettare con
sicurezza un rafforzamento della repressione e della distruzione, e che questi movimenti non
dovrebbero essere tollerati da un regime democratico. Ecco un esempio classico: io credo che se la
repubblica di Weimar non avesse tollerato il movimento nazista, almeno a partire dal momento in cui
questo rivel la sua natura (cosa che fece assai presto), se non gli avesse permesso di godere i benefici
della democrazia, noi non avremmo sperimentato le atrocit della seconda guerra mondiale e gli altri
orrori. E' senza dubbio possibile trovare un criterio di valutazione che ci consenta di affermare: ecco,
questi sono movimenti che non dobbiamo tollerare se vogliamo realmente contribuire al miglioramento
e alla pacificazione della vita umana. Ma da questo a dire che io ritengo la tolleranza un male in s, ce
veramente di mezzo il mare. Si tratta anzi di una interpretazione che semplicemente mi sconcerta.
Rispondo ora alla seconda domanda. Oggi noi ci troviamo di fronte al problema della obiettiva
necessit di modificare la societ, laddove per il bisogno di questa trasformazione non viene sentito
proprio dagli strati sociali che un tempo erano considerati come i suoi classici portatori. La prima cosa
da fare  dunque rimuovere i meccanismi che soffocano questo bisogno, il che presuppone a sua volta il
bisogno della rimozione stessa. Si tratta di una dialettica dalla quale non mi sembra possibile uscire.
DOMANDA - In questa Universit non  mai stato messo a tacere nessuno, tranne
l'ambasciatore del Sud-Vietnam. Ma neppure quella volta si  avuto un dibattito fiacco.
Lei ci ha descritto molto chiaramente l'integrazione della classe lavoratrice americana, ci ha
mostrato il processo di sviluppo delle forze produttive e il mutamento delle condizioni di vita della
classe lavoratrice e dei suoi rapporti con il processo produttivo. Infine lei ha accennato alla possibilit
che determinati strati sociali, o una classe intera, possano svolgere in Europa una funzione pi
importante di un tempo nel processo di espansione e di preparazione dell'opposizione. Secondo lei, lo
sviluppo non uniforme del capitale ha lasciato in Europa residui, o elementi vitalizzagli, insomma
settori della classe lavoratrice che possano essere utilizzati nella preparazione della nostra opposizione?
Oppure ritiene che un simile tentativo si ridurrebbe a un semplice cerotto di consolazione per una
Europa ormai priva di ogni importanza nell'attuale contesto teorico? Ripeto la domanda in termini pi
precisi: dato il livello raggiunto anche in Europa dalle forze produttive, dato il livello attuale del
sistematico, funzionale e fisico annientamento di capitale, pu ancora aver luogo una riattivazione della
classe operaia come classe? Oppure ci troviamo in un processo di sviluppo storico tendente non pi alla
rivoluzione proletaria ma alla rivoluzione umana? In quest'ultimo caso la totalit degli uomini delle
metropoli dovrebbe essere considerata d'ora in avanti come potenzialmente rivoluzionaria perch lo
sviluppo delle forze produttive avrebbe provocato addirittura un esautoramento funzionale della classe
capitalistica e richiederebbe la delega delle funzioni del capitale a elementi non-capitalistici. Oggi il
contrasto tra capitale e lavoro salariato non sarebbe pi il contrasto tra classe proletaria e classe
capitalistica, ma, come Marx ha dimostrato nella Miseria della filosofia, il contrasto tra forza-lavoro
viva e forze produttive estraniate, autonomizzate e sottratte al controllo degli uomini, forze produttive
che noi dovremmo ricondurre sotto il nostro controllo e di cui dovremmo riappropriarci in termini
collettivi. Quindi, la futura rivoluzione non potrebbe pi avere un carattere proletario, e cio di una
pars pro toto, bens umano, come rivoluzione universale contro il sistema.
MARCUSE - Mentre la tradizione politica della classe operaia europea sembra essere ancora
assai forte, almeno in alcuni paesi europei, in America, dove pure esisteva,  ora spenta.
Ma, a prescindere dal concetto assai vago di tradizione politica, la risposta alla sua domanda
dipende dalla possibilit di rispondere a un altro interrogativo.
Le tendenze che si stanno oggi affermando negli Stati Uniti e che gi vi dominano, finiranno col
prendere il sopravvento anche in Europa in modo da soffocare tutte le controtendenze che potrebbero
ancora ispirarsi alla tradizione politica della classe lavoratrice * europea? Dipende dal punto in cui
subentrer l'attivizzazione, l'attivizzazione politica. Se quest'ultima subentrer verso la fine del
processo di americanizzazione, molto probabilmente non si potr pi parlare, neppure in Europa, di un
ruolo rivoluzionario della classe operaia come tale. Se invece subentrer in una situazione in cui il
capitalismo europeo, con i suoi vari stadi di sviluppo, si distinguer ancora nettamente dal capitalismo
americano, le probabilit di successo saranno maggiori. Il problema : l'economia europea, l'economia
capitalistica europea, seguir in tutto e per tutto le tendenze di quella americana? La penetrazione
economica americana in Europa far altri progressi o potr essere bloccata ad un determinato livello?
DOMANDA - Condivido l'opinione di chi considera l'opposizione studentesca, almeno nella
sua forma attuale, esclusivamente come stadio preparatorio di qualcosa che non possiamo ancora
concretamente definire. Mi sembra per che l'esposizione che lei ci ha fatto abbia indicato una
possibile funzione di questa opposizione studentesca in quanto preparazione a ci che lei ha definito
(vagamente e a ragione) l'eventualit di una grande crisi del sistema capitalistico. Questa eventualit 
stata da lei definita come una speranza e al tempo stesso un timore, perch non si pu escludere
l'ipotesi che nel corso della crisi lo strato subalterno (la classe operaia) si lasci politicizzare, anche
questa volta, pi su posizioni di destra, e cio in senso fascista, che su posizioni di sinistra, e cio in
senso socialista. E' la questione pi inquietante. La possibilit che la massa si mobiliti su posizioni
fasciste  un argomento di grande importanza strategica, e viene spesso utilizzato da coloro che
vogliono metterci in guardia da sortite troppo audaci per evitare il rischio di contraccolpi di destra.
Io non credo alla possibilit che le masse delle metropoli si mobilitino su posizioni di destra.
Nel 1933 per ottenere questa mobilitazione delle masse ci volle una crisi economica di intensit sino ad
allora sconosciuta e non prevedibile, che si abbatt inoltre su una societ non ancora omogenea come
quella attuale. Nella societ di allora esistevano ancora relitti del processo di assestamento sociale,
definibili sul piano sociologico come residui dell'epoca feudale e del capitalismo concorrenziale,
mentre la posizione dominante della borghesia era ancora politicamente e economicamente incerta.
Oggi invece, anche nella Germania occidentale e non solo in America, abbiamo a che fare con una
societ relativamente omogenea. Inoltre non esiste nessuna seria prospettiva di una crisi, di cui neppure
l'automazione sembra essere un indizio. L'esperienza keynesiana di questi ultimi trentaquattro anni
(che ha permesso di domare in un certo modo la ribellione oggettiva delle forze produttive contro i
rapporti di produzione, magari con una certa caduta del tasso di sviluppo) e l'esperienza soggettiva di
questo periodo (che ci dimostra ancora una volta come la scienza, nella sua componente umana, possa
essere ridotta a forza produttiva, a intelligenza e capacit private di ogni facolt critica) ci consentono
di prevedere che i nostri amici capitalisti potranno risolvere il problema della automazione. E ci
sebbene dietro a questa teoria della crisi si nasconda ancora un residuo della classica teoria
dell'imperialismo, secondo la quale le possibilit di valorizzazione del capitale dipendono ancora, e in
misura decisiva, dalla possibilit di valorizzare nel Terzo Mondo il capitale accumulato. Ma anche
questa  una teoria molto problematica, come del resto le speranze che ne derivano.
Dunque, da un lato la crisi probabilmente non ci sar; dall'altro le possibilit di una
mobilitazione di destra delle masse metropolitane non devono essere sopravvalutate, perch la
popolazione schierata contro di noi non ha ancora alcuna intenzione di intervenire. Ma forse i nostri
avversari sono solo le istituzioni, forse le forze umane che possono essere mobilitate nella societ non
appartengono alla parte avversa ma tendenzialmente alla nostra.
MARCUSE - Tendenzialmente appartengono tutte a noi. Ma siamo in grado di trasformare
questa tendenza in un fatto concreto?
Il nuovo fascismo, quando arriver, sar molto diverso dal vecchio: la storia non si ripete con
tanta semplicit. Per quanto riguarda l'America, ad esempio, lo sviluppo del fascismo potrebbe
avvenire attraverso un rafforzamento dei gruppi che lottano per lo smantellamento delle residue libert
civili e politiche in modo da costringere il Congresso ad istituire una efficace legislazione repressiva. In
sostanza non  necessario che la base di massa scenda per le strade dopo una crisi economica; basta che
le masse sostengano sempre pi attivamente la tendenza a una riduzione progressiva dello spazio
democratico, in modo da rendere sempre pi debole l'opposizione.
Mi si rinfaccia sempre di essere terribilmente pessimista. Devo dire per che dopo aver sentito
lei mi sembra di essere uno sconsiderato ottimista, uno che da tempo abbia abbandonato il terreno della
realt. In ogni caso non posso pensare che neppure il migliore tra i sistemi capitalistici sia in grado di
durare eternamente. Le sue osservazioni sulla automazione sono giuste solo se si isola questa tendenza
dalle altre tendenze sociali che possono farne una forza eversiva: per esempio, in primo luogo dal
processo di chiarificazione delle coscienze; in secondo luogo dall'assunzione di un atteggiamento
responsabile da parte della nuova classe lavoratrice e cio della classe dei tecnici, degli ingegneri,
degli scienziati, ecc.; in terzo luogo dalla decomposizione psicologico-morale, che a sua volta  una
delle ragioni per cui, a mio avviso, la morale non  pi ormai soltanto ideologia; e in quarto luogo dalla
presenza di un Secondo Mondo, del quale questa sera non abbiamo ancora parlato, e cio dal peso del
blocco sovietico e della sua sempre pi accanita concorrenza economica con il capitalismo. Queste
forze devono essere tenute in considerazione.
DOMANDA - Lei ritiene che nel mondo attuale non si debba tentare di concretizzare a livello
particolare la negazione dell'ordine esistente? Qui, a Berlino, ci siamo ripetutamente imbattuti in
questo problema, e Habermas e gli esponenti sindacali ci hanno pi volte risposto: in fondo
distruggendo il sistema perdete qualcosa.
La concreta costruzione del sistema alternativo non ha dunque alcuna funzione? E se non ce
l'ha, non corriamo il pericolo di rimanere permanentemente minoranza, vale a dire opposizione, e di
venir discriminati come tali? Nella rivoluzione mondiale socialista, qual  la reale funzione, non delle
classi lavoratrici, ma degli schieramenti? Se non lo sappiamo (il che mi sembra emergere in tutta la sua
esposizione), fino a che punto dobbiamo essere tolleranti nei confronti dei riformisti, dei revisionisti,
che in Germania sono accusati di socialdemocratismo? Hanno costoro una funzione positiva
nell'ambito della trasformazione di cui lei ha parlato?
MARCUSE - Comincer col risponderle sul problema dell'alternativa concreta. Come voi
formuliate questa questione qui a Berlino lo ignoro perch mi trovo nella vostra citt da troppo poco
tempo; ma se questa domanda ci venisse posta in America i miei studenti ed io risponderemmo: si tratta
ad esempio di creare una situazione in cui non dovrete pi mandare i vostri figli a fare le vittime
sacrificali nel Vietnam; si tratta di creare una societ nella quale i neri e i portoricani non vengano pi
trattati come cittadini di seconda classe, ammesso che oggi vengano trattati come cittadini; si tratta di
creare una situazione in cui non siano soltanto pi i figli dei benestanti a godere di una educazione
superiore, ma tutti. E potremmo anche indicare i passi da compiere per creare una situazione di questo
genere. Lei forse non considera ancora queste risposte come proposte positive. Io invece dico che sono
di ordine positivo, che costituiscono una alternativa, specialmente per chi  particolarmente colpito da
quanto accade nel Vietnam.
Io credo che ogni equiparazione della societ sovietica alla societ tardo-capitalistica sotto
l'etichetta di societ industrialmente sviluppate sia inadeguata o per lo meno non esprima le tendenze
di fondo; noto per una collaborazione, ben altrimenti importante di quella determinata da una
temporanea Realpolitik, tra Stati Uniti e Unione Sovietica, una collaborazione che non sembra
conciliabile con una posizione teorica marxista, in quanto riflette una tale convergenza di interessi da
parte dei paesi ricchi (in opposizione a quelli poveri) da accomunare i due grandi Stati al di l di ogni
differenza tra societ capitalistica e societ socialista.
Quanto al problema del socialismo come alternativa, in America si continua a sentire sempre lo
stesso ritornello: se questa  la vostra alternativa, allora noi non vogliamo averci nulla a che fare.
Qualunque cosa si possa dire contro la societ attuale, non vi  dubbio che nei nostri paesi si sta
meglio che nell'Unione Sovietica e negli altri paesi socialisti, ed  difficile far capire alla gente che
quanto avviene laggi non  affatto socialismo. Esistono effettivamente vasti strati di popolazione con i
quali  inutile discutere. Parlare con certa gente significa sprecare tempo ed energie; ma ci non
significa che si debba diventare intolleranti, non significa che a costoro si debba tirare qualcosa sulla
testa; significa soltanto che bisogna evitare di discutere, il che non  affatto un atteggiamento
intollerante, ma semplicemente un risparmio di energie.
Il problema  infatti di concentrare il nostro tempo e le nostre forze sui gruppi e sugli strati
sociali in cui si pu presumere una predisposizione ad ascoltare e a pensare. In questo caso un lavoro di
chiarificazione  ancora realmente possibile. Non bisogna invece procedere a tentoni, perch
l'indottrinamento  gi andato troppo oltre.
DOMANDA - Vorrei ritornare sulla definizione di revisionismo a cui si  accennato nella
domanda precedente. Secondo me  revisionista chi accetta le istituzioni esistenti pensando di poter
cambiare qualcosa di questa societ. Orbene, gran parte degli studenti pensa invece di dover costituire
un'opposizione antiistituzionale e extraparlamentare.
MARCUSE - Occorre individuare anche altre differenze decisive e fare distinzioni non meno
importanti. Mi permetter, una volta tanto, di parlare a titolo personale. Se per revisionismo lei intende
l'atteggiamento della socialdemocrazia tedesca, le dir che fin dall'epoca della mia personale
chiarificazione politica, vale a dire dal 1919, io ho sempre lottato contro questo partito. Tra il 1917 e il
1918 fui iscritto al partito socialdemocratico, ma ne uscii subito dopo l'assassinio di Rosa Luxemburg e
di Karl Liebknecht. Da quel momento ne ho sempre criticato la politica. E non perch esso crede di
poter lavorare nell'ambito dell'ordine esistente (questo lo facciamo tutti, giacch ognuno di noi utilizza
anche le pi piccole possibilit di trasformare l'esistente nella stessa cornice del l'esistente), ma perch
si  alleato con forze reazionarie, distruttive e repressive.
Cominciai a sentir parlare di forze socialdemocratiche di sinistra nel 1918, e da quel momento
ho dovuto costatare come queste forze siano andate sempre pi a destra, fino a perdere ogni
caratterizzazione di sinistra. Lei capir quindi perch io non creda molto alla ipotizzata possibilit di
compiere un lavoro in qualche modo radicale all'interno del partito.
DOMANDA - Forse l'opposizione al nazionalsocialismo sarebbe stata pi efficace se in
Germania non ci fossero state tante beghe e lotte interne tra i socialdemocratici e i comunisti.
Vorrei chiedere ancora una volta perch e fino a che punto lei, professor Marcuse, ritiene
impossibile una reale e radicale trasformazione di un sistema dal suo interno. In Unione Sovietica c'
stato il tempo dello stalinismo assoluto, ma oggi abbiamo un sistema che se ne differenzia
profondamente; questa trasformazione  stata dunque possibile all'interno del sistema. Tra ci che
l'Unione Sovietica era ai tempi di Stalin e ci che  adesso, esistono differenze fondamentali. E se nella
societ americana venisse liquidata la guerra del Vietnam, avremmo anche qui una trasformazione
immanente al sistema.
Il problema del ricorso alla violenza non  soltanto un problema di tattica;  per lo meno anche
un problema di strategia, se non addirittura un problema di principi umanitari. Ora, la questione della
strategia non pu essere affrontata su scala mondiale.
Esistono prove che le idee rivoluzionarie e progressiste come il leninismo non siano fatalmente
destinate a subire un processo di pietrificazione e di degenerazione e a creare un sistema come quello,
tristemente noto, degli anni '30?
MARCUSE - Nella mia conferenza ho detto esplicitamente che esistono tipi molto diversi di
violenza, a seconda che questa venga utilizzata per difendersi o per aggredire. Un esempio: la violenza
del poliziotto che riduce all'impotenza un assassino  non solo esteriormente ma anche nella sua
struttura istintuale, nella sua sostanza, molto diversa dalla violenza di un poliziotto che abbatte a
manganellate un dimostrante. Si tratta in entrambi i casi di atti di violenza, che hanno per funzioni
completamente diverse. Il criterio che applichiamo sul piano individuale, vale anche sul piano sociale e
storico. Ad esempio, la violenza del terrore rivoluzionario  molto diversa dalla violenza del terrore
bianco, perch il primo contiene in s il proprio superamento in una societ libera, mentre il secondo
non contiene altro che se stesso. Il terrore a cui ricorre chi difende il Vietnam del Nord 
essenzialmente diverso dal terrore esercitato da chi lo aggredisce.
Come poi sia possibile impedire che il terrore rivoluzionario degeneri in crudelt e brutalit 
un'altra questione. In ogni caso in una rivoluzione reale esistono sempre mezzi e strumenti sufficienti a
impedire la degenerazione del terrore. All'inizio della rivoluzione bolscevica non vi fu alcuna crudelt,
alcuna brutalit, alcun terrore, oltre a quelli necessari per resistere a chi ancora deteneva il potere.
Quando il terrore degenera in atti di crudelt, di brutalit e di tortura, vuol dire che ci troviamo di fronte
al pervertimento della rivoluzione.
DOMANDA - Come bisogna giudicare il diritto alla resistenza, che nel suo saggio sulla
tolleranza lei ha messo tra virgolette? Adesso lei ha un po' mutato la sua posizione e lo considera un
principio antichissimo. Che cosa significa diritto alla resistenza? Su che cosa si fonda? A che cosa si
riferisce? Si tratta di una metastonica convenzione umana? Oppure di un relitto romantico del diritto
naturale?
O infine di un diritto fondato su se stesso come emanazione di una nuova antropologia?
Il confronto  dunque tra legalit da una parte e lotta per abbatterla dall'altra. Questa legalit
non  che il diritto positivo della societ contestata, dalla quale appunto  stato posto. La resistenza
contro questa societ, nel caso che si voglia la negazione determinata, deve fare appello a qualcosa che
lei ha definito con il termine di diritto. Come pu la negazione, nella misura in cui  azione e
contemporaneamente posizione, appellarsi a qualcosa che deve invece uscire proprio da lei? Non
sarebbe meglio lasciar cadere il concetto di diritto alla resistenza e limitarsi ad azioni di resistenza
all'interno dell'ordine stabilito per non confondere le idee atteggiandosi a difensori quando si 
aggressori?
DOMANDA - Intendo riferirmi al problema dell'alternativa concreta. Il professor Marcuse ha
detto di non poter esprimere un giudizio che riguardi Berlino. Tuttavia bisogner pur dire qualcosa
sulle forze che attualmente svolgono una determinata funzione all'interno dell'opposizione
extraparlamentare, e ci per riuscire a capire cosa si debba fare (interesse pi che legittimo) in un
momento in cui nel settore occidentale di Berlino le probabilit di successo dell'alternativa concreta
divengono sempre pi evidenti e devono essere organizzate. Ecco perch ritengo che in questa sede si
debba dire qualcosa su questo argomento.
Voglio riferirmi anche all'affermazione di uno dei precedenti interlocutori, che ha presentato
l'Unione Sovietica come una prova della possibilit di trasformare un sistema rimanendo al suo
interno, e che ha poi trasferito questo giudizio sulla nostra situazione. Io vedo invece una differenza
fondamentale tra i rapporti di produzione esistenti nei due campi; inoltre, riprendendo una definizione
di Lukacs, aggiungo che nell'Unione Sovietica di oggi abbiamo un esempio di stalinismo senza campi
di concentramento, sicch non  vero che sia stata creata una situazione qualitativamente nuova. Per
questa ragione l'analogia , in quanto tale, illegittima.
E ora veniamo a Berlino Ovest. In questa citt, nel corso degli ultimi mesi abbiamo imparato a
conoscere non solo un Senato che dopo aver perso la testa si  dimostrato sempre meno disposto a
ritrovarla, ma anche una polizia repressiva, che oggi  un po' confusa ma che rimarr repressiva. In
questa citt abbiamo partiti incapaci, che non rappresentano i nostri interessi e che non sono in grado di
risolvere i problemi cittadini, quali l'eccessivo invecchiamento della struttura economica, un ritardo di
almeno dieci anni nel livello tecnologico, e infine l'ampliamento strutturale delle forze di lavoro.
Questi partiti sono in grado al massimo di soddisfare le richieste di pi alti profitti che vengono
avanzate dai grandi complessi economici, ma non sono in grado di risolvere i problemi reali di questa
citt.
In queste circostanze l'opposizione radicale che noi abbiamo avviato e che sta lentamente
uscendo dai confini dell'Universit, deve poter sviluppare un'alternativa concreta e formulare in
termini realistici la sua sfida alle istituzioni esistenti, rappresentate dagli esecutivi statali dei partiti e
della polizia. Oggi le classi dominanti di questa citt devono vedere in noi una seria minaccia di
rovesciamento. Sta in noi ora portare avanti l'organizzazione dell'opposizione extraparlamentare in
modo da accelerare il processo di formazione di quella che il professor Marcuse ha chiamato
organizzazione preparatoria, consentendo altres all'opposizione studentesca di rompere l'isolamento
dell'Universit (un isolamento certo storicamente inevitabile ma che oggi sarebbe imputabile solo
all'Universit stessa) e di trovare la via della citt. Abbiamo gi compiuto un piccolo tentativo in tal
senso.
La successiva e importante tappa verso il superamento del nostro attuale isolamento dovrebbe
essere l'espropriazione del complesso editoriale Springer. Con i nostri quattro-cinquecento compagni
del fronte antiautoritario siamo in grado di compiere nella nostra citt un'azione concreta contro la
stampa manipolatrice; e dobbiamo avere coscienza delle nostre possibilit. Questa stampa noi
dobbiamo rifiutarla, n dobbiamo pi tollerare un complesso editoriale che manipola sistematicamente
le coscienze mantenendo la popolazione in una condizione di passiva inconsapevolezza. Con un
esempio di questo genere noi potremmo uscire dal nostro isolamento e trovare la via verso la citt.
Io penso che settori non indifferenti della popolazione sentano un disagio concreto per la
manipolazione cui sono sottoposti. Poich questa manipolazione  inefficace soltanto tra gli studenti,
un'azione volta ad ottenere il rifiuto della stampa che la esercita, un'azione fondata sulla diffusione di
slogan strategici, potrebbe forse permetterci di rompere il nostro isolamento. Voglio dire: la prossima
tappa importante nell'allargamento dell'opposizione extraparlamentare a Berlino Ovest dovrebbe
essere quella di impedire la diffusione della stampa Springer mediante campagne sistematiche,
condotte per settimane e settimane, e di avviare un processo organico di chiarificazione mediante
comitati d'azione dei vari Istituti superiori, delle Universit, delle scuole medie e forse anche di
esercenti e di altri rappresentanti della popolazione, onde raggiungere strati sempre pi vasti di cittadini
e convincerli a non lasciarsi pi manipolare la coscienza.
Se riusciamo a ottenere un simile risultato, a me sembra che si apra la possibilit di
un'alternativa concreta, quale  stata richiesta nel corso di questo dibattito. Dunque, qui a Berlino
Ovest, l'alterna-tiva concreta potrebbe consistere nella mobilitazione di minoranze al di fuori delle
Universit per costruire, dal basso, un sistema democratico in cui risulti impossibile la manipolazione
dall'alto, da parte della burocrazia e dei partiti. Per Berlino Ovest l'alternativa concreta potrebbe essere
questa.
DOMANDA - Lei ritiene che la domanda sulla legittimit o meno dell'impiego della violenza
abbia un senso?
DOMANDA - Sul problema della violenza e dell'organizzazione dell'opposizione nell'attuale
costellazione, che  caratterizzata dalla tendenza del sistema tardocapitalistico a ricorrere alla
violenza... lei dice giustamente che la chiarificazione delle coscienze non deve svolgersi soltanto
attraverso la discussione ma deve, al tempo stesso, trovare una manifestazione concretamente sensibile
nella dimostrazione. Tuttavia l'esperienza ci insegna che nel corso di dimostrazioni di questo genere,
non appena l'atteggiamento politico deviante rispetto alla norma accenna a organizzarsi, le istituzioni
possono rispondere con un inasprimento della loro tendenza alla iperburocrazia, con una precisa
volont di annientamento fisico.
Questa critica situazione in cui si trova l'opposizione (disarmata rispetto alle istituzioni
iperburocratiche che strutturano gli organi esecutivi in modo da far sorgere in essi la volont di
annientarla fisicamente) ha suggerito al professor Habermas, in un suo discorso a Hannover, l'ingiusta
accusa di fascismo di sinistra. Habermas sostiene che queste dimostrazioni stimolano la violenza della
burocrazia, il che significa che l'opposizione sta provocando il proprio annientamento per tendenziale
masochismo. Pur riconoscendo falsa questa tesi, riconosco tuttavia che vi si nasconde un problema
reale. Come  possibile organizzare una opposizione disarmata? Come  possibile presentare in termini
concretamente evidenti una non-violenza che tuttavia rappresenti l'aspirazione ad una controviolenza
rivoluzionaria? Le forme di dimostrazione di cui lei ci ha descritto la versione americana (le
dimostrazioni nelle quali la gente si mette a sedere per terra e fa i suoi love-ins e altre cose del genere),
queste forme ritualizzate di protesta di una opposizione ordinata che non reagisce caoticamente agli
attacchi della polizia e alle aggressioni della violenza esecutiva, rappresentano forse una possibilit?
Come  possibile organizzare in termini di concreta evidenza un'opposizione che rinunci alla
violenza, quando ci troviamo di fronte a una burocrazia che nel suo complesso sta diventando un'arma
non convenzionale? Come  possibile configurare un'opposizione disarmata e tuttavia dotata di
concrete aspirazioni rivoluzionarie e della concreta volont di rispondere alla violenza?
DOMANDA - Vorrei ritornare sui problema dell'opposizione extraparlamentare che ad un certo
momento  costretta a diventare illegale rispetto al diritto positivo esistente al quale si appoggiano i
difensori dell'ordine stabilito. Per quanto riguarda la Germania gli schieramenti e i problemi si
profilano in termini alquanto diversi. La nostra opposizione consiste essenzialmente nella difesa del
diritto esistente. Da noi non  affatto un delitto subordinare un patrimonio giuridico di ordine inferiore
ad un patrimonio giuridico di ordine superiore e, ad esempio, lottare per la libert di Fritz Teufel1. La
nostra opposizione extraparlamentare non  quindi in contrasto con il diritto positivo. Tuttavia, in
Germania il diritto esistente viene infranto da una violenza di fatto e dalla manipolazione delle
coscienze. La nostra argomentazione dovrebbe consistere appunto nella denuncia di questa violazione.
La mentalit tedesca  portata al positivismo. Anche la popolazione  contro lo Sci, ma gettare le uova
su di lui... beh,  verboten,  proibito! Qui in Germania si dovrebbe forse dire pi chiaramente che noi
siamo costretti a sacrificare un bene giuridico di ordine inferiore per difendere il fondamentale diritto
del codice.
DOMANDA - Quanto al problema di un'utopia concretamente positiva, non trovo convincenti
n la risposta di Marcuse n quella di Rudi Dutschke perch entrambe sembrano volerci presentare un
sistema che si riduce a un miglioramento della condizione dei portoricani da un lato e dall'altro alla
rottura con Springer. Questa negazione non ci dice ancora nulla di positivo sull'utopia. Siamo quindi
tuttora in attesa di una interpretazione positiva.
Quanto al problema dell'opposizione globale, quello che si pu dire  che un'opposizione di
questo tipo deve volgersi bens contro il sistema, ma al tempo stesso adeguarsi ad esso. Nelle sue forme
concrete l'opposizione  molto varia, contraddittoria e incoerente, sicch la speranza che essa assuma
un carattere globale non  purtroppo realistica.
Visto che anche all'interno delle organizzazioni stabilite esistono certe possibilit di lavoro, non
dovremmo approfittarne per stimolare un processo di fermentazione nelle coscienze dei quadri
inferiori? Quello che conta sono i risultati concreti.
In teoria  sicuramente giusto affermare che la non-violenza non fa che riprodurre la violenza
istituzionalizzata ed  perci discutibile. Peraltro, nella pratica, una simile concezione acquista un
sottofondo di cinismo da cui potrebbero anche derivare conseguenze disumane. Nell'appello alla
non-violenza io vedo una contraddizione tra teoria e pratica: da un lato si  pronti a rinunciare al
principio, dall'altro ci si aggrappa ad esso per un moto di carattere umanitario. Sarei molto grato al
professor Marcuse se volesse aiutarmi a chiarire questa contraddizione insita nella protesta non
violenta.
MARCUSE - Devo rispondere alle vostre domande in maniera molto concisa.
La contraddizione a cui ha accennato l'ultimo interlocutore  frutto di un equivoco. Io non ho
affermato che il principio della non-violenza debba essere impiegato o predicato come principio
strategico. N ho detto che umanitarismo e non-violenza siano la stessa cosa. Al contrario ho parlato di
situazioni in cui  preciso interesse dell'umanit ricorrere alla violenza.
E' giusto lavorare all'interno dei partiti esistenti l dove la situazione si presta a rovesciamenti
radicali? Nei casi in cui il problema si pone in questi termini io direi di s.  una questione di
valutazione pratica. Se uno sa per esperienza che esistono gruppi o organizzazioni locali aperti e
ricettivi, allora  chiaro che bisogna entrarvi e lavorare. Io volevo soltanto dire che per mia esperienza
personale non credo nella possibilit di trasformare dall'interno i grandi partiti e che continuo ad essere
pessimista non meno di quarant'anni fa.
Sulla questione del diritto alla resistenza posso dire che nel mio saggio sulla tolleranza mi sono
servito delle virgolette solo per sottolineare la sua natura di vecchio termine tecnico della scienza
politica.
Un problema molto interessante  il dubbio che il principio del diritto alla resistenza venga
creato proprio da coloro che si oppongono al diritto costituito; vale a dire, che l'appello a un diritto di
resistenza sia relativo e si riferisca unicamente al particolare interesse di un gruppo determinato. La
storia dimostra che questo non  il senso della teoria. Quest'ultima anzi ha sempre considerato il diritto
alla resistenza come un diritto di ordine pi elevato, dotato di validit universale, e cio di un valore
che supera l'autodefinizione dei diritti e dei privilegi di un determinato gruppo. In effetti il legame tra il
diritto alla resistenza e il diritto naturale  molto stretto. Si potrebbe dire che non esiste un diritto
superiore e universale di questo genere, e infatti oggi non lo si chiama pi diritto naturale. Tuttavia
affermiamo una verit pienamente dimostrabile quando diciamo: ci che legittima la nostra resistenza
al sistema  qualcosa di pi dell'interesse relativo di un gruppo specifico, qualcosa di pi di una nostra
semplice pretesa. Appellandoci al diritto dell'umanit di vivere in pace, al diritto dell'umanit di
eliminare lo sfruttamento e l'oppressione, ci richiamiamo non a particolari interessi di gruppo (definiti
dagli stessi gruppi che ne sono portatori), ma a interessi che possono essere presentati come elementi di
un diritto universale. Per questa ragione, ancora oggi, possiamo e dobbiamo rivendicare il diritto alla
resistenza come qualcosa di pi importante di un diritto relativo.
Sulla tesi che la tolleranza debba tradursi ormai in fatti, in azioni concrete, sono completamente
d'accordo. Come ho detto nella mia conferenza, noi ci troviamo, da tempo, in una situazione in cui la
discussione tende a trapassare in dimostrazione e anche in altre forme di azione. Indipendentemente dal
carattere pi o meno non violento delle nostre dimostrazioni attuali o future, dobbiamo sapere fin da
adesso che sul nostro cammino incontreremo la violenza istituzionale. Non  lecito illudersi sul
carattere pacifico delle nostre dimostrazioni n ritenerle sicure perch non violente e quindi legali. In
questo senso, anzi, non esiste alcuna possibilit di organizzare un'attivit palese da cui sia possibile
escludere a priori la violenza. L'ordine stabilito pu ricorrere in ogni momento alla violenza
istituzionalizzata che gli compete, e di questo dobbiamo essere coscienti. Ma ci non esclude la ricerca
di forme di dimostrazione che ci permettano di evitare questo confronto con la violenza, destinato, data
la situazione attuale, a risolversi a nostro sfavore. Stando a quanto ho sentito nel dibattito di ieri, a
Berlino queste forme sono gi state trovate e persino sperimentate. Voi capite certamente a cosa alludo:
non vorrei dire di pi.
Una cosa mi sembra pericolosa. Si ha perfettamente ragione a sostenere che i veri difensori del
diritto positivo siamo noi, e infatti, difendendo i diritti della libert borghese, noi difendiamo in
pratica i diritti dell'ordine esistente. Purtroppo per le cose non sono cos semplici. Ad esempio, la
polizia e le disposizioni di pubblica sicurezza sono anch'esse diritto stabilito, sono anch'esse diritto
positivo. In linea di massima possiamo dire: siamo noi che difendiamo la democrazia. E tuttavia, senza
neppure riprendere fiato, dobbiamo subito aggiungere: ma siamo anche perfettamente consapevoli di
violare il diritto positivo e riteniamo di essere legittimati a farlo.
DOMANDA - Vorrei fare una domanda sul ruolo della classe operaia nei paesi europei e sulle
differenze con la societ americana. E' possibile trasferire in Europa i modelli della societ americana?
Le differenze non sono soltanto di carattere storico ed economico; sono anche di carattere sociale. Al
contrario di quella europea, la societ americana pu sempre scaricare le sue contraddizioni su gruppi
minoritari. Da noi non ci sono minoranze, n  lecito considerare tale la categoria degli studenti perch
su di essa non si possono scaricare i problemi della disoccupazione. In questo senso io non sono
propenso ad attribuire il ruolo di una minoranza neppure ai lavoratori immigrati, poich questi, a
differenza delle minoranze americane, possono lasciare il paese che li ospita da un momento all'altro.
Ogni lavoratore della nostra societ  dunque potenzialmente toccato dal problema della
disoccupazione permanente e della perdita del posto di lavoro. Si spiega cos perch, nella attuale fase
recessiva, il settanta per cento dei lavoratori dipendenti si senta minacciato dalla crisi; il che mi sembra
un fattore importante per una sua eventuale mobilitazione. E' una realt che dovrebbe essere valutata
con molta attenzione in una discussione sulla strategia futura.
DOMANDA - Sulla prassi politica qui a Berlino. Il pericolo di intolleranza al quale s'
accennato a proposito della nostra discussione non consiste naturalmente nella possibilit di mettere
fisicamente a tacere gli avversari, ma in una particolare atmosfera, in una guerra dei nervi che finisce
con l'intimidire specialmente gli interlocutori pi incerti tra quanti non condividono la linea dominante.
Parlando di interlocutori incerti non intendo alludere a quelli meno sicuri di s, ma a quelli che non
sono sicuri delle proprie idee e stanno cercando una loro definitiva collocazione politica. Difendere una
posizione radicale (di qualsiasi colore), una posizione decisa ed esente da dubbi di sorta,  certamente
pi facile. Infatti, i difensori del sistema intervengono nella discussione con la massima disinvoltura e
non vengono disturbati proprio perch non hanno dubbi. Se da questo dibattito uscisse una posizione di
sinistra erronea e superficiale per mancanza di analisi e per una insufficiente riflessione sulle proposte
alternative, avremmo avuto una vittoria di Pirro.
DOMANDA - Il dibattito attuale ha ampiamente dimostrato come tutti qui siano ancora alla
ricerca di una loro posizione e di opinioni critiche. Lo provano le differenziazioni teoriche emerse
nell'ambito della sinistra. Lei dunque non si trova di fronte a un gruppo monolitico e dogmatico.
Quanto al problema dell'intolleranza, della tolleranza repressiva, vorrei dire due parole sui
rapporti tra il corpo studentesco, ormai schierato su posizioni di consapevolezza critica, e l'Universit, i
professori. Nell'attuale fase storica, la libert accademica ha sicuramente a che fare con la tolleranza
repressiva. La libert accademica si riduce in sostanza alla possibilit, per chiunque lo voglia, di
acquistare le prestazioni didattiche dell'Universit.  quindi nostro dovere organizzare una
Contro-Universit critica e spiegare che il nostro limite di tolleranza  ormai stato raggiunto, che
intendiamo protestare contro determinate forme di deteriore utilizzazione della scienza per fini
distruttivi e inumani.
Io pregherei perci Marcuse di parlarci della proposta di creare un centro di documentazione sul
cattivo uso della scienza, proposta a cui lui stesso ha accennato in una sua pubblicazione. La scienza
viene utilizzata per organizzare la guerra nel Vietnam e per prepararsi a vincere analoghe guerre
paventate nell'America latina. Questa  forse la forma pi orribile di degenerazione a cui la scienza 
sottoposta, ma gli effetti di questo asservimento riguardano anche le metropoli. E' un problema in
qualche modo legato a quello dell'alternativa concreta, su cui in questo dibattito sono fioccate le
domande. Infatti la scienza viene utilizzata anche per conservare il nostro sistema politico-economico,
ormai costretto a distruggere capitale e ad annientare intelligenza, come dimostra la sistematica
diminuzione della durata dei prodotti, dei servizi e delle qualifiche professionali. Per potersi riprodurre,
il sistema ha bisogno di annientare la nostra forza-lavoro, e noi dobbiamo difenderci cercando
un'alternativa concreta, tentando di organizzare almeno una parte della nostra forza-lavoro, non
estraniandoci e isolandoci ma mirando a prendere nelle nostre mani se non altro una fetta
dell'Universit. Questa sarebbe una forma di efficace emancipazione politica nonch di utile
liberazione soggettiva di molti settori didattici, che oggi sono oggetto di una deleteria compravendita e
di un insegnamento squallido e noioso. L'Universit critica dovrebbe servire appunto a questo scopo.
DOMANDA - Non  un segreto che molti di noi rimandano gli esami non perch siano stupidi
o pigri ma perch considerano l'Universit come il terreno pi sicuro per avviare una prassi concreta,
intesa non a confermare ma a modificare dalle fondamenta il nostro sistema. Come giudica lei, in
questa situazione, le possibilit di un drop-out? Qui a Berlino abbiamo fatto anche qualche esperimento
in tal senso, perch siamo stati ingiustamente accusati di essere impolitici e di rappresentare una
subcultura. A quali prospettive va incontro, secondo lei, il potenziale rivoluzionario studentesco una
volta che lo studente abbia abbandonato l'Universit e si accinga a perdersi nella vita dell'eroe
borghese2? La cosa pi importante in questo momento non  tanto l'organizzazione degli studenti sul
piano internazionale (che qui, nell'Europa occidentale,  gi in corso) quanto la loro organizzazione
dopo la laurea.
MARCUSE - Questo  effettivamente uno dei problemi pi importanti, e in America pi ancora
che in Europa. Qui si pu ancora studiare per anni senza dare esami e poi magari passare a un'altra
Universit. Negli Stati Uniti non  possibile... Dopo la laurea il problema  di trovare un lavoro, e
quando lo si  trovato bisogna dare un addio ai bei giorni dell'opposizione studentesca. E' quindi di
enorme importanza escogitare un sistema che consenta, a chi  entrato nell'opposizione durante il
periodo degli studi, di rimanervi anche dopo. La soluzione deve essere cercata caso per caso. In ogni
modo, data l'estrema importanza delle funzioni che gli intellettuali sono destinati a svolgere nel
processo produttivo della societ futura, la continuit dell'opposizione nel periodo post-universitario ha
un valore decisivo.
Alla differenza tra lavoratori europei e americani ho gi accennato. Sono d'accordo con chi ha
posto la domanda, ma non credo si possa dire che il capitalismo americano scarica le sue contraddizioni
sulle minoranze. Una simile interpretazione non tocca il fondo della situazione attuale. In the long run,
il capitalismo non pu scaricare sulle minoranze le sue contraddizioni essenziali.
Noi difendiamo i diritti esistenti, e tra l'altro anche la libert accademica, sulla quale dobbiamo
insistere perch essa  anche il diritto degli studenti a discutere, a fare dimostrazioni, e non solo nelle
aule scolastiche ma anche nell'area universitaria (da noi almeno, questo diritto  riconosciuto come
parte della libert accademica). Tuttavia, in pratica, la libert accademica viene utilizzata anche per fini
deteriori, come dimostra l'asservimento della scienza ai programmi distruttivi e specialmente alle
esigenze belliche nel Vietnam. In molte Universit americane si  gi ottenuto che l'Universit stessa
non concluda pi alcun contratto con gli organi governativi e con le industrie produttrici di strumenti
bellici di carattere biologico e chimico. Per inciso, questo  stato il frutto del lavoro di poche persone
che si sono messe all'opera da sole, senza alcun appoggio, si sono procurate il materiale e infine hanno
organizzato un gruppo. Produrre una documentazione di questo asservimento della scienza, e
impedirlo,  estremamente difficile. Ma  uno dei compiti pi importanti.
1. Studente berlinese arrestato nel corso delle manifestazioni originate dalla visita dello Sci di
Persia a Berlino e dall'uccisione dello studente Benno Ohnesorg da parte della polizia. Il Teufel,
membro del gruppo studentesco Kommune I, era accusato fra l'altro di aver diffuso scritti incitanti a
incendiare i grandi magazzini. [N.d.T.]
2. Allusione al titolo di un ciclo drammatico di Karl Sternheim, violentissimo critico della
borghesia guglielmina. [N.d.T.]
Morale e politica nella societ opulenta
Dibattito
diretto da Jacob Taubes, con la partecipazione di Richard Lwentkal, Herbert Marcuse,
Alexander Schwan, Rudi Dutschke, Wolfgang Lefevre, Dieter Claessens, Peter Furth e Margherita von
Brentano.
TAUBES - Nel 1919 Max Weber tenne agli studenti di Monaco due conferenze su temi
analoghi: La scienza come professione e La politica come professione. Weber distingueva
nettamente tra etica della convinzione ed etica della responsabilit. Convinzioni e responsabilit sono
due tipi di comportamento etico, e tuttavia la distinzione di Weber mirava appunto alla separazione tra
morale e politica. Weber si schierava contro la confusione dei due termini, non soltanto perch partiva
da un'apologia del potere come principio della politica, ma anche per la preoccupazione di non
contaminare il principio etico con la tattica politica. Alcuni di voi ricorderanno certamente la critica
svolta da Herbert Marcuse a queste posizioni di Weber durante il congresso sociologico di Heidelberg.
Fu una critica centrata, n credo sia esagerato affermare che abbia fornito alcuni importanti strumenti
all'attuale opposizione studentesca. Attualmente il problema di Weber si pone in una nuova
costellazione storica, e cio: la scienza come professione oggi, la politica come professione oggi;
intendendo per oggi, in senso generale, la societ opulenta. L'elemento nuovo nella nostra situazione 
che la societ ha ormai la possibilit (la possibilit tecnologica) di emancipare in senso umano la vita
degli uomini. Oggi  possibile l'eliminazione della miseria e della povert,  possibile l'eliminazione
della repressione superflua; unico ostacolo sono l'organizzazione e il potere costituiti. Appunto perci
(e mi sembra questo il punto di partenza della tesi di Marcuse) la possibilit storica di una societ libera
si manifesta oggi in forme che sembrano indicare:
1)    pi una rottura che una continuit;
2)    pi una negazione che una evoluzione positiva, riformistica;
3)    pi un salto qualitativo che un progresso.
Perch le nuove possibilit, implicite nella moderna tecnologia, non tornino a diventare
potenzialit repressive, perch possano assolvere alla lro funzione liberatoria, esse devono essere
attualizzate - cos Marcuse - dalla liberazione dei nuovi bisogni, devono essere portate da un homo
novus. Per non rimanere prigioniera della tendenza a migliorare una societ destinata comunque a
rimanere cattiva, la teoria critica deve accogliere in s queste possibilit estreme, lo scandalo del salto
qualitativo.
Io spero di aver presentato un abbozzo grezzo ma non erroneo della tesi filosofica che Marcuse
ha esposto in circoli molto ristretti, ma che sta tuttavia alla base di tutte le sue teorie politiche. Da
questa premessa filosofica sorge tutta una serie di tesi e analisi estremamente controverse; lo stesso
titolo del nostro dibattito, Morale e politica nella societ opulenta, allude al punto cruciale del
problema: la societ opulenta, in quanto sistema chiuso, riproduce ciecamente il potere, sebbene sia gi
spuntata all'orizzonte una concreta possibilit di emancipazione umana.
Perci vorrei proporre al dibattito alcuni temi di discussione:
1)    L'analisi del professor Marcuse coglie la struttura della nostra societ?
2)    Davvero in questa nostra societ non esiste la possibilit di una riforma che tenda
all'emancipazione umana senza rompere la continuit?
3)    La negazione totale, il rifiuto totale non corrono il pericolo di venir degradati a una sorta di
subcultura e quindi, come il professor Lwenthal ha acutamente osservato, di ridursi a una integrazione
a distanza? Oppure il rifiuto ha in s una tendenza espansiva che pu modificare radicalmente la
sensibilit e anche le istituzioni della societ industriale?
LWENTHAL - Il tema che il professor Marcuse ha chiesto di discutere oggi, e cio Morale e
politica nella societ opulenta, deve essere interpretato a mio parere tenendo conto delle ultime parole
da lui pronunciate ieri sera. La morale  costituita dai valori che stanno alla base della nostra civilt,
con i quali Marcuse confronta criticamente la nostra realt sociale. La conclusione a cui il professor
Marcuse  pervenuto nei suoi scritti e nelle conferenze che ha tenute davanti a noi  la seguente: chi
assume una posizione morale, e cio rispetta questi valori di fondo, non pu collaborare, neppure
criticamente, con il sistema coercitivo della societ in cui viviamo, ma deve al contrario assumere verso
di esso un atteggiamento di opposizione totale.
Io desidero contestare questa tesi, e naturalmente per farlo devo limitarmi, in questa sede, a
prospettare a mia volta alcune tesi su singoli problemi e a produrre qualche esempio.
Incomincio col chiedermi: a quale livello questo sistema si manifesta come un tutto organico?
Risposta: al livello della politica estera. Orbene, Marcuse ha ieri giustamente affermato che il sistema
continua a riprodurre la guerra, aggiungendo per che il sistema antagonista, e cio il totalitarismo
orientale, sebbene criticabile, non  tuttavia espansivo n aggressivo. Sostenere davanti a noi, qui a
Berlino, una tesi di questo genere mi  parsa un'audacia. Qui a Berlino, dopo la guerra hitleriana,
abbiamo tutti sperimentato il carattere espansivo del sistema orientale; ognuno  ovviamente in diritto
di giudicare storicamente legittima questa espansione, ma mi sembra che nessuno abbia il diritto di
contestarne la realt.
Neppure mi sembra possibile attribuire la responsabilit della guerra di Corea al capitalismo
occidentale, mentre quanto sta accadendo nel Medio Oriente, se non dimostra ancora l'aggressivit del
totalitarismo orientale, ne documenta tuttavia l'espansionismo. La tesi dell'inevitabile riproduzione
delle guerre ad opera del sistema occidentale non mi sembra d'altronde sufficientemente confermata
dagli sviluppi degli ultimi decenni. Certo il nazionalsocialismo tedesco  stato, tra l'altro, anche un
prodotto del mondo capitalistico, ma colpevoli e partecipi della sua guerra sono stati i regimi dell'Est
non meno di quelli dell'Ovest; e avrete certamente sentito parlare del patto tra Stalin e Hitler. Nel
mondo occidentale abbiamo assistito, negli ultimi decenni, alla scomparsa di uno dei fattori di guerra:
quello delle tradizionali rivalit imperialistiche. Abbiamo ora altre guerre, guerre coloniali, e tra queste
il conflitto particolarmente atroce che oggi ci affligge, ma nel nostro stesso mondo occidentale (almeno
in alcuni paesi, in alcune democrazie) abbiamo anche assistito alla nascita di forze che tendono a
risolvere il problema coloniale in altre forme, in termini pi pacifici. Infine, nel mondo occidentale
esiste pur sempre la possibilit di opporsi e lottare contro queste guerre. Voglio dire insomma che
presentare il sistema capitalistico come un sistema che produce la guerra per inevitabile necessit e il
sistema orientale come un sistema non aggressivo n espansivo, significa dipingere in bianco e nero e
senza guardare ai fatti.
Vengo ora a un secondo problema. Nella sua introduzione Taubes ha parlato delle possibilit di
emancipazione implicite nell'attuale livello tecnologico nonch del potere coercitivo che il nostro
sistema riproduce per neutralizzarle. Che il sistema riproduca il dominio  indubbiamente vero; tuttavia
non  affatto provata la possibilit di eliminarlo in base all'attuale livello tecnologico, e anzi, questa
ipotesi si trova in contraddizione con quanto sappiamo delle tendenze tecnologiche. E' stato il giovane
Marx a credere che l'emancipazione potesse derivare dalla moderna tecnologia, sulla quale si sono
fondate tutte le speranze storiche e filosofiche di un possibile superamento della fase capitalistica e di
totale emancipazione dell'uomo in una societ senza classi e senza coercizione.
Ci che Marcuse ha detto ieri nasce dalla ribellione morale contro la storia, che  andata
diversamente da quanto si era sperato. Ma occorre anche chiedersi perch la storia sia andata
diversamente. Non basta giudicare il corso storico del mondo come un corso deviato. E' necessario
comprendere i presupposti sociali che hanno prodotto questa deviazione, che hanno impedito il
superamento della differenza professionale tra lavoro dirigenziale e lavoro esecutivo nonch della
burocratizzazione, portando anzi al loro rafforzamento in ogni societ sviluppata. Oggi, l'aspirazione a
umanizzare la societ deve fare i conti con questi dati di fatto e non limitarsi a ribellarvisi.
D'altra parte questa societ ha prodotto l'integrazione della classe un tempo rivoluzionaria: e
non soltanto con la manipolazione delle coscienze, ma anche con le sue conquiste. La nostra societ
non ha soltanto creato le possibilit tecniche dei nuovi bisogni: malgrado gli sprechi, malgrado gli
orrori, malgrado i fenomeni di corruzione che tutti conosciamo, essa ha anche eliminato concretamente,
in misura finora sconosciuta, la miseria e l'insicurezza di grandi masse umane. E non  lecito
presentare in modo ingenuo e antistorico come un frutto di questa societ capitalistica (l'accusa non
riguarda ovviamente Marcuse) la miseria e la fame che ancora regnano in gran parte del mondo, e cio
nel mondo sottosviluppato.
Miseria e bisogno, insicurezza, malattia e morte precoce sono stati, per millenni, il destino
normale dell'umanit. Il grande merito non solo della tecnologia moderna, ma anche del controllo
sociale al quale abbiamo incominciato a sottoporla, consiste proprio nell'aver cominciato a ridurre la
signoria di questi fattori. A me sembra che il fenomeno della crescente integrazione della classe operaia
debba essere interpretato alla luce di queste conquiste, e non semplicemente deprecato.
Prima di concludere voglio dire ancora una parola sulle conseguenze di un certo tipo di analisi.
Ieri sera  stato chiesto a Marcuse che cosa egli intende sostituire al sistema da lui definito chiuso, e
Marcuse ha risposto di non ritenere scientificamente sostenibile la presentazione di ricette istituzionali.
Nel corso di una discussione privata Marcuse mi ha detto di ritenere in proposito ancora oggi normative
e orientative le linee generali dello schema di sviluppo di una nuova societ a suo tempo tracciate da
Marx. Vorrei chiedere come sia possibile conciliare la fedelt a questo schema, e cio a questo piano di
una societ senza classi e senza coercizione, con il concreto sviluppo della tecnologia, chiaramente
diverso dalle previsioni di Marx. E vorrei anche mettere in guardia contro il pericolo che un appello
alla distruzione totale delle istituzioni esistenti (appello che non si riferisce ad un obiettivo realizzabile)
porti ad un risultato molto poco marxiano e invece molto bakuniniano: a qualcosa di molto simile al
piacere della distruzione inteso come piacere creativo. Io so che questa non  l'intenzione di Marcuse,
n ho la minima intenzione di attribuirgliela. Ma io non parlo delle intenzioni, bens delle conseguenze,
conseguenze che in molti casi gi si sono manifestate.
MARCUSE - Collega Lwenthal, lei ha giustamente affermato che qualsiasi intenzione e libido
distruttiva mi  estranea. In effetti, la mia idea del piacere  molto diversa dalla libido distruttiva. Non
riesco quindi assolutamente a capire che cosa l'abbia indotto a parlare di questo piacere della
distruzione visto che, almeno finora, non sono comparse neppure le conseguenze cui ha accennato.
Una politica della distruzione, e senza alternative costruttive? No! Io credo che quanto abbiamo
in mente io e l'opposizione sia una cosa molto diversa da una politica della distruzione per amore della
distruzione.
Per facilitare la spiegazione voglio ricorrere ad un paragone. Se vogliamo costruire una casa di
abitazione nel posto in cui sorge una prigione, dobbiamo prima demolire la prigione, altrimenti non
possiamo neppure iniziare i lavori. Tuttavia lei dice giustamente: dobbiamo per lo meno sapere che al
posto della prigione vogliamo costruire una casa di abitazione. E' proprio quello che noi crediamo di
sapere. E non  necessario aver gi pronto un piano preciso della casa per cominciare a demolire la
prigione; purch si sappia che si vuole e si pu sostituire a quest'ultima appunto una casa di abitazione,
e purch si abbiano le idee chiare su come deve essere una casa decente (il che costituisce, secondo me,
l'aspetto decisivo). Sui particolari ci si pu mettere d'accordo dopo. In nessun modo, n implicitamente
n esplicitamente, io ho parlato di una politica fondata sul piacere della distruzione.
Molto pi importante per me  ci che lei ha detto sui lati positivi del sistema al quale noi ci
opponiamo.
E esattamente il problema su cui ritorno sempre, di cui continuo ad occuparmi, e mi pare anzi di
aver esordito alludendo alla sua seriet. Noi non combattiamo contro una societ terroristica, non
combattiamo contro una societ che ha gi dimostrato di non poter funzionare, non combattiamo contro
una societ ormai in fase di disgregazione. Noi combattiamo contro una societ che funziona
straordinariamente bene e, cosa pi importante, contro una societ che  effettivamente riuscita a
eliminare miseria e povert in una misura impensabile negli stadi precedenti del capitalismo. Per chi
pensa dialetticamente,  improprio dire: bisogna considerare anche l'altro lato; esso infatti non 
soltanto l'altro lato, ma appartiene in realt allo stesso lato.
Ma come si presenta il problema? E' assolutamente vero che oggi negli Stati Uniti noi
intellettuali abbiamo libert, abbiamo un livello di vita e un comfort addirittura impensabili per vasti
strati della popolazione. Tuttavia (e ci non vale soltanto per il gruppo relativamente ristretto degli
intellettuali) noi sappiamo e sentiamo di avere anche qualcos'altro; e cio non solo la guerra nel
Vietnam, non solo una societ che sostiene e crea dappertutto nel mondo i pi repressivi stati
polizieschi' e le pi feroci dittature, ma una societ che, nella stessa metropoli, tratta le minoranze
razziali e nazionali come cittadini di terza classe e dissipa in modo inaudito le proprie ricchezze. Fatto
ancora pi grave, negli ultimi anni  risultato evidente che  stata proprio questa costellazione a
produrre, almeno in casa nostra, miglioramenti essenziali e una notevole dose di libert.
Io le posso assicurare che prima di dire una cosa simile negli Stati Uniti, dovrei pensarci almeno
dieci volte. La libert non arriva fino a questo punto. E bisogna anche tener conto che questa libert
non  pi garantita a tutti i cittadini. Non si tratta di una limitazione della libert dovuta al terrore. Si
tratta piuttosto di una limitazione dovuta a fattori economico-sociali che impediscono a chi non si
comporta secondo le norme, a chi frequenta le persone che non bisogna frequentare, a chi invita neri a
casa propria, di trovare all'occorrenza un lavoro decente. Questo non  terrore; sar magari scalogna,
ma secondo me  anche una limitazione straordinariamente grave della libert e dell'eguaglianza nella
nostra societ democratica. La compresenza di alto tenore di vita e di libert da un lato, nonch di
inaudita oppressione (non unicamente volta verso l'esterno) e di lotta sistematica contro ogni tentativo
di cacciare l'imperialismo dal mondo neocoloniale dall'altro,  un fatto cui assistiamo da decenni, e
non solo nel Vietnam. Questa contraddizione insita nella societ opulenta  emersa assai prima della
guerra vietnamita e giustifica, a mio parere, la nostra opposizione.
Ho detto che in questi ultimi anni (credo a partire dalla guerra nel Vietnam) si  manifestata in
America una nuova tendenza, e cio una spaventosa brutalizzazione, disumanizzazione della societ.
Se voi seguite i giornali americani vi sarete accorti come ogni giorno, su ogni pagina, i titoli annuncino
orgogliosamente: 168 rossi uccisi! .Questa propaganda col numero degli uccisi e degli assassinati si
serve di un linguaggio che d addirittura la nausea. Si parla di killing-rate, di tasso d'uccisione. Il
killing-rate  stato oggi particolarmente soddisfacente  una frase che si pu leggere assai spesso. Non
si tratta di piccolezze, ma di cose che mettono in luce la natura di questa societ opulenta, e io ho
semplicemente paura che se si va avanti in questo modo anche le libert ancora esistenti verranno
rapidamente messe da parte.
Malgrado ci noi dobbiamo costantemente accogliere nella nostra opposizione le conquiste del
sistema. Anzi, se non riusciamo a dimostrare che bisogna opporsi globalmente al sistema proprio a
causa della minaccia gravante su tali conquiste (e malgrado le conquiste stesse), vuoi dire che non
abbiamo ancora neppure incominciato il lavoro di elementare chiarificazione.
Il secondo punto trattato dal professor Lwenthal riguarda la possibilit di creare una societ
senza coercizione e il dirottamento della tecnica moderna su binari diversi da quelli previsti da Marx.
Lei mi accusa di aver lamentato questa deviazione storica senza tentare di capirne il perch. Questo
tentativo io credo invece di averlo compiuto, e precisamente nell 'Uomo a una dimensione, dove ho
fatto notare come sia stata appunto la grande capacit produttiva del capitalismo (ampiamente
sottovalutata da Marx) a permettergli di elevare, in condizioni di monopolio e di oligopolio, i salari
reali e il livello di vita della classe operaia; e ho sottolineato inoltre l'esigenza di comprendere lo
sviluppo del socialismo e del comunismo (deviato rispetto alle idee di Marx) sulla base di concetti
concretamente storici e materiali. Ritenevo che pi o meno tutti conoscessero questi dati di fatto. Per
ragioni che occorre a loro volta spiegare storicamente, la rivoluzione socialista ha vinto non in uno dei
paesi ad alto sviluppo industriale, ma in uno dei paesi pi arretrati d'Europa; e da quel momento il
socialtotalitarismo orientale conduce una lotta incessante contro il capitalismo che  andato via via
rafforzandosi. Si tratta di uno sviluppo generale che, come  ovvio,  destinato fatalmente a influenzare
anche lo sviluppo interno del socialismo.
La storia ha dunque seguito un corso diverso da quello previsto, ma questa stessa deviazione
deve essere spiegata sulla base di concetti marxiani. Quanto alla societ senza coercizione, credo che su
questo punto sia sorto un equivoco. N Marx n, a quanto mi risulta, nessun altro ha mai affermato che
la possibilit di eliminare la coercizione dipende dal mero sviluppo tecnologico. Anzi la tecnica
moderna pu diventare, e in effetti  diventata, un inaudito strumento di coercizione. Assenza di potere
non significa in alcun modo mancanza di qualsiasi gerarchia. Ho parlato ieri della distinzione tra
autorit razionale e coercizione, concetto antichissimo. La trasformazione del dominio dell'uomo
sull'uomo in dominio dell'uomo sulle cose significa, se volete, non eliminazione del dominio ma
eliminazione di quel particolare dominio sugli uomini che poggia sull'oppressione e sullo sfruttamento.
E questa  una distinzione di grande momento.
Arrivo cos all'ultimo punto, e cio alla mia valutazione del totalitarismo orientale. Lei ha
impugnato la mia affermazione che oggi (sottolineo oggi) il totalitarismo orientale non  n espansivo
n aggressivo. Ovviamente io non ho negato, n potrei negare, che alla fine della seconda guerra
mondiale si  avuto un tentativo di esportare, dall'alto, la rivoluzione in Occidente. Anche qui, e ritorco
contro di lei il suo stesso argomento, noi non possiamo accontentarci di lamentazioni, ma dobbiamo
cercare di capire il perch di questo tentativo. Se lo facciamo, ci accorgiamo che una parte grandissima
della colpa ricade su di noi, Sull'Occidente e sui socialisti occidentali. Ritengo che non dobbiamo
dimenticare questa nostra colpa, ma tenerla bene a mente. Si  trattato in parte di tradimento, in parte di
immaturit, in parte di determinati interessi conseguenti all'alleanza con le forze antisocialiste e
antisociali della reazione. Purtuttavia, e qui lei ha completamente ragione, in questo senso il
totalitarismo  stato obiettivamente espansivo e lo  ancor oggi. Non ho nessuna intenzione di ritornare
sul problema della guerra di Corea. Finora non  stato affatto chiarito in che misura (sempre che
l'attacco sia effettivamente venuto dalla Corea del Nord) le sistematiche provocazioni della Corea del
Sud abbiano contribuito a scatenarla. Insisto invece sulla mia tesi. Credo si possa sostenere che oggi, di
fronte all'immensa forza aggressiva del sistema tardo-capitalistico, il totalitarismo orientale sia di fatto
sulla difensiva, e anzi si difenda disperatamente. Ho detto ieri che noi possiamo e dobbiamo criticare e
attaccare da sinistra questo totalitarismo, ma il suo non  stato un attacco o una critica da sinistra.
SCHWAN - Riferendomi anche alla discussione di ieri sera, vorrei affrontare il problema
riforme o rivoluzione dichiarandomi subito a favore della posizione che qui  stata definita come
riformismo revisionistico. Io ritengo possibili importanti riforme democratiche nella nostra societ e
nella nostra struttura politica; ma penso che le probabilit di successo di queste riforme, oggi attuali
almeno in alcuni settori limitati (ad esempio nella scuola superiore), vengano minacciate e neutralizzate
proprio dalla radicalizzazione dell'opposizione e dall'atteggiamento rivoluzionario che essa assume,
come abbiamo sentito in questo dibattito. Se mi  concesso ritornare per un attimo sulla discussione,
dir che nelle cose dette negli ultimi giorni, nella condanna in blocco della repressiva societ opulenta,
vedo la vecchia e illusoria ribellione romantica contro la tecnica - oggi necessariamente molto
ramificata, - contro l'amministrazione, contro l'apparato statale della moderna societ industriale e, a
tratti (anche se non nelle dichiarazioni di Marcuse), contro l'autorit in generale, secondo un
atteggiamento che a quanto mi risulta gi Marx satireggi aspramente. Per questa via non ritengo
possibile giungere a quella emancipazione cui pure tutti aspiriamo. Io credo che nella societ moderna
ogni rivoluzione vittoriosa sia fatalmente destinata a produrre soltanto un nuovo e pi radicale dominio
della violenza, contro cui bisogner poi ricominciare a lottare. Gli esempi della Russia o della Cina
sono, a mio avviso, pi che probanti. Di qui all'idea della rivoluzione permanente che a sua volta
provoca una guerra civile permanente, il passo  breve. Ma questa permanente guerra civile potrebbe,
alla lunga, rivelarsi il mezzo peggiore per ottenere la pace, la tranquillit e la felicit che Marcuse
considera il fine della liberazione, e dimostrarsi inoltre non specificamente efficace rispetto a tutte le
altre aspirazioni antropologiche, socio-teoriche e politiche, che mirano allo stesso scopo. Il fine, il
punto d'arrivo rimangono assolutamente nel vago, non vengono indicati, mentre la rivendicazione di
qualitativi mutamenti rivoluzionari pu venir giustificata a mio parere solo da una concreta
determinazione del fine. Quanto poi al richiamo ad una sedicente verit obiettiva, non dimostrabile e
sovraordinata alla libert soggettiva dell'autodeterminazione, ritengo che sia soltanto una presunzione
intellettuale, il frutto di un volontarismo intellettualistico, una ricaduta nella forma pi speculativa della
metafisica.
Del resto, e questa  la cosa decisiva, io sono convinto che in Europa e in Germania le correnti
rivoluzionarie non avranno successo, almeno per decenni. Da noi non esiste neppure un movimento
come quello americano per i diritti civili, n la Germania deve fronteggiare direttamente (come
nazione) la guerra del Vietnam. Inoltre la base non pu essere allargata che in modo irrisorio, e ogni
tentativo in questo senso  come versare una goccia d'acqua su una pietra rovente. Ecco perch
l'attaccamento al gesto rivoluzionario e la ricerca di un confronto assoluto possono portare soltanto a
un progressivo isolamento e ad una crescente frustrazione e a nient'altro.
Secondo me, quello che conta  invece sfruttare le possibilit esistenti in una societ
socialmente mobile e politicamente pluralistica, proprio per riformarla. Dato il carattere della societ
industriale, questa riforma non pu portare al superamento del potere ma ad un suo permanente
arginamento, alla sua incessante trasformazione strutturale e al suo costante controllo. Le autorit di
ordine irrazionale che ancora esistono, ad esempio nell'Universit (ma anche nello Stato, nella Chiesa),
devono essere trasformate in autorit fondate sulla ragione; tuttavia, per raggiungere questo scopo
occorre, a mio avviso, un atteggiamento pragmatico, pronto alla sperimentazione e alla collaborazione,
come anche all'opposizione, capace di sfruttare fino in fondo le possibilit e le forze reali della
situazione invece di trascurarle, e di mantenersi sul terreno ideale dello Stato di diritto contribuendo
anzi alla sua realizzazione (che non considero affatto scontata). Questi movimenti di riforma devono
tendere ad una progressiva democratizzazione della societ e della politica, tenendo conto naturalmente
dei principi in vigore nei vari campi; e dunque alla democratizzazione della scuola superiore,
dell'economia, dei partiti, del sistema parlamentare di governo, del sistema educativo e scolastico, ecc.,
facendo maturare in questi settori momenti plebiscitari. Anche la socializzazione dell'industria delle
materie prime deve essere vista in questo contesto.
Tutto ci richiede una societ sviluppata, una societ pi matura di quella attuale, e quindi
istituzioni che consentano una migliore educazione del cittadino, che lo abituino a una maggiore
corresponsabilit politica. Ad esempio le proposte di rifonda dell'AStA1, di cui si  parlato in questi
dibattiti, e il progetto di legge per la scuola superiore possono estendere notevolmente nell'Universit il
potere decisionale degli studenti; dal che pu derivare anche una giusta politicizzazione dell'Universit
stessa, nel senso cio di una costante assunzione di doveri, di una feconda cor-responsabilizzazione
politica. Se ci avverr in forme realmente democratiche, rimarranno impregiudicati gli indirizzi che
questa politicizzazione potr assumere. La politicizzazione dell'Universit cui oggi si mira con la
concezione della Contro-Universit  invece inevitabilmente destinata a sfociare nella riduzione della
funzionalit universitaria al livello di una scuola superiore SDS e nella formazione di un fronte unitario
d'opposizione sia sul piano pratico sia sul piano teorico.
MARCUSE - Non ho nessuna intenzione di chiedermi se ci di cui stiamo discutendo sia
romanticismo o metafisica perch le etichette non mi interessano. Se  romanticismo o metafisica,
allora devo dire di essere favorevole al romanticismo e alla metafisica. Vorrei dire invece qualcosa a
proposito di una frase che ho sentito ripetere pi volte. E' stato detto e ripetuto che il radicalismo mette
in forse la realizzazione delle riforme possibili. Io credo invece che oggi ci si debba chiedere se non sia
vero anche il contrario, e cio se le riforme oggettive che si  riusciti alla fine a introdurre e a imporre
al sistema non debbano ascriversi in gran parte allo sviluppo di un grande movimento radicale. A me
pare che la storia dimostri appunto questo.
DUTSCHKE - Mi sembra un vero peccato che i professori Marcuse e Lwenthal si siano
serviti, pur in senso notevolmente diverso, del concetto di totalitarismo come concetto sussuntivo e
valido per definire sistemi differenti. Utilizzando questo concetto si perde la concreta dimensione
storica da cui  partito il processo, d'altronde reale e storico, dell'emancipazione.
Ricordiamoci che il 1917 ha segnato l'inizio di questo processo, ricordiamoci della dittatura del
proletariato che operava, sotto forma dei soviet, in tutti i settori della vita sociale. Servendoci del
concetto di totalitarismo perdiamo appunto la dimensione storica dell'avvio della rivoluzione e del
processo che questa ha seguito, per tenere conto soltanto dell'esito oggi costatabile. In tal modo sistemi
diversi, sviluppatisi da diversi punti di partenza, vengono sussunti sotto lo schema rigido del concetto
di totalitarismo senza distinzione alcuna, senza alcuna attenzione al processo che ha portato alla loro
nascita, alla loro genesi e alla loro trasformazione.
Questa  la prima cosa che volevo dire. La seconda  che abbandonando il concetto di
totalitarismo e ritornando al concetto di dittatura del proletariato nella forma democratica dei soviet
creeremmo il presupposto per capire in che modo una rivoluzione possa andare in malora, in che modo
dalla dittatura dal basso, da una dittatura delle masse, possa uscire una dittatura del partito, poi una
dittatura dell'apparato statale e infine, forse, una dittatura della tecnocrazia. Semmai, solo quest'ultimo
tipo di dittatura potrebbe essere interpretato in base al concetto di totalitarismo, senza per dimenticare
che anche in tal caso si terrebbe conto unicamente dell'esito e non della genesi n del processo di
trasformazione. Ecco perch, a mio avviso,  assolutamente necessario abbandonare il concetto di
totalitarismo come concetto teorico, e parlare invece del punto di partenza della rivoluzione sovietica,
per seguire lo sviluppo che ha portato alla dittatura del partito e infine alla dittatura personale in un
complesso partitico e burocratico.
Arriviamo cos finalmente ai manoscritti economico-filosofici di Marx e al punto in cui
vengono descritti i due tipi di comunismo. Marx parla del comunismo democratico e del comunismo
dispotico. Lo sviluppo della dittatura del proletariato dal febbraio 1917 alla dittatura personale di Stalin
degli anni '40 e alla dittatura della burocrazia autonomizzata degli anni '60,  un fenomeno che occorre
studiare e capire, e non semplicemente incasellare nel concetto di totalitarismo. Del resto anche la
componente espansionistica dello stalinismo degli anni '40 e '50, cos come l'abbiamo sperimentata
qui a Berlino, deve essere compresa alla luce di questa dimensione storica e non approssimativamente
sussunta nel concetto generale di espansionismo con il quale siamo soliti alludere ai sistemi fascisti o a
tutti i sistemi antidemocratici. In quest'ultimo caso infatti si torna a ragionare sulla base della coppia
concettuale rosso-nero, in cui va completamente perduta la dimensione storica reale, nonch il punto di
partenza e il fine possibile.
Ma c' anche un'altra cosa. Io non riesco a capire come si faccia ancora a credere nella
possibilit di risolvere pacificamente il problema coloniale. Da decenni, e specialmente dopo la
seconda guerra mondiale, stiamo osservando gli sviluppi del problema coloniale, e sappiamo bene in
che modo l'imperialismo inglese abbia condotto in Africa la cosiddetta decolonizzazione. Sappiamo
anche che alla fine degli anni '50 sono sorte in tutte le parti del mondo grandi speranze in una
decolonizzazione pacifica e forse anche in un ininterrotto processo di industrializzazione dei paesi
coloniali, con conseguente eliminazione della miseria. Oggi invece, giunti ormai alla met degli anni
'60, incominciamo ad accorgerci di una realt che i marxisti come Karl Korsch avevano visto gi alla
fine degli anni '40, e cio che l'imperialismo attuale  caratterizzato dalla tendenza ad allearsi con gli
strati pi corrotti delle oligarchie e che l'eliminazione del colonialismo diretto in seguito alla conquista
dell'indipendenza altro non  che la riproduzione della totale dipendenza economica sotto un paravento
legalitario. Oggi non  possibile ignorare questo fatto. L'unica eccezione alla regola su cui si pu
ancora discutere  il tentativo di Frey in Cile. Io spero che qualcuno tra i nostri amici cileni prenda la
parola nel corso del dibattito per dirci quale significato si possa attribuire al successo di una legge
agraria presentata ad un parlamento borghese e quali possibilit abbia questa legge di essere realizzata.
Noi sappiamo ci che  successo alla legge agraria presentata in Vietnam al tempo di Diem, e mi
farebbe piacere se uno dei nostri amici cileni ci informasse sulla situazione del suo paese, non fosse
altro che per togliere una buona volta di mezzo quest'unico e strombazzato esempio occidentale.
L'ultima cosa su cui intendo parlare  il problema dell'opposizione totale dei singoli alla
societ, atteggiamento che il professor
Lwenthal ha recisamente respinto. A mio avviso su questo problema c' da dire questo: chi di
noi ha capito che cosa si celi nella nostra societ, quali universali possibilit essa ci offra, quali
conquiste essa potrebbe permetterci, deve capire anche che essa nega, nei termini pi radicali, un
mondo veramente nuovo, e che l'individuo deve pertanto condurre un'opposizione totale contro il
sistema; e non in nome di una classe ma in nome del genere umano minacciato di distruzione, per
garantirne la sopravvivenza e realizzare la sua ormai possibile emancipazione.
LEFEVRE - Intendo riferirmi alle conclusioni che il professor Lwenthal ha tratto dalla sua
critica a Marcuse. Secondo Lwenthal, Marcuse non  riuscito a tratteggiare nessuna alternativa
positiva. Infatti l'alternativa marxiana, a cui egli si  attenuto, non terrebbe conto dei risultati dello
sviluppo storico. Lwenthal ha detto che incolpare la storia di essersi allontanata dalla norma non serve
a niente.
In tal modo si arriva all'equivoco di interpretare l'alternativa positiva quasi come una legge
naturale del processo storico, una legge che deve essere concepita come determinante fattore della
prassi per il conseguimento dell'obiettivo programmatico. Da questo punto di vista coloro che vogliono
cambiare la societ non possono dimostrare la possibilit di un altro ordine sociale rispetto a quello
esistente.
Riferirsi al livello tecnologico come a prova e legittimazione della societ stabilita 
atteggiamento positivistico, giacch la tecnologia non pu comprovare che se stessa. Peraltro, da
trentaquattro anni a questa parte  la stessa struttura tecnologica che mette in forse il sistema di lavoro e
di potere, poich le crisi del 1929 e del 1932 non furono crisi per difetto ma per eccesso di beni.
In secondo luogo mi sembra anche importante che sia proprio il modello scientifico a indicare,
pur prescindendo dalla prassi, le soluzioni pacifiche e il carattere umano della nostra societ. Gli
studenti di questa Universit che hanno tentato di arrivare all'azione hanno dovuto sanguinosamente
sperimentare l'umanit di questo sistema. E a me sembra che i popoli del Terzo Mondo abbiano fatto
esperienze analoghe. Certo, fino a quando questi popoli accettano che i pacifici signori delle metropoli,
giunti con le loro valigie per investire capitale, stipulino tranquillamente i loro contratti con i governi,
tutto va avanti liscio; ma basta che si mettano in testa di curare da soli i propri interessi perch
anch'essi possano toccare con mano l'ineffabile umanit di questo sistema: si pensi al Vietnam, al
Congo, alla Persia e a tutti i paesi in cui si sono verificati contrasti di tal genere. E' molto importante far
notare come solo una rappresentazione del nostro sistema che non ne rifletta la prassi concreta consenta
di giudicare umana la nostra societ. Pertanto, fino a che ci si comporter scientificamente, vale a dire
ci si asterr da qualsiasi azione di ordine politico-sociale, non si avr mai l'occasione di sperimentare
l'inumanit del sistema, e si potr invece accusare di metafisica chi sente la necessit di costruire la
realt in vista di determinati fini. Per una scienza come la nostra, disposta a concepire se stessa solo
come registrazione del fatto compiuto, una trasformazione della realt che miri a una sua strutturazione
come autorealizzazione non ha in effetti alcun fondamento sicuro.
LWENTHAL - Il collega Marcuse non si  lasciato spaventare dalle etichette di romanticismo
e di metafisica. Io non mi spavento per quella di positivismo. Se per positivismo si intende la necessit
di esaminare e comprovare con i fatti ogni affermazione sullo sviluppo generale della societ, allora io
sono un positivista. Se invece si intende la tendenza a limitarsi ad alcuni fatti evidenti rinunciando al
tentativo di comprendere il tutto, allora non lo sono.
Per cominciare, una parola sulla decolonizzazione. Dutschke ha pienamente ragione a
distinguere tra il processo originario di decolonizzazione che si  svolto pacificamente in una serie di
paesi (anche se non in tutti) e gli attuali problemi di sviluppo dei paesi ex-coloniali o semicoloniali. Ma
io non credo che abbia ragione a tratteggiare un quadro generale in cui i paesi sviluppati dell'Occidente
risultano sempre legati, per la difesa dei loro interessi, a oligarchie reazionarie e corrotte. Il
comportamento reale dei paesi occidentali  molto meno sistematico, molto pi composito, molto pi
positivistico se preferite. In genere i paesi dell'Occidente si regolano sulla base dei loro interessi di
potenza nello scontro con il mondo comunista, e si alleano con chi fornisce loro garanzie, si tratti di
una corrotta oligarchia reazionaria o di forze riformiste e progressive. Lei stesso, professor Marcuse, ha
ricordato il caso di Frey nel Cile. Esistono altri casi di questo tipo. Lei ha anche sollevato il problema
di un eventuale fallimento di Frey, che naturalmente non si pu escludere. Una cosa per si pu
affermare con certezza: Frey non fallir per mancanza di aiuti americani. Io le posso anche ricordare
come in paesi che sono stati sottoposti a un efficace controllo occidentale si siano avute riforme di
sviluppo straordinariamente efficienti. Penso, ad esempio, ad un paese come il Giappone, che pur
avendo gi risolto i principali problemi della industrializzazione languiva ancora sotto il peso di una
struttura agraria di tipo feudale e in cui, grazie all'iniziativa americana,  stata introdotta una riforma
agraria estremamente positiva e tale da elevare considerevolmente il tenore di vita della popolazione. E
potrei citare anche la riforma agraria adottata a Taiwan. Ci che intendo dire non  che il mondo
occidentale porti dovunque il benessere e le riforme, ma soltanto che non porta necessariamente
dovunque l'appoggio all'oppressione oligarchica. Insomma, il mondo occidentale si trova di fronte a
possibilit diverse, ed  appunto per queste possibilit che bisogna lottare.
Torno cos ancora una volta al problema che il collega Schwan ha delineato con tanta
precisione, al problema della alternativa tra riforme e negazione radicale. Intendo porre questa
alternativa in rapporto con le affermazioni fatte ieri sera dal professor Marcuse sul diritto alla resistenza
e sul ruolo della violenza, della violenza dal basso, come fattore di progresso.
Dichiaro subito di essere d'accordo con il collega Marcuse e di ritenere anch'io che il
radicalismo non sia mai, in nessun modo, un ostacolo alle riforme; e che spesso, pur senza raggiungere
i suoi obiettivi, si sia invece rivelato un veicolo di riforme. E sono inoltre d'accordo con Marcuse
sull'esistenza di un diritto naturale alla resistenza contro l'oppressione, un diritto pi alto del diritto
positivo, un diritto che nello sviluppo della nostra societ occidentale ha svolto e potr continuare a
svolgere una grande funzione storica. Permettetemi di portare tre esempi emblematici. Il diritto della
classe operaia ad unirsi, e cio il diritto di sciopero,  stato ottenuto opponendosi a leggi oppressive con
l'azione diretta e mediante una resistenza violenta all'oppressione violenta. Questo successo  stato il
presupposto di tutte le successive riforme sociali e con ci anche dell'attuale integrazione della classe
operaia. Secondo esempio: la resistenza non violenta di gran parte della popolazione indiana contro la
Gran Bretagna. Su questa resistenza il professor Marcuse ha giustamente detto in uno dei suoi ultimi
scritti che una non-violenza esercitata su una scala cos vasta diventa una forma di violenza e per di pi
di violenza legittima. Terzo esempio: il movimento per i diritti civili negli Stati Uniti. Dove, come
negli Stati del Sud, lo Stato di diritto non funziona, dove i diritti non vengono di fatto riconosciuti,
l'azione diretta e specialmente l'azione diretta degli studenti si  rivelata l'unico veicolo possibile di
progresso, cio l'unico strumento capace di mobilitare le concezioni politiche democratiche della
nazione e di realizzare le riforme in esse implicite.
Io non sono dunque assolutamente contrario ad azioni di questo genere in simili casi. L'errore
da cui voglio mettere in guardia sta nel porre sullo stesso piano la resistenza contro l'oppressione
illegale e l'uso della violenza da parte di minoranze solo perch esse ritengono di non poter uscire
altrimenti dalla loro posizione di minoranza. C' una grande differenza; e la tesi secondo cui la societ
sarebbe manipolata in misura cos completa che, malgrado ogni diritto democratico, le minoranze sono
destinate a rimanere sempre tali, rischia di giustificare l'azione violenta della minoranza contro la
maggioranza. Che questo sia un pericolo, il collega Marcuse lo sa non meno bene di me. Io ritengo
per che nell'attuale situazione di Berlino sia necessario ricordarlo espressamente.
Ancora una parola, infine, sul problema dell'alternativa rivoluzionaria e del totalitarismo.
Dutschke ha detto che i regimi totalitari dell'Est (e solo di quelli noi stiamo parlando oggi) si sono
sviluppati da premesse completamente diverse. Secondo lui la semplice constatazione che all'origine
della rivoluzione russa c' stato un esperimento di democrazia diretta attraverso i soviet, un tentativo di
emancipare l'uomo lavoratore attraverso organi non statali, non burocratici, costituirebbe un argomento
sufficiente ad impedirci di ricorrere al concetto di totalitarismo. A me sembra invece assai importante
per noi capire come e perch una simile autentica rivoluzione dal basso abbia potuto trasformarsi in
uno Stato totalitario di cui abbiamo conosciuto la versione staliniana. E che non si sia trattato di un
caso lo dimostrano: primo, il fatto, che la presa del potere da parte dei soviet fu contemporaneamente la
presa del potere da parte di un partito; secondo, che nel corso delle lotte successive il partito divenne la
base di un nuovo apparato statale, trasformandosi infine in detentore esclusivo del potere; terzo, che
dalle istituzioni di questo integrale monopolio di partito derivarono, a mio avviso per necessit interna,
tutte le note conseguenze. I tragici risultati di questo processo non vanno attribuiti ad una malvagia
macchinazione di personaggi assetati di potere, ma ad una legge ben precisa, la quale dimostra (e torno
qui all'inizio del mio intervento) come oggi non sia possibile una societ senza potere gerarchico.
Permettetemi, a questo punto, di rispondere ancora una volta a Marcuse. Quanto sto per dire
non  n metafisica n positivismo ma, almeno credo, una fondata argomentazione sociologica. Io
penso che la moderna tecnologia non solo abbia consolidato il potere sul piano effettuale, ma tenda, per
sua natura, a rafforzare le posizioni degli specialisti; penso che in ogni settore della moderna societ
industriale l'importanza, l'indispensabilit non solo degli specialisti della tecnica, ma anche degli
specialisti dell'organizzazione e degli specialisti della decisione, e cio degli specialisti che esercitano
il potere decisionale su organizzazioni complesse, crescano e non diminuiscano. L'attesa marxiana di
una societ senza coercizione poggiava sull'ipotesi che lo sviluppo della tecnica e l'aumento del tempo
libero potessero accrescere il numero degli uomini sufficientemente colti per esercitare il potere
decisionale, e non solo per le grandi questioni di fondo ma anche per i problemi ordinari
dell'amministrazione e del governo. Per usare le parole di Lenin, ad un certo momento qualsiasi cuoca
avrebbe dovuto essere in grado di amministrare lo Stato. E' emerso invece (e, per riferirci ad un
esempio attuale, emerge oggi in Cina) che un moderno sviluppo industriale non  possibile senza
l'intervento di specialisti non certo rimpiazzabili in qualsiasi momento da una cuoca qualunque, e che
nessuna societ complessa  in grado di sostenersi senza ricorrere alla coercizione e senza esercitare il
dominio anche sugli uomini. Dutschke crede di vivere in un mondo in cui sia gi possibile una societ
completamente libera (libera cio dal potere), la quale per ci verrebbe negata. Ma questa sua fiducia 
in contraddizione con la realt concreta della tecnica e dell'organizzazione della societ industriale,
nonch con l'esperienza delle grandi rivoluzioni comuniste e con lo sviluppo del sistema sovietico in
apparato dittatoriale. Questa fiducia si trova in contraddizione anche con un dato incontrovertibile, che
costituisce, a mio avviso, il fondamentale problema umano di cui ci stiamo occupando. Si tratta di
questo: non pu esistere una societ in cui gli uomini non siano costretti a fare a volte dei sacrifici, a
rinunciare a parte dei loro interessi, a reprimere alcuni dei loro istinti. In ogni societ della storia gli
uomini hanno sentito (e lo sentono nella nostra come, temo, lo sentiranno in quelle future) ci che
Freud ha chiamato il malessere della civilt. E io vi dico che il tentativo di liberarsi da questo disagio
della civilt per rifugiarsi in un mondo ideale, nel mondo dei desideri, mentre esprime certamente
un'aspirazione umanamente comprensibile, non costituisce per alcuna alternativa politica.
MARCUSE - Mi fa straordinariamente piacere sentir dire che il desiderio di uscire dalla societ
repressiva , se non altro, un desiderio umanamente comprensibile. Infatti, una volta raggiunto
l'accordo su questa base, io credo si possa cominciare a discutere per stabilire in che modo questo
desiderio umanamente comprensibile possa trasformarsi in concreta azione politica.
Il collega Lwenthal ha riconosciuto il diritto alla resistenza, precisando per che pu essere
esercitato soltanto contro forme di oppressione illegale. La mia obiezione : chi decide in merito
all'illegalit delle forme di oppressione? Il problema della societ tardoca-pitalistica sviluppata  tutto
qui: l'oppressione contro cui bisogna lottare non  illegale, vale a dire non  contraria al diritto nel
senso del diritto positivo. Quanto al problema delle minoranze,  certo da respingere la tesi che si
debba esercitare la violenza per evitare che una minoranza rimanga minoranza. Anche su questo punto
mi posso dichiarare d'accordo. Del resto, il problema dell'attuale societ capitalistica  un altro, anzi 
esattamente opposto; infatti  la maggioranza che rimane una maggioranza reazionaria e integrata.
Sul problema del rapporto tra tecnica e potere:  indubbia-mente vero che il progresso della
tecnica rafforza la posizione degli specialisti, ma io vedo in ci un sintomo nient'affatto sfavorevole
per noi, anzi favorevole. Infatti diventa sempre pi importante sapere chi siano questi specialisti: se
specialisti della guerra o specialisti della pace; se specialisti dello sfruttamento intensivo o specialisti di
una tecnica sociale ed economica che aspira al contrario. E io credo che gli intellettuali abbiano il
compito di badare a che gli specialisti del futuro risultino diversi dagli specialisti di oggi, siano cio
specialisti della liberazione. Esiste in effetti una tecnica della liberazione, una tecnologia della
liberazione, e bisogna impararla. E' nostro compito contribuire a far s che il numero di questi
specialisti diventi sempre pi consistente.
Concludo con un'ultima osservazione. Ogni specializzazione pu essere appresa, e in questo
senso il detto di Lenin  ancora oggi valido.
CLAESSENS - Professor Marcuse, vorrei sapere una cosa. Anch'io ho partecipato una volta, e
proprio da questa cattedra, a una discussione sul tema Che fare?, e so quindi quanto sia difficile
rispondere a una domanda come questa. Tuttavia non le nascondo che le sue risposte non ci soddisfano
pienamente. Si pu anche discutere sulla possibilit o meno di dare risposte pi esaurienti delle sue, ma
ci non ci impedisce di porre ancora una volta in modo chiaro e univoco la domanda. Quanto lei ha
detto ultimamente non  altro che la voce di quella ragione che molti settori, ampiamente rappresentati
anche in questa sala, non considerano affatto tale, e che afferma la necessit di trasformare il sistema
dal suo interno. La sua richiesta di una trasformazione delle funzioni degli specialisti pu anche venir
interpretata in termini diversi; peraltro il senso cui ho accennato rimane chiaro. A me sembra tuttavia
che continuiamo a girare attorno al problema della democrazia senza venire al sodo. Infatti abbiamo a
che fare con una minoranza (sulla cui consistenza io credo ci si continui a illudere) che rivendica un
riconoscimento senza sapere come ottenerlo concretamente. E' questo appunto il circolo vizioso, il
circolo infernale, cui lei ha ripetutamente accennato ieri. In una democrazia appena accettabile, la
minoranza deve essere per lo meno ascoltata, ma non deve ottenere lo stesso peso della maggioranza.
Tocqueville ha continuato ad agitare il problema di come si possa evitare la dittatura della maggioranza
in una democrazia di quasi-eguali (e, paragonata a quelle precedenti, la nostra  una democrazia di
quasi-eguali). Ma il problema  di impedire il sorgere di questa dittatura della maggioranza servendosi
di mezzi democratici, vale a dire con un duro e intenso lavoro politico che ci permetta di inserirci nei
rapporti di maggioranza e talvolta anche di rovesciare la maggioranza precedente. E' su questo punto
che attendiamo una risposta. Noi dobbiamo sapere se si pensa alla rivoluzione o alla democrazia.
Perch se si pensa alla rivoluzione, allora non  forse questo il posto pi adatto per discuterne.
Non voglio aggiungere altro. Torno soltanto a chiedere: che cosa dobbiamo fare in concreto?
Dobbiamo rinunciare a credere nella possibilit di ottenere qualche risultato esercitando un'intensa
attivit di formazione politica? Dobbiamo ritenere questo lavoro un'insensata perdita di tempo,
un'attivit destinata in pratica soltanto a rafforzare il sistema di potere in quanto pu far credere che
esso si permette addirittura il lusso di tollerare una Contro-Universit? Oppure: che cosa bisogna fare
per sostenere questo debole impulso politico, oggi peraltro ancora in atto seppure apparentemente
alimentato da fattori prevalentemente emotivi e quindi poco attendibili e insicuri? (Tra parentesi, questa
 una cosa che noi tutti, come tedeschi, dobbiamo riconoscere con molta calma.) Dietro questo
problema stanno la nostra rivendicazione di un peso nella societ e la nostra concezione dell'uomo;
questioni che per il momento non affronto, limitandomi invece a costatare quanto segue: noi siamo una
minoranza progressiva che opera in una civilt dal passato repressivo; per impedire l'estinzione e la
dispersione di tutti gli impulsi attivi del nostro movimento dobbiamo elaborare misure assai concrete
che possano favorire un loro ulteriore sviluppo, conservarli e, se possibile, intensificarli.
DUTSCHKE - Due parole sul problema, decisivo, della eliminazione di una classe dominante
ormai storicamente superflua. L'eliminazione, storicamente possibile, del dominio come dominio in
generale, merita di essere posta al centro della discussione, assieme al problema di una funzione
produttiva degli intellettuali e al pregiudizio, tipico delle societ industriali, che si tratti di cose
impossibili. Il professor Lwenthal mi permetter di citare alcuni suoi scritti degli anni '30 2 In un
saggio sulle trasformazioni del capitalismo, del 1936, egli diceva tra l'altro:
La meccanizzazione del processo lavorativo, date le dimensioni che ha assunto nell'ultimo
decennio, riduce necessariamente la partecipazione del lavoro qualificato al lavoro globale
dell'industria. Contemporaneamente per aumenta l'indispensabilit di questo ridotto strato di
specialisti nel processo produttivo e quindi, nella stessa misura, anche il suo peso sociale nell'attivit
industriale. Al di sopra del lavoro qualificato si sviluppa un nuovo strato di produttori la cui importanza
cresce parallelamente al processo di scientifizzazione della produzione e, in parte, dell'organizzazione
sociale. E' lo strato della intellettualit tecnica e economica. Per la propria posizione di potere e per la
propria posizione sociale, questo gruppo, che chiameremo per brevit intelligenza produttiva, coltiva
rapporti con la borghesia, ma sul piano economico fa parte indiscutibilmente del proletariato, di cui
rappresenta lo strato superiore e pi qualificato. E' di grande importanza il fatto che questo strato
superiore di schiavi non eserciti pi, in prevalenza, le funzioni di sorveglianza che lo legavano alla
classe dominante, ma quelle funzioni di direzione scientifica della produzione che sono destinate a
rendere superflua la classe dominante.
Permettetemi di citare ancora un passo, tratto da un altro saggio intitolato La rivoluzione
tedesca:
Nell'istante in cui si riesce a mobilitare le masse contro il fascismo, la questione della
rivoluzione  ormai posta. A partire da quel momento il destino della nazione dipende dalla chiara
coscienza dei fini dei rivoluzionari stessi e cio dalla capacit di questi ultimi di puntare
consapevolmente all'annientamento di tutti i fondamenti del potere fascista. Questo annientamento
deve essere assicurato mediante lo sviluppo dell'iniziativa e della volont di potere delle masse
popolari, mediante l'assalto ai bastioni politici ed economici della reazione e mediante il
consolidamento economico della rivoluzione.
Ed ecco ora i passi decisivi sulla intelligenza produttiva. Il professor Lwenthal dice:
Abbiamo gi accennato alla insufficiente preparazione del partito dei lavoratori rispetto al
compito della conquista dell'apparato economico, ormai altamente sviluppato, come alla causa decisiva
del fallimento della rivoluzione democratica del 1918. Da allora l'importanza di questa preparazione si
 ulteriormente e immensamente accresciuta. Perch la prossima rivoluzione tedesca possa riuscire,
bisogna creare un partito rivoluzionario, preparato in egual misura a organizzare l'attivit di massa e a
dirigere l'apparato economico, un partito che educhi i suoi quadri nelle aziende, in mezzo alla
intelligenza produttiva, e li utilizzi per la direzione della rivoluzione con la medesima razionalit e
funzionalit organizzativa e soprattutto con la medesima volont di potere con cui l'industria utilizza i
suoi.
Queste citazioni parlano da sole. Rifacendomi a quanto ha detto il professor Marcuse, io mi
limito ad aggiungere che gli specialisti e la loro crescente importanza rappresentano per noi un fattore
di enorme efficacia per l'eliminazione del dominio storicamente superfluo.
Ci che emerge dalle parole del professor Lwenthal e anche del professor Schwan  la
sclerotizzazione di una situazione storica sopravvenuta in un secondo tempo, allorch le illusioni degli
anni '20 e (specie per il professor Lwenthal) la possibilit e la necessit della rivoluzione proletaria si
rovesciarono in una reificata negazione, a causa della terribile disillusione provocata dallo stalinismo.
Di qui l'incapacit di entrambi di considerare le nuove possibilit storiche (in cui noi lavoriamo,
pensiamo e viviamo) come il punto di partenza di una nuova analisi. Ecco perch dobbiamo accogliere
le loro tesi con scetticismo.
FURTH - Ci  stato tracciato il quadro di una societ che si sarebbe sviluppata grazie alle sue
conquiste in un sistema bens repressivo, ma talmente soddisfacente da far considerare ad una analisi
obiettiva ogni speranza di un suo superamento come frutto del risentimento, di un residuo di
insoddisfazione presente in ogni societ perch in ogni societ si manifesta, come una costante, un
certo malessere della civilt. Dunque l'opposizione - in quanto negazione radicale di una societ che 
e non pu non essere repressiva -  da considerare nelle sue conseguenze come semplice libido di
distruzione? A prescindere da considerazioni generali (che noi dovremmo tuttavia sviluppare
ulteriormente) io vorrei porre al professor Lwenthal una domanda assolutamente concreta, e cio dove
colga lui questa libido. Il professor Lwenthal sostiene di non vederla in Herbert Marcuse e neppure
nelle sue intenzioni (tutt'al pi nelle conseguenze), ma aggiunge di averla notata, in un modo evidente
e concreto, nel movimento di opposizione. Io credo che il professor Lwenthal non dovrebbe tenerci
nascosti i risultati delle sue scoperte.
Questa  la prima domanda. La seconda si riferisce al tentativo di legittimare la resistenza, anzi
la resistenza violenta. Il professor Lwenthal distingue tra resistenza legittima, legittima
controviolenza, e resistenza illegittima. La resistenza sarebbe legittima quando si volge contro una
oppressione contraria al diritto; illegittima quando  utilizzata per procurare potere alla minoranza, per
trasformare la minoranza in maggioranza, per assicurarle una posizione nei confronti della
maggioranza. Ci si potrebbe chiedere:  mai esistita una resistenza che non abbia mirato a procurare
alla minoranza una condizione nella quale lo stato minoritario non significhi pi annullamento di ci
che essa vuole? Ma a parte questo, bisogna anche chiedersi se sia giusto affrontare la questione in
termini cos formali, con questa rigida distinzione tra minoranza e maggioranza. In fin dei conti nella
storia ci sono stati tipi assai diversi di minoranze. E cos  anche oggi. Quando si parla di minoranze
bisogna tener conto delle intenzioni, dei contenuti della loro volont, e di ci che ne fa appunto delle
minoranze. Ecco un primo criterio sicuramente valido per distinguere tra azioni legittime e illegittime.
Se questo criterio non fosse valido, la maggioranza, per il semplice fatto d'esser tale, avrebbe sempre
dalla sua il diritto legittimo, non pi distinguibile dal diritto de facto, cio dalla forza, di potersi
mantenere come maggioranza e inoltre di decidere in merito alla legittimit, e al grado di legittimit, di
ogni cosa. Il sistema positivistico non  dunque soltanto quella specie di giacca che il professor
Lwenthal ha creduto di indossare, e cio la prova di ci che si analizza, per esporlo poi sul piano
teorico e sistematico con la documentazione dei fatti; al contrario, nella sua totalit e quindi anche nei
presupposti della sua stessa analisi, esso  gi determinato, nella misura in cui il potere esercita di fatto
la violenza e fissa il valore relativo di quanto viene elaborato sui piano teorico. Mi sembra una
posizione estremamente precaria per il pensiero in genere, che perde cos ogni altro criterio per
giudicare la propria validit all'infuori di quello rappresentato dai sistemi, cos come si sono venuti
sviluppando e conchiudendo, sistemi che a loro volta non si possono pi toccare senza ferire i
sottilissimi margini differenziali da loro stessi fissati, e quindi senza uscire dalla legittimit. Con ci il
pensiero rinuncia alle sue possibili contrapposizioni interne.
Ancora due questioni.
Primo: amore della distruzione. L'amore della distruzione  davvero un risentimento? La
costante del malessere della civilt  un tratto tipico di tutte le opposizioni radicali? Oppure il potere 
qualcosa su cui non si pu venire a patti?
Secondo: si pu considerare legittima la controviolenza a cui ricorrono le minoranze nel
tentativo di uscire dalia loro condizione minoritaria solo rinunziando a definire le minoranze in termini
formali, e badando invece ai contenuti che ne fanno minoranze e ai contenuti dell'azione che
intraprendono per uscire dallo stato minoritario.
LWENTHAL - Risponder con la maggior brevit possibile, incominciando dai rilievi del
signor Dutschke, che si  rivelato (e in modo cos toccante per me) un mio allievo postumo. Sono
ancora oggi disposto a sottoscrivere molti tra i miei passi del 1936 citati da Dutschke, e proprio perch
concordo pienamente con la sua distinzione tra il problema della superfluit del dominio in genere e il
problema della superfluit di un determinato assetto dei gruppi dominanti. Io credo anche che le
citazioni di Dutschke concorrano a provare la necessit di trasformare il carattere del potere,
eliminando la propriet e valorizzando invece le conoscenze tecniche, ecc. Ma ci non equivale a
credere fideisticamente che si possa vivere senza un ordinamento fondato sul potere. Si tratta di due
cose diverse, e io qui mi sono gi espresso contro la speranza in una societ senza alcun tipo di
gerarchia.
Se mi  concesso incominciare dalla seconda questione posta da Peter Furth, cercher di
spiegare che cosa ho inteso dire parlando del diritto alla resistenza e dei limiti del diritto delle
minoranze a ricorrere alla violenza. Trattando questa questione, in fondo relativamente semplice anche
se difficilmente delimitabile, non vorrei che ci perdessimo in una disputa sul significato delle parole.
Parlando di legittimit io non ho voluto dire che la resistenza sia possibile soltanto quando sono gli
stessi detentori del potere a violare il proprio diritto positivo. Una tesi simile sarebbe palesemente
fondata su un caso estremamente raro. I casi che ho citato (la lotta della classe operaia nel secolo
diciannovesimo per il suo diritto a organizzarsi, la lotta del popolo indiano per la liberazione dalla
soggezione coloniale) sono esempi lampanti di resistenza vittoriosa contro il diritto positivo allora
esistente; e a questo proposito io ho parlato in piena coscienza di un diritto naturale alla resistenza. La
mia distinzione si riferisce alla pretesa di una minoranza di avere il diritto a resistere e a ricorrere alla
violenza non perch privata della possibilit di esprimersi e di organizzarsi (in caso contrario infatti
ritengo legittima questa pretesa), ma solo perch non vede la possibilit di uscire dalla propria
condizione minoritaria servendosi unicamente di metodi pacifici e non violenti. Io credo che questa sia
una distinzione essenziale, da non ignorare.
E ora un'ultima parola sulla sua prima domanda signor Furth. Dal mio monito a non assumere
atteggiamenti meramente distruttivi, e dal mio invito a non riferirlo alle intenzioni del professor
Marcuse, lei ha tratto la conclusione (approfittando anche di una mia osservazione marginale) che io
paventi avvenimenti rischiosi qui a Berlino. E' molto difficile parlare oggi con calma di queste cose,
dopo quello che  successo il 2 giugno ad opera della polizia3. E' molto difficile perch nessuno vuole
avvalorare il sospetto di giustificare le aggressioni poliziesche. Io devo dirle per che il 2 giugno non ci
sono state soltanto le aggressioni poliziesche, n soltanto le legittime dimostrazioni pacifiche. In realt
qualcuno ha fatto proprio ci che ieri, in una osservazione incidentale, il professor Marcuse ha esortato
a non fare, e cio ha cercato il confronto, ha tentato consapevolmente di superare i limiti di una
dimostrazione pacifica. Lo dimostrano il lancio di oggetti e tutto il gran discorrere sull'inutilit dei
cartelli pacifici. E io le dico allora, riprendendo quanto Marcuse ha affermato ieri (non so se lui abbia
voluto dire proprio questo; comunque ne ha parlato), che non  affatto necessario andare alla ricerca
dello scontro, perch esso scaturisce anche troppo facilmente dalla normale applicazione del diritto. Il
professor Marcuse ha anche detto che andare alla ricerca dello scontro  da irresponsabili, e io
sottoscrivo questa dichiarazione.
LEFEVRE - Io mi meraviglio, prima di tutto, per il modo astratto e vuoto con cui si parla qui
delle minoranze, del potere e conseguentemente dei fatti di Berlino, altrettanto astrattamente definiti
provocazioni. Si incomincia col dilettarsi sul problema delle minoranze tout-court e si finisce dicendo:
se queste minoranze vogliono uscire dalla loro condizione minoritaria soltanto con la violenza, bisogna
deprecarle. Ma a che tipo di minoranza si allude, parlando concretamente, quando ci si riferisce
all'attuale opposizione studentesca nelle metropoli? Secondo me bisogna partire dalla constatazione
che oggi la coscienza politica ancora in grado di sentire come un delitto la guerra del Vietnam  in
minoranza. In una simile situazione mi sembra indispensabile affrontare una buona volta in termini di
contenuto il problema delle minoranze. Che cosa deve fare la coscienza politica se non vuole
rassegnarsi, se non vuole accettare il principio di delitti come quelli del Vietnam, se non vuole limitarsi
a dichiarare verbalmente il suo rifiuto o a scriverlo sul diario nel chiuso di una cameretta? Per poter
rimanere coscienza, questa coscienza politica deve cercare di contrapporsi alla nostra societ, pur
essendo minoranza, anzi minoranza trascurabile; deve tentare di elevarsi a contraltare, a termine di
confronto. In modo non meno astratto, e cio senza tener conto del contenuto, mi sembra venga
affrontato anche il problema del potere, il problema della maggioranza. Si dice che la minoranza deve
attenersi ai diritti pur sempre fruibili della democrazia; e ci dopo essersi rifiutati di analizzare con un
minimo di precisione il concetto di potere e dopo aver parlato di potere degli esperti. Mentre si tratta
del potere del capitale e dei suoi interessi, anche se non pi di quello diretto dei capitalisti. Si pensi
soltanto al costo morto degli investimenti in apparati polizieschi destinati a tenere a bada le masse
soggette delle metropoli, e in eserciti e in apparati militari da usare contro gli uomini in rivolta del
Terzo Mondo. Di fronte a queste cose  meglio non parlare di potere degli esperti, ma di nudo e crudo
potere politico del capitale e dei suoi interessi.
E ora, brevemente, due osservazioni di contenuto sulle provocazioni berlinesi. A me sembra un
po' singolare che non si dica, ad esempio, come qui alla Libera Universit la provocazione sia stata
preceduta dal rifiuto delle autorit accademiche di discutere in modo razionale (e impegnandosi a
rispettare le conclusioni del dibattito) quel palese controsenso che  la limitazione della durata della
frequenza, cio in pratica la cancellazione forzosa dalla matricola degli studenti fuori corso. In una
situazione del genere una minoranza (che del resto in questa Universit rappresenta la maggioranza)
pu gi essere in parte giustificata se tenta di costringere a un confronto di idee autorit cos ottuse. E a
Berlino, in una citt in cui gli studenti che fanno picchettaggio vengono arrestati sotto l'accusa d'aver
scritto versetti innocui sui loro manifesti al Kurfrstendamm (l'opinione pubblica non se ne accorge
neppure perch qui la stampa  ormai integrata), e in un momento come questo,  giusto che si lancino
uova contro la facciata dell'Amerika Haus, se non altro perch possa aver inizio la discussione.
SCHWAN - Non ritengo vi sia nulla da rispondere all'ultima affermazione di Lefevre, se non
questo: bisogna utilizzare la situazione determinata da queste manifestazioni per realizzare i nuovi dati
positivi, che in una situazione come quella berlinese sono emersi come altrettante possibilit. Io sono
anche del parere che i mezzi radicali possono senz'altro divenire veicoli di riforme. Ma credo che voi
dobbiate dimostrare il vostro interesse per tali riforme; altrimenti, a lungo andare, si giunger a un
nuovo confronto che porter a un isolamento ancora maggiore. Io non so che cosa ci si riproponga,
cercando il confronto; anzi mi pare che sia appunto questo il problema centrale.
Secondo Taubes io partirei dalla ipotesi di una costanza dei bisogni, e secondo Dutschke
assolutizzerei una condizione storicamente data. Non  del tutto giusto. Io sono del parere che i bisogni
della societ tendano sempre pi alla libert, ad un'area sempre pi vasta di libert; credo soltanto che
questa tendenza debba comporsi con un corretto esercizio del potere. L'esperienza storica ci dimostra
appunto, almeno fino ad oggi, che le rivoluzioni hanno prodotto sempre nuove forme di dominio. Se
prendiamo la Rivoluzione francese o anche la Rivoluzione bolscevica in Russia, possiamo dire che le
forme nuove si sono rivelate migliori delle precedenti; ma bisogna tener conto che in entrambi questi
casi gi prima della rivoluzione esistevano idee molto chiare sui risultati da raggiungere. Prima della
Rivoluzione francese vi fu un Rousseau e prima della Rivoluzione bolscevica un Lenin. Cionondimeno
la democrazia dei soviet si  rovesciata nello stalinismo (ma questo  forse un problema a s).
Ora, se nella situazione attuale, caratterizzata da una tecnologia altamente differenziata, noi non
riusciamo neppure ad immaginare come dovrebbe essere un programma concreto per realizzare,
articolare, differenziare, formulare le esigenze politiche positive, vuol dire secondo me che il problema
rischia di essere affrontato in termini meramente emozionali, a loro volta destinati a rovesciarsi con
estrema facilit in una dittatura o nell'isolamento. Questa  la mia preoccupazione, e io penso che
intanto dovremmo cominciare a sfruttare una situazione come quella che si  venuta a creare qui a
Berlino in rapporto all'Universit, al corpo accademico, alla popolazione, alla stampa, ai partiti, alle
istituzioni.
DUTSCHKE - Riferendomi a quanto ha detto Lefevre, ritengo che abbiamo raggiunto ormai un
punto in cui le uova non bastano assolutamente pi. Voglio dire: le uova e i pomodori sono stati in
effetti forme di resistenza non organizzata, intesa soltanto a far sentire la nostra presenza all'opinione
pubblica. Adesso per il nostro processo politico ha ormai raggiunto una fase in cui sarebbe una
stupidaggine (e una stupidaggine che ci farebbe tornare indietro) insistere con le uova e i pomodori.
Questa constatazione ha in parte a che fare col problema delle minoranze e delle maggioranze, due
termini che non dobbiamo utilizzare come concetti statistico-quantitativi ma come concetti
storico-dialettici, vale a dire come espressione di rapporti interagenti e modificabili da parte degli
uomini. Si tratta ora di rompere l'isolamento di cui abbiamo sofferto per mesi, o addirittura per anni, e
di ottenere di fatto un costante e crescente allargamento della minoranza.
Noi non siamo ormai pi i trenta o quaranta tessitori di un tempo, ossessionati dal sogno di un
mondo ahim lontanissimo. Al contrario, qui nella nostra universit si  ormai formato un campo
antiautoritario di quattro-cinquemila studenti, mentre nelle altre universit esistono minoranze in
sviluppo. Noi stiamo ormai avviando (e questo potrebbe essere un altro argomento del dibattito sul
problema della violenza) una campagna sistematica per l'espropriazione del complesso editoriale
Springer, che ci porter in mezzo alla popolazione e amplier ulteriormente la nostra azione.
La minoranza (di cui qui a Berlino possiamo mostrare con precisione la genesi storica a partire
dall'isolamento, dal settarismo e dal dogmatismo degli anni '50) ha progressivamente propagato l'idea
che in questa societ molte cose debbano e possano essere cambiate; e non con putsch di gruppi
minoritari e programmaticamente isolati dalle masse, ma con azioni di minoranze che operino
sistematicamente per far conoscere a strati sempre pi vasti della popolazione il senso di quanto
avviene nell'Universit, per intrecciare un dialogo con gli uomini tenuti in una condizione di
immaturit sociale. Questo processo di espansione della nostra minoranza, che gi si  sviluppata
considerevolmente, diffonde e propaga tra le masse l'idea della liberazione (il che basterebbe a creare
la base per una trasformazione sociale). Le maggioranze sorgono dunque dalle minoranze grazie alle
azioni di queste ultime, come potrebbe essere, ad esempio, l'espropriazione del complesso Springer.
Nel corso di queste azioni esse non si trovano pi sole, ma a fianco di determinati strati della
popolazione che avvertono chiaramente un senso di malessere per l'attuale situazione sociale, e cio il
disagio dovuto all'assoggettamento funzionale delle masse ad opera delle forze manipolatrici. 
proprio questo il punto su cui noi dobbiamo continuare a insistere per cercare di fare una maggioranza
di quella che  ancora una minoranza.
MARCUSE - Vorrei ritornare, brevemente, sulla questione delle alternative concrete. Possiamo
lavorare per il rovesciamento della societ esistente, senza offrire una alternativa concreta? Per il
momento l'alternativa concreta  ancora soltanto una negazione, ma  certo che nel negativo si cela gi
il positivo. Permettetemi di fare un esempio. Se in America mi si chiedesse cosa vogliamo di fatto
sostituire alla societ quale  esistita finora, risponderei: noi vogliamo una societ in cui non ci siano n
possano sorgere guerre coloniali, in cui non possano pi nascere dittature fasciste, in cui non esistano
pi cittadini di seconda e di terza classe.  vero, tutti gli elementi di questa risposta sono formulati in
termini negativi; eppure bisognerebbe essere assolutamente idioti per non capire come nella
formulazione negativa si nasconda gi l'aspetto positivo. Se poi mi venisse chiesto di precisare il nostro
programma di azione rispetto alla specifica situazione di Berlino, risponderei probabilmente: vogliamo
creare una situazione in cui non siano pi possibili visite dello Sci di Persia. E in Persia la risposta
sarebbe ancora pi facile e suonerebbe: vogliamo creare una situazione in cui non esista pi uno Sci.
Dette qui, al tavolo di un dibattito, queste cose possono sembrare assai vaghe, ma io credo che per chi
vive i problemi, per chi deve viverli fino in fondo, la risposta non sia poi cos vaga, e che l'alternativa
risulti abbastanza concreta e positiva, malgrado la sua formulazione negativa.
Due parole ancora sul problema democrazia o rivoluzione. Si tratta di una questione terribile,
ma per fortuna chi l'ha posta si  affrettato ad aggiungere che non possiamo discuterla qui. Eppure io
vorrei dire egualmente una cosa. E' ovvio che il problema consiste nell'utilizzare ogni possibilit di
educare e illuminare le coscienze gi all'interno della societ esistente, ogni possibilit di avere o di
ottenere delle riforme. In questo senso, da un punto di vista astratto, la nostra opposizione non  una
opposizione totale. Noi dobbiamo riuscire ad avvertire ogni potenzialit latente, ogni frattura
nell'ordine costituito, per poterla allargare. Tuttavia, quanto pi le democrazie diventano manovrate,
quanto pi si trasformano in democrazie controllate e tendenti a limitare i diritti democratici, le libert
e le possibilit dei cittadini (e non gi violando il diritto ma legalmente), tanto pi diventa necessario
accompagnare queste forme del nostro lavoro con un'opposizione extraparlamentare. Quali forme
debba assumere poi questa opposizione extraparlamentare  da decidersi solo sulla base delle situazioni
concrete. Bisogna per tener sempre sotto gli occhi entrambe le direzioni: quella del lavoro di
chiarificazione all'interno dell'ordine esistente e quella di un'opposizione che, attraverso questo stesso
lavoro di chiarificazione, attraverso l'opposizione extraparlamentare, tenda a oltrepassare l'ordine
esistente, a trascendere l'esistente.
MARGHERITA VON BRENTANO - Nei giorni scorsi ci  stata rivolta spesso la domanda: voi
volete distruggere, ma dopo che cosa ne verr fuori? Permettetemi soltanto di citare un passo d'una
poesia di Brecht, la Parabola del Buddha sulla casa in fiamme: Il Buddha disse: - Vidi una casa.
Bruciava... Dentro c'era della gente... Uno mi chiese, mentre la vampa gi gli strinava le sopracciglia,
che tempo facesse, se non piovesse per caso, se non tirasse vento, se un'altra casa ci fosse, e cos via.
Senza dare risposta uscii di l.
1. Allgemeiner Studentenausschuss: l'organismo rappresentativo degli studenti universitari
tedeschi. [N.d.T.]
2. Allusione ai saggi e articoli d'orientamento marxista scritti da Richard Lwenthal, fino al
1948, sotto lo pseudonimo di Paul Sering. [N.d.T.]
3. Il 2 giugno 1967 le manifestazioni studentesche contro la visita dello Sci di Persia furono
disperse con la forza dalla polizia, che uccise lo studente Benno Ohnesorg. [N.d.T.]
...
.
...
Vietnam.
...
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...
Il terzo mondo e l'opposizione nelle metropoli.
...
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...
Dibattito diretto da Klaus Meschkat, con la partecipazione di Peter Gng, Ren Mayorga, Bahman Nirumand, Herbert Marcuse, Rudi Dutschke e Wolfgang Schwiertzik.
...
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...
GNG - I fattori che condizionano la guerra del Vietnam devono essere considerati come
problemi interni vietnamiti, e sono riconducibili alla insostenibile situazione in cui versa la popolazione
di quel paese, particolarmente quella agricola. La resistenza  alimentata dalla speranza in una
situazione migliore e sperimentata necessit di superare una condizione insopportabile impiegando
determinate forme di lotta contro le potenze che si sono stabilite nel Vietnam. Ad essa si oppongono in
primo luogo le forze dell'establishment vietnamita, appoggiate dalla potenza imperialistica degli Stati
Uniti. Questa alleanza ha creato un fronte contro la sollevazione della miseria nel Vietnam e ha cos
spezzato, o meglio interrotto, il rivoluzionario in atto.
Permettetemi di descrivere brevemente questi fattori.
Parlando di situazione insostenibile io intendo alludere, per quanto si riferisce al Vietnam, ai
rapporti sociali nelle campagne, vale a dire alla struttura feudale che  stata consolidata dal
colonialismo francese. Quest'ultimo ha tenuto nella miseria la maggior parte dei contadini vietnamiti,
permettendo a una minoranza di godersi privatamente i frutti del loro lavoro e di portare cos
tendenzialmente il proprio tenore di vita al livello di quello dei signori coloniali.
Al polo opposto sta la forma di lotta scelta a suo tempo dai Vietminh, i quali puntarono al
superamento della struttura feudale mediante una riforma agraria basata sull'espropriazione e sulla
distribuzione della grande propriet fondiaria per consentire ai contadini di godersi i frutti del loro
lavoro.
Questo processo rivoluzionario nel Vietnam  stato interrotto: in primo luogo dal noto accordo
di Ginevra; in secondo luogo dall'appoggio fornito dagli Stati Uniti al governo Diem, che infine  stato
direttamente rimpiazzato dagli americani, anch'essi fermamente decisi ad impedire ai contadini
vietnamiti di uscire dalla loro miseria. Nel Vietnam il processo rivoluzionario ha assunto cos,
inevitabilmente, la forma di una guerra di liberazione nazionale, secondo il modello della guerra
popolare rivoluzionaria gi praticata in Cina, e cio di una guerra che richiede ad ogni singolo
contadino una precisa coscienza della necessit di partecipare alla lotta contro le strutture feudali da
eliminare. A questa lotta, che ha assunto le caratteristiche di una guerra popolare rivoluzionaria, si 
adeguata la strategia controrivoluzionaria degli Stati Uniti, che pu essere definita in questi termini:
dividere i partigiani dalla popolazione contadina. Gli americani hanno cercato di raggiungere questo
obiettivo in vari modi: dapprima con la creazione di villaggi strategici (esperimento che  fallito) e poi,
inevitabilmente, con un programma che prevede in caso di necessit l'annientamento totale della
popolazione vietnamita per sottrarre al movimento partigiano la sua base naturale.
La forma di lotta del Fronte nazionale di liberazione del Vietnam  stata quindi condizionata
dalla preliminare necessit di avviare un processo di educazione della popolazione contadina,
dall'esigenza cio di insegnarle a difendersi dallo strapotente nemico e di ricorrere spesso (almeno
all'inizio) a metodi estremamente primitivi quali le barricate e i trabocchetti contro i dispositivi nemici,
ecc. Nel corso di questo processo la popolazione vietnamita si  divisa in due: una parte si  schierata al
fianco degli sfruttatori, mentre la grande maggioranza del popolo non ha potuto fare altro che schierarsi
al fianco del movimento di liberazione.
A causa di questo processo rivoluzionario che, per le sue origini sociali, era fatalmente destinato
a partire dalle campagne, nelle citt vietnamite si  venuta a creare una situazione particolare,
determinata praticamente dall'inserimento diretto dei centri urbani nel processo produttivo degli Stati
Uniti. L'economia sudvietnamita  stata infatti introdotta nel ciclo economico americano, specie
attraverso la prestazione dei servizi, che viene esercitata dalla popolazione cittadina per soddisfare la
domanda dei soldati americani.
Di qui le contraddizioni immanenti, tipiche di tutte le rivoluzioni borghesi, che per la loro
inconsequenzialit (quella cio di volersi mantenere esclusivamente sul terreno di una rivoluzione
borghese) devono necessariamente portare all'insuccesso e a nuove polarizzazioni (ad esempio alle
agitazioni buddhiste, sempre domate). La strategia controrivoluzionaria americana, a partire dalla
creazione dei villaggi strategici e finendo con i bombardamenti a tappeto contro la popolazione, ha
generato negli Stati Uniti determinate reazioni che, indipendentemente dalle ripercussioni economiche
della guerra, sono sfociate, com'era inevitabile, in un saldo fronte di opposizione. Si tratta infatti di una
strategia che contraddice gli ideali della democrazia borghese americana e che ha generato in un primo
momento una protesta morale contro la guerra. Negli elementi pi consapevoli di questo movimento la
protesta  divenuta pi chiara non appena si  cominciato a capire che la guerra e la forma con cui
veniva condotta erano un risultato inevitabile del sistema sociale americano. Si  arrivati cos alla
nascita della cosiddetta nuova sinistra americana.
Per la guerra nel Vietnam e per gli analoghi movimenti di liberazione risultano dunque
determinati i seguenti fattori:
1)    l'attuale palese incapacit degli Stati Uniti di annientare completamente il movimento di
liberazione vietnamita, unita alla relativa certezza che i paesi capitalistici, nel loro insieme, sarebbero
in grado di comprimere qualsiasi movimento di liberazione di questo tipo. Se fino ad oggi non si 
ancora giunti ad una simile coalizione dei paesi capitalistici, lo dobbiamo forse pi alla lentezza del
processo che alle opposizioni in atto nei paesi capitalistici stessi. Nella discussione che avr luogo dopo
il mio intervento il tema decisivo dovr essere: come distruggere quella che io chiamo coalizione
pan-imperialistica;
2)    lo sviluppo della contesa cino-sovietica, unitamente ai contraccolpi che questa potr
produrre sulla coesistenza pacifica e di qui, nuovamente, sulle reazioni dei paesi capitalistici stessi.
MAYORGA - Voglio esprimere un giudizio concreto sul contesto della violenza
controrivoluzionaria e di quella rivoluzionaria nell'America latina.
L'attuale situazione dell'America latina  caratterizzata da una crisi generale del sistema
socio-economico. In quanto componente essenziale del sistema di dominio statunitense, l'America
latina  in bala di un processo economico che non  in grado di risolvere i problemi
dell'industrializzazione e della riforma agraria n di eliminare le posizioni di potenza economica delle
oligarchie monopolistiche e neocoloniali.
L'economia latino-americana ha ormai raggiunto un livello che impone l'eliminazione della
soggezione neocoloniale. La crisi della nostra struttura economica neocoloniale  dunque la crisi del
neocolonialismo stesso, e il suo superamento implica necessariamente l'eliminazione della base
economica dell'imperialismo nell'America latina. In questa regione il crescente peggioramento della
situazione socioeconomica procede di pari passo, e fin dalla rivoluzione cubana, con una
intensificazione sistematica dei meccanismi di controllo politicomilitare statunitensi, meccanismi che
dovrebbero consolidare il dominio economico e lo status quo nonch creare una maschera di legittimit
agli interventi diretti. La defunta Alleanza per il progresso, il cui prologo fu l'invasione di Cuba
organizzata dalla Cia e dal Pentagono nell'aprile 1961, la nuova fioritura di Stati fascisti in Brasile,
Argentina e Bolivia (per citare soltanto alcuni esempi), il brutale intervento nella Repubblica
dominicana, la politica di violenza contro le forze progressiste, appoggiata dal Pentagono e sostenuta
da ingenti aiuti militari, i ripetuti tentativi di costruire nel quadro dell'Organizzazione degli Stati
americani una forza di intervento intercontinentale per distruggere le cosiddette infiltrazioni comuniste,
i piani sociologici ispirati dalla Cia (come il piano Camelot in Cile) per una precisa valutazione del
potenziale rivoluzionario e della sua consistenza ed esplosivit nell'America latina, costituiscono gli
elementi essenziali di una strategia politica globale che dimostra chiaramente come l'imperialismo
statunitense ispiri ogni sua mossa alla precisa consapevolezza del carattere critico e obiettivamente
rivoluzionario della situazione latino-americana.
Questa politica repressiva, controrivoluzionaria, pu essere sintetizzata nei tre punti seguenti:
1) assoluto assoggettamento dei popoli e dei loro governi neocoloniali alla volont del governo
americano;
2)    irrevocabile decisione di conservare le attuali forme di sfruttamento;
3)    radicale opposizione ad ogni movimento che si proponga di apportare mutamenti al
sistema o di. cambiare il sistema.
Questi i principi su cui si fonda l'attuale violenza controrivoluzionaria che viene esercitata su
scala continentale per bloccare l'esplosione rivoluzionaria dei paesi latino-americani. La dialettica tra
opposizione rivoluzionaria e reazione controrivoluzionaria ha trovato il suo punto di partenza nella
rivoluzione cubana. Quest'ultima ha prodotto una situazione qualitativamente nuova, in quanto ha
creato una nuova costellazione di forze che si manifesta soprattutto nella polarizzazione degli
schieramenti politici e nell'inasprimento della lotta di classe. Cuba ha aperto una nuova fase nella storia
dell'America latina e ha innalzato ad un nuovo livello la lotta secolare dei paesi latino-americani contro
l'imperialismo nordamericano. Dopo la rivoluzione cubana, come ha detto Che Guevara, maturarono
di giorno in giorno la determinazione alla lotta, la coscienza della necessit di mutamenti rivoluzionari
e la certezza loro possibilit. Questi fattori stanno gi minando, alla base, nella prassi, il sistema
esistente. I movimenti di guerriglia in Venezuela, Colombia, Bolivia, Guatemala si sviluppano sotto la
loro influenza e determinano in misura crescente la dinamica politica dei paesi in cui si svolgono,
contribuendo cos ad accelerare la disgregazione del sistema. Peraltro la sistematica violenza
controrivoluzionaria che l'America latina ha sperimentato negli ultimi sei anni non  l'unica forma di
violenza. Essa  per cos dire un perfezionamento necessario, un sostegno supplementare della violenza
del sistema economico stesso, che nell'America latina si manifesta in forma non meno brutale della
distruzione fisica ottenuta con l'intervento militare. Si tratta di un genocidio permanente senza guerra
dichiarata, che si concretizza nelle misere condizioni di vita masse latino-americane, nella loro lenta
morte per fame. Mentre le materie prime di importanza strategica e le aree di investimento
dell'America latina arricchiscono l'impero statunitense come mercato di smercio e base
dell'accumulazione di capitale, l'impoverimento del subcontinente continua ad aggravarsi.
Alcune cifre per documentare questa situazione: tra il 1950 e il 1965 gli Stati Uniti hanno
investito direttamente in America latina 3,8 miliardi di dollari; nello stesso periodo i profitti sono
ammontati a 11,3 miliardi di dollari, il che equivale a un rapporto di 3 a 1 circa. I dividendi annuali
delle grandi ditte nordamericane hanno raggiunto la cifra di 2,5 miliardi. Le cifre seguenti, fornite dalla
commissione economica per i paesi latino-americani dell'Onu, esprimono chiaramente il livello di
logoramento economico cui si sono ridotti questi paesi: soltanto nell'anno 1961 i vari Stati
dell'America latina hanno perso 6,8 miliardi di dollari a causa del peggioramento delle condizioni di
investimento, della fuga delle divise e dell'ammortamento dei debiti. Questa perdita supera di tre volte
i contributi economici fissati dall'Alleanza per il progresso come aiuti per lo sviluppo. A loro volta
le condizioni di vita sono espresse statisticamente da queste cifre: l'entrata media pro capite ammonta,
ad esempio, in Bolivia a 75 dollari, in Per a 123 dollari. La concentrazione della propriet terriera  la
seguente: il 90 per cento delle pianure agricole appartiene al 10 per cento circa dei proprietari terrieri; il
70 per cento della popolazione dipende da un'economia semifeudale. L'analfabetismo si estende a circa
il 50 per cento della popolazione. La durata media della vita , ad esempio in Bolivia o nel Nord-Est
del Brasile, di 30 anni. Questa situazione sta continuamente peggiorando, poich l'America latina
registra il pi alto tasso di crescita demografica del mondo: il 3 per cento.
Ecco dunque alcuni degli aspetti e delle conseguenze di un sistema che si fonda su uno
specifico intreccio di economia capitalistica e di condizioni agrarie semifeudali e che rappresenta, al
tempo stesso, una enclave e un Hinterland del sistema neocoloniale. Per dirla con le parole di Carlos
Fuentes, i paesi dell'America latina sono le rovine di un castello feudale con una facciata capitalistica
di cartone. Risultano cos determinati anche la cornice e lo spazio entro cui pu muoversi la cosiddetta
democrazia rappresentativa, che come sistema politico  esclusivamente un paravento e tale si 
rivelata nei diversi tentativi di modificare il sistema per via evolutiva. Elezioni, parlamenti, partiti, sono
forme istituzionalizzate che servono a giustificare e a coprire la tecnica della violenza. Sulla base di un
tale sistema economico la legalit borghese  semplicemente un mito. Le esperienze degli ultimi
quindici anni ci mostrano il fallimento di tutti i tentativi democratici e borghesi intrapresi per via
riformistica (come in Guatemala o in Brasile) o per via rivoluzionaria (come in Messico o in Bolivia).
Le ragioni di questo fallimento sono chiare.
Le condizioni obiettive per la creazione di uno Stato capitalistico basato sulla borghesia
nazionale non esistono, e certo per effetto dello stesso sistema imperialistico. Nell'America latina
l'alleanza tra la borghesia imperialistica e i grandi proprietari fondiari, il commercio neocoloniale e la
borghesia burocratica ha impedito la nascita di una borghesia industriale, nazionale e indipendente, in
grado di avviare un processo di sviluppo capitalistico. Dove si sono sviluppati embrioni di una
borghesia nazionale (all'ombra delle due guerre mondiali e di determinati spostamenti sociali), come in
Brasile e in Argentina, questi germi deboli e in ultima analisi parassitari, non hanno potuto affermarsi.
La mancanza o la debolezza estrema, costituzionale, di questa classe nei paesi latino-americani ha reso
impossibile ogni riforma borghese. Appunto dalla necessit di impedire le riforme borghesi la violenza
controrivoluzionaria  stata alla fine costretta ad assumere la forma del colpo di Stato, come in Brasile,
o dell'intervento militare, come in Guatemala. Le cosiddette vie legali e riformistiche sono svanite
come altrettanti fuochi di artificio, e con esse  scomparso anche il piano neocolonialistico
dell'Alleanza per il progresso, proclamato dal pulpito riformista.
Ecco dunque il contesto da cui occorre partire per spiegare la violenza rivoluzionaria. In
quest'ultima si esprime la necessit di istaurare una democrazia che  fatalmente destinata a far saltare
la camicia di forza dell'imperialismo. Alla base dell'esplosione rivoluzionaria delle masse
latino-americane (nelle condizioni create dalla prima rivoluzione socialista del continente) sta una
dinamica che tende a eliminare questo contesto di violenza per soddisfare gli interessi vitali delle
masse. In una situazione in cui le esigenze dei lavoratori e dei contadini e le azioni di protesta degli
studenti vengono represse con la pi feroce brutalit, la violenza rivoluzionaria  divenuta una
imprescindibile necessit. In tutta l'America latina esistono di fatto dittature che hanno eliminato e
annullato le forme tradizionali della lotta politica. Nello scontro con l'apparato militare i fronti unitari
(che ancora vengono auspicati da molti partiti comunisti) e gli scioperi di massa (che secondo alcuni
gruppi trotzkisti dovrebbero segnare il passaggio dall'azione sindacale alla sollevazione generale) non
sono sufficienti. La distruzione dell'apparato militare, di questa spina dorsale del sistema, costituisce
invece la premessa essenziale per il superamento del sistema stesso; anche perch l'acutizzarsi delle
contraddizioni sociali e i compiti concreti che i rivoluzionari latino-americani si sono posti hanno
determinato un consolidamento delle forze reazionarie. Il compito concreto delle forze rivoluzionarie
del subcontinente  dunque quello di creare le condizioni teoriche e politiche e le forme organizzative
che possano consentire la conquista rivoluzionaria del potere.
Il Venezuela, la Colombia, la Bolivia e il Guatemala ci mostrano quale via hanno scelto le forze
rivoluzionarie. E' la via della guerriglia come forma principale della lotta politica, destinata a forgiare
la volont rivoluzionaria delle classi oppresse e a costruire la loro reale forza politica. Che Guevara ha
scritto recentemente: Tutto  ormai deciso, n  pi possibile cambiare nulla. L'alternativa  tra una
rivoluzione socialista e la caricatura di una rivoluzione. La via del Sud-America  la via del Vietnam.
L'America latina, questo continente dimenticato, avr il compito essenziale: creare un secondo o un
terzo Vietnam. Non si dimentichi infatti che l'imperialismo  un sistema mondiale e che bisogna
abbatterlo in un confronto globale.
Per concludere vorrei citare la seguente frase del defunto ministro degli esteri americano, Foster
Dulles: Gli Stati Uniti non hanno amici, bens esclusivamente interessi.
NIRUMAND - La variet di risultati delle indagini intorno ai singoli paesi sottosviluppati non
deve far perdere di vista il fatto che tali differenze rientrano tutte nella sindrome di uno stato
patologico, che di regola si pu definire con diversi termini ma che noi usiamo comunemente chiamare
controrivoluzione permanente. Questa  attiva dovunque gli uomini non intendono pi accettare come
un destino ineluttabile l'arbitraria e irragionevole limitazione della loro felicit e della loro libert. Essa
assume un certo aspetto l dove, alla coscienza manipolata, si presenta sotto la falsa veste della libert,
e un aspetto diverso nei paesi in cui  emersa a difesa contro le masse misere e affamate. Nell'un caso e
nell'altro le possibilit del processo di liberazione sono individuabili nelle aporie e contraddizioni in
cui si  irretita una dominazione irrazionale. L'impossibilit di successo di ogni politica neocoloniale
non richiede prove, in s e per s, dopo il suo rovesciamento in pura violenza nel Vietnam. Ma questa
politica  caratterizzata dalla contraddittoriet anche nella fase in cui sembra ancora funzionare, vale a
dire nella maggioranza dei paesi prerivoluzionari del Terzo Mondo. Ricapitolo brevemente ancora una
volta lo sviluppo storico dei rapporti tra le metropoli e i paesi tenuti in condizioni di sottosviluppo.
1)    Nella sua fase iniziale il capitalismo mira ad appropriarsi gratuitamente di beni e
prestazioni dei paesi coloniali. In questo stadio, grazie alla superiorit tecnica e militare, lo
sfruttamento riesce. Sotto la dominazione straniera lo sviluppo sociale dei paesi coloniali ristagna.
2)    L'imperialismo ha bisogno di dpendances economiche e politiche. La sua capacit
produttiva supera le sue possibilit di consumo, assai ridotte a causa del basso reddito delle masse.
Accanto alla conquista delle fonti di materie prime sorge, come ulteriore motivazione della politica
imperialista, anche l'esportazione di merci e di capitale. Lo sfruttamento delle risorse dei paesi
coloniali si fa pi intenso. Nel settore agricolo compaiono le prime monocolture, mentre vengono
impiantate, in modo del tutto unilaterale, industrie estrattive, come quelle minerarie, o destinate alla
produzione delle materie prime. In questa fase la politica imperialista dipende dall'esistenza di un
potente strato feudale, che sanziona l'espropriazione delle ricchezze nazionali. Si forma un corrotto
ceto di compradores pronti alla collaborazione con i signori coloniali. Per questo ceto la collaborazione
costituisce ad un tempo uno status sociale e una base materiale; e ci lo condanna ad una condizione
parassitaria sul piano culturale e sul piano materiale destinandolo al tempo stesso, per la sua funzione, a
dare il cambio al patriarcale ceto feudale. In nessun paese coloniale esiste una borghesia che, come
quella europea di un tempo, sappia strappare con la forza ai signori feudali i diritti politici necessari per
trarre profitto dalle proprie conquiste tecniche e scientifiche e dalla conseguente espansione delle forze
produttive della societ. Il processo tecnologico, la scienza e l'arte vengono importati come prodotti
finiti e non sviluppati o almeno integrati sulla base di ricerche autonome. Sul piano del costume,
l'imitazione delle metropoli diventa un surrogato della coscienza storica.
3) Le deficienze di questo ceto e il loro specifico fondamento sociale (la mancanza cio di una
borghesia consapevole di se stessa e del processo di liberalizzazione e di secolarizzazione dell'ordine
sociale e dei valori tradizionali) creano contraddizioni insanabili per l'attuale politica neocolonialista,
che da un lato rimane aggrappata alle materie prime dei paesi sottosviluppati e con ci anche al ceto
feudale privilegiato (partecipe di questo latrocinio e teso a nasconderlo al popolo sotto la formula della
politica nazionale), e dall'altro mira ad esportare in questi paesi capitali statali e privati delle metropoli
per creare nuovi mercati, e cio per espandere indirettamente l'esportazione delle merci. Una parte
consistente dei capitali esportati nei paesi sottosviluppati viene impegnata, sotto forma di investimenti
privati, nelle industrie di beni di consumo, settore a cui appartengono in prevalenza anche le merci
esportate: semilavorati e prodotti finiti. Lo scambio di queste merci presuppone per una diffusione
della propriet privata e una capacit di acquisto pi ampie di quelle esistenti in un sistema feudale.
L'impossibilit di praticare una libera economia di mercato in una societ in cui non esiste una sfera
pubblica urta cos contro l'interesse imperialistico alla conservazione dell'antica struttura di dominio.
Si avrebbe bisogno del capitalismo senza rinunciare al feudalesimo.
Tutti i tentativi di uscire da questo dilemma si basano perci sul criterio del fifty-fifty. La parola
d'ordine : creare riforme che riescano a produrre il miracolo di una sintesi di capitalismo e
feudalismo. Tutti i paesi in condizione prerivoluzionaria presentano il fenomeno di riforme che si
fermano a mezza strada. Abbiamo cos riforme fondiarie che trasformano una frazione infinitesimale
del suolo produttivo in propriet contadina, mentre ai latifondisti vengono concesse in compenso
vantaggiose partecipazioni industriali destinate a fare di essi non meno privilegiati monopolisti;
costruzione di attrezzature infrastrutturali destinate ad aprire il paese allo sviluppo economico ma in
realt rispondenti pi agli interessi di smercio degli Stati esteri che all'esigenza di far funzionare
l'economia locale; creazione di vie di trasporto e di traffico tra i porti e le capitali, a cui fa riscontro la
totale assenza di vie di comunicazione con i villaggi; costruzione di strutture scolastiche e di scuole
agricole per una minima parte della popolazione; democratizzazione apparente attraverso l'adozione di
formali istituzioni democratiche peraltro insufficienti a permettere alla borghesia nazionale di impedire
l'espropriazione delle materie prime da parte del capitale straniero; promozione dell'economia agricola
mediante concessione di minicrediti ai contadini, che devono essere mobilitati come compratori di
attrezzature agricole e in genere soprattutto come consumatori, ma assenza totale delle indispensabili
opere di bonifica e irrigazione e di facilitazioni di vendita per i prodotti agricoli; incentivi alle attivit
imprenditoriali locali, ma strettamente limitati all'industria leggera, che continua peraltro a dipendere,
in misura rilevante, dall'industria pesante e dalle forniture delle metropoli. I governi locali continuano a
praticare la politica della porta aperta nei confronti delle merci straniere, laddove condizione
indispensabile per ogni economia capitalistica  la costruzione di una solida industria-chiave. In effetti,
la creazione di una industria di base entrerebbe in conflitto con il permanente fine imperialistico
dell'appropriazione delle materie prime (giacch queste verrebbero utilizzate, in misura considerevole,
dall'industria nazionale) e inoltre con gli obiettivi del neocolonialismo, che perderebbe in tal modo un
mercato prima sicuro per lo smercio dei prodotti dell'industria pesante, e dovrebbe pi tardi reggere
anche una pi intensa concorrenza per quanto riguarda i prodotti dell'industria manifatturiera.
Queste contraddizioni insolubili della politica neocolonialista sfociano fatalmente nel terrore
sanguinoso cui si ricorre nei paesi sottosviluppati per tenere insieme le varie parti in tensione. Ma
neanche il terrore potr impedire che le contraddizioni del capitalismo esportate nelle aree in sviluppo
ritornino nei paesi di origine. Una volta sopraggiunta una simile fase critica, la scintilla passer dai
popoli del Terzo Mondo, che lottano per la loro liberazione, agli strati ormai non pi integrabili delle
metropoli. Nei paesi ad alto sviluppo industriale, ai gruppi isolati di outsiders che si ribellano
all'oppressione mascherata dalla manipolazione delle coscienze si uniranno allora, in seguito
all'inasprimento dei conflitti di interesse e della repressione, anche le masse dei lavoratori, che
chiederanno un mutamento nei rapporti di produzione e di propriet.
Dalle discussioni di questi giorni,  emerso un denominatore comune al mondo povero e a
quello ricco: l'oppressione, nelle forme pi diverse. Quella che si manifesta apertamente nei massacri
del Vietnam, che si esprime nella condanna a morte di uomini innocenti ad opera di mandatari locali e
che  presente, seppure allo stato latente, anche nelle metropoli, dove fa ammutolire le coscienze, 
sempre la stessa violenza. Nelle masse dei paesi sottosviluppati si  accumulato un potenziale
rivoluzionario particolarmente grande tra i contadini e i lavoratori, ma attivo anche nella borghesia
nazionale che, una volta conquistata alla causa della nazione, si riabilita e partecipa alla lotta di
liberazione.
Nelle metropoli invece manca oggi la base materiale di una rivoluzione. Certo la classe operaia
continua ad essere sfruttata come prima, fino alla perdita della propria identit, ma si accontenta delle
promesse di una perfida ideologia e non ha coscienza della sua situazione reale. L'opposizione
extraparlamentare, che si muove al di fuori del processo produttivo,  ancor oggi isolata. Essa deve
cercare alleati non tra i gruppi che sono strumento dell'oppressione, ma tra quelli che ne sono oggetto,
tra i lavoratori e tra le organizzazioni di base dei sindacati. Quando per l'opposizione intellettuale
cerca di rompere il proprio isolamento e di collegarsi ai gruppi che operano nel processo produttivo, il
sistema reagisce con estrema suscettibilit (come dimostrano i recenti fatti di Berlino) ed esce senza
tanti scrupoli dalle regole del gioco democratico. Anche le forme di resistenza passiva e di azione non
violenta mi sembrano efficaci soltanto in senso assai mediato e nel tempo lungo.
Vorrei, a questo punto, riprendere un'idea alla quale si  gi accennato in un precedente
dibattito. Data la loro integrazione nella compagine economica degli Stati capitalistici, i paesi
prerivoluzionari devono essere considerati come una classe all'interno del sistema capitalistico. Questa
classe  decisa alla rivoluzione. L'efficacia dell'opposizione dipender dunque dalla possibilit di
rendere evidente questo nesso mondiale e di tradurlo tempestivamente in termini teorici e organizzativi.
Paradossalmente, la controrivoluzione  riuscita a stabilire un primo collegamento tra le metropoli e
questa categoria di paesi. Onde rafforzare e giustificare ideologicamente la politica imperialistica, nei
paesi prerivoluzionari l'educazione viene concepita e attuata come un processo di progressiva
europeizzazio-ne delle coscienze, per facilitare il quale si mettono a disposizione scuole, universit e
istituti culturali dei paesi neocolonialisti. Contro ogni loro intenzione queste istituzioni hanno permesso
alla intelligencija del Terzo Mondo di pervenire ad una teoria critica e di utilizzarla per collegarsi alla
sinistra europea. D'altro canto nessun'azione dei partiti comunisti dell'Occidente ha finora contribuito
alla diffusione e alla internazionalizzazione dell'opposizione come la guerra americana nel Vietnam.
La protesta contro il genocidio nel Vietnam, genocidio che, secondo ogni previsione, non  riservato
soltanto a questo paese, far rinascere probabilmente proprio ci che in Europa  andato perduto con
l'eliminazione della classe operaia come classe rivoluzionaria: la base di massa della sinistra.
In questo momento noi ci troviamo in un campo di tensione tra teoria e prassi che mette
duramente alla prova la nostra costanza e la nostra perseveranza. La consapevolezza della mancanza di
prospettive concrete e immediate di una rivoluzione non deve farci ripiegare sulla pura teoria. Nella
situazione attuale dedicarsi esclusivamente alla teoria significherebbe tradire la teoria stessa e sarebbe
un errore non meno grave di una anticipata esplosione rivoluzionaria. La Contro-Universit  una base
eccellente per iniziare un lavoro di chiarificazione intenso e, in prospettiva, anche di larga diffusione.
Bisognerebbe studiare la possibilit di adottare una tattica di guerriglia per azioni come quelle di cui ci
ha parlato il professor Marcuse riferendosi all'America. Per il momento possono risultare utili anche
provocazioni che siano sostenute dalla teoria e si muovano in direzione della rivoluzione, vale a dire
provocazioni atte a smascherare la violenza latente, il fascismo latente di questo sistema, a strapparne il
velo cos prezioso per le classi dominanti e cos esiziale per quelle dominate.
MARCUSE - Io trovo che le differenze di accento, pur evidenti nelle tre relazioni che abbiamo
sin qui ascoltato, abbiano tuttavia un rilievo pi scarso di quanto non mi attendessi. Me ne rallegro
moltissimo, e vorrei dire soltanto alcune parole sulle diverse sfumature emerse nelle due ultime
relazioni.
Incomincio dalla speranza che la crisi ormai manifesta nello sviluppo dell'imperialismo faccia
evolvere la classe operaia delle metropoli in senso rivoluzionario. Su questo punto io sono, per le
ragioni cui ho accennato prima, sempre pi pessimista, dato che in questi paesi l'integrazione avviene
non solo su una base ideologica ma anche su una base molto materiale.
Concordo pressoch interamente con l'analisi economica su cui si sono fondate le relazioni; e
mi ha fatto piacere constatare come essa sia stata posta in primo piano. Anzi, dopo quanto avete sentito
in queste tre relazioni, credo che anche voi non riuscirete a capire perch i marxisti siano ancora tanto
riluttanti a servirsi del concetto di imperialismo. Quanto a me,  da tempo che non riesco a capirlo.
Personalmente ritengo che quanto abbiamo sentito nelle tre relazioni sia talmente prossimo alla teoria
classica dell'imperialismo da indurci a chiederci per quali ragioni siano ancora cos diffuse le
preoccupazioni circa la non-scientificit del concetto di imperialismo. Il mondo sta sperimentando un
imperialismo di un'estensione e di una potenza finora senza esempi nella storia, e forse quella che noi
dobbiamo elaborare oggi  in realt la prima teoria classica dell'imperialismo.
Un'altra differenza di accento (ma io non so neppure se sia veramente tale, e se i relatori siano
d'accordo con me)  questa: io ho spesso sottolineato l'enorme importanza del Terzo Mondo e delle
sue lotte di liberazione per una radicale trasformazione del sistema capitalistico; devo per aggiungere
che  nelle metropoli che bisogna spezzare la volont e la potenza del colonialismo, perch solo la
convergenza e la collaborazione tra le forze di opposizione del mondo sviluppato e del Terzo Mondo
possono permetterci di tradurre in realt questa speranza.
Mi  stato chiesto di dire qualcosa sulla conciliabilit tra questo modo di concepire il Terzo
Mondo e la mia teoria. Non  un problema molto importante, ma cercher brevemente di chiarire i
rapporti tra le mie concezioni e il marxismo. Come  stato detto poco fa, voi sapete che io continuo a
ritenermi impegnato nello sviluppo teorico del marxismo. Le prime ipotesi di un trasferimento della
lotta di classe sull'arena internazionale risalgono agli anni '30, periodo in cui si incomincia a
prospettare la possibilit che il proletariato dei paesi altamente industrializzati ceda gradatamente
almeno una parte delle proprie funzioni al proletariato dei paesi cosiddetti arretrati del Terzo Mondo.
Non si tratta di parole, ma di un'importante innovazione concettuale, richiesta dalla stessa teoria
marxista. Occorre tuttavia ammettere che il proletariato del Terzo Mondo non  che una piccolissima
frazione del proletariato industriale; e che, oltretutto,  in misura preponderante proletariato agricolo.
Di qui l'essenziale novit di tali posizioni rispetto alla struttura concettuale del marxismo. E tuttavia,
questo proletariato agricolo che nei paesi neocoloniali ha assunto una funzione fondamentale nella
produzione e nella riproduzione materiale, diventando cos non solo il gruppo sociale su cui si scarica
tutto il peso dello sfruttamento e dell'oppressione, ma anche il ceto al quale tocca una posizione
determinante nel processo di produzione e di riproduzione dei beni materiali, non rappresenta forse
proprio quella classe di cui l'opposizione delle metropoli ha tanto sentito la mancanza? Ecco perch,
anche sotto questo aspetto, l'innovazione concettuale che tende ad attribuire una parte delle funzioni
del proletariato metropolitano al proletariato dei paesi neocoloniali pu essere considerata come un
corretto sviluppo del marxismo.
Sull'analisi della guerra vietnamita concordo pienamente con i relatori. Ma vorrei concludere
con alcune osservazioni. Rispetto all'orrore di quanto accade e alla brutale esaltazione che se ne fa,
l'opposizione americana  vergognosamente scarsa e debole. Su questo punto non dobbiamo illuderci.
Quando leggiamo che una parte notevole della popolazione  contro la guerra nel Vietnam, non
dobbiamo dimenticare che  difficile distinguere tra le varie posizioni in cui  divisa l'opinione
pubblica, e cio stabilire se si tratti di opposizione contro la guerra in quanto tale o di opposizione
contro la supposta debolezza e inefficienza con cui viene condotta. In gran parte l'opposizione  contro
la debolezza della condotta bellica e non contro la guerra in se stessa; di questo sono certo.
Poich quest'anno ho l'opportunit di parlare con voi (ma spero di averla anche l'anno venturo,
poich conto di tornare) mi permetter una breve, apparente, digressione dal tema dell'attuale dibattito.
Nelle vostre iniziative ho notato un fenomeno singolare, una sorta di rimozione, di repressione:
l'assoluta mancanza di accenni al conflitto del Medio Oriente. Io credo invece che sia pi che legittimo
sollevare il problema del conflitto arabo-israeliano in un dibattito sulla situazione attuale del tardo
capitalismo nel Terzo Mondo, anche per i disastrosi effetti che esso ha avuto sulle sinistre e in
particolare sulla sinistra marxista. Specialmente negli Stati Uniti, la sinistra ne  uscita pi divisa che
mai. Anzi non credo sia esagerato affermare che il conflitto medio-orientale ha reso ancor pi debole la
gi debole opposizione alla guerra nel Vietnam. Le ragioni di questo fenomeno possono essere
individuate con facilit. In effetti nelle sinistre esiste una tendenza assai forte e del tutto comprensibile
ad identificarsi con Israele. D'altra parte la sinistra, e in particolar modo la sinistra marxista, non pu
fingere di ignorare che il mondo arabo coincide in parte con il campo anti-imperialisti-co. La
solidariet emotiva e la solidariet concettuale risultano quindi in questo caso obiettivamente separate,
ed anzi scisse. Data la situazione, voi dovrete interpretare quanto sto per dirvi pi come una mia
opinione personale, che sottopongo al vostro giudizio, che come un'obiettiva analisi del problema. Voi
comprenderete come io mi senta solidale e mi identifichi con Israele per ragioni molto personali, e non
solo personali. Ma io stesso, che ho sempre dichiarato la piena legittimit delle emozioni, dei concetti
morali e dei sentimenti nella politica e perfino nella scienza, che ho sempre sostenuto l'impossibilit di
esercitare la scienza e la politica senza una componente emotiva, io stesso sono costretto a scorgere in
questa solidariet qualcosa di pi di un semplice pregiudizio personale. Io non posso dimenticare che
per secoli gli ebrei sono stati perseguitati e oppressi, e che non molto tempo fa sei milioni di loro sono
stati annientati. Questo  un fatto. Alla fine gli ebrei hanno trovato una terra in cui non devono pi
temere persecuzioni e oppressioni, e io mi identifico con l'obiettivo che hanno raggiunto. Sono
contento di poter concordare, anche in questo caso, con Jean-Paul Sartre, il quale ha detto: L'unica
cosa che deve venire impedi-ta ad ogni costo  una nuova guerra di annientamento contro Israele. Per
risolvere il problema noi dobbiamo partire appunto da questa premessa, che non implica una completa
accettazione n delle tesi di Israele n di quelle dei suoi avversari.
Permettetemi di esporre in modo pi esauriente e chiaro la mia opinione. La fondazione di
Israele come Stato autonomo pu essere definita illegittima nella misura in cui  avvenuta, grazie ad un
accordo internazionale, su suolo straniero e senza tener conto della popolazione locale e del suo
destino. Ma questa ingiustizia non pu essere riparata con una seconda ingiustizia. Lo Stato d'Israele
esiste, e deve essere trovato un terreno di incontro e di comprensione con il mondo ostile che lo
circonda. Questa  l'unica soluzione possibile.
Io ammetto che all'iniziale ingiustizia altre se ne siano aggiunte da parte di Israele. Il
trattamento riservato alla popolazione araba  stato per lo meno riprovevole, se non peggio. La politica
di Israele ha rivelato tratti razzisti e nazionalisti che proprio noi ebrei dovremmo essere i primi a
respingere:  assolutamente inammissibile che gli arabi di Israele vengano trattati come cittadini di
seconda classe, anche se esiste l'eguaglianza sul piano giuridico.
Una terza ingiustizia (e voi potete constatare che non sto semplificando le cose)  il fatto, credo
inoppugnabile, che fin dalla fondazione dello Stato la politica israeliana ha seguito in modo troppo
passivo e pedissequo la politica estera americana. Mai, in nessuna occasione, i rappresentanti o il
rappresentante di Israele alle Nazioni Unite hanno preso posizione a favore della lotta di liberazione del
Terzo Mondo contro l'imperialismo. E questo atteggiamento ha facilitato l'identificazione di Israele
con l'imperialismo permettendo, all'opposto, l'identificazione della causa araba con quella
dell'anti-imperialismo.
Ma anche qui non voglio rendermi le cose pi facili di quanto non siano. Il mondo arabo non 
un'unit. Voi sapete non meno di me come esso sia formato da Stati e da societ in parte progressisti e
in parte reazionari. Quando parliamo di sostegno all'imperialismo, dobbiamo pur sempre chiederci se
quest'ultimo venga sostenuto meglio dai voti di Israele alle Nazioni Unite che non dalle perduranti
forniture di petrolio dell'Arabia Saudita o del Kuwait (che sono gi state riprese). In secondo luogo
bisogna anche tener conto dei ripetuti tentativi di accordo compiuti da Israele e sempre respinti dai
rappresentanti dei mondo arabo. E in terzo luogo delle dichiarazioni, non generiche ma chiare e forti,
dei portavoce arabi di voler condurre una guerra di annientamento contro Israele. Anche questo  un
fatto, e mi fa terribilmente dispiacere. Purtroppo basta documentarsi per averne la prova. In queste
circostanze la guerra preventiva (tale  stata infatti quella contro l'Egitto, la Giordania e la Siria) pu e
deve essere compresa e giustificata.
Ora il problema  questo: che cosa fare per domare una cos terribile sequenza di conflitti. La
cosa peggiore  che lo scontro tra Israele e gli Stati arabi si  trasformato da tempo in uno scontro tra
gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica, uscendo dalla sfera locale per entrare in quella della diplomazia, sia
pubblica che segreta, e toccare anche la concorrenza per le forniture di armamenti a entrambe le parti.
Cosa si pu fare per ricondurre la controversia ai suoi limiti originari? Noi tutti dobbiamo cercare, per
quanto sta in noi, di convincere i rappresentanti di Israele e degli Stati arabi ad incontrarsi per discutere
e tentare finalmente di risolvere i loro problemi, che come  vero Iddio sono diversi dai problemi delle
grandi potenze ricattatrici. La soluzione ideale sarebbe che da queste discussioni uscisse un fronte
comune di Israele e dei suoi avversari arabi contro l'attacco delle potenze imperialiste. Si tratta di un
problema ormai maturo. Anche negli Stati arabi infatti - non dobbiamo dimenticarlo - vi  ancora da
fare una rivoluzione sociale, che forse rappresenta un compito assai pi urgente e importante della
distruzione di Israele.
Permettetemi di concludere con una indicazione che spero accetterete. Molti di voi
conosceranno certamente quel grosso volume (in realt una raccolta di documenti) che la rivista Les
Temps modernes ha pubblicato sul conflitto arabo-israeliano.  un libro i cui redattori non prendono
posizione alcuna. Nella prima parte vengono riportate le posizioni arabe, nella seconda quelle
israeliane; senza commenti o valutazioni redazionali, in modo che ognuno possa ricavarne un proprio
giudizio. L'unica cosa da dire  che il volume mette in rilievo gli orientamenti di sinistra di entrambe le
parti; sia il punto di vista arabo sia quello israeliano vengono esposti sempre da esponenti della sinistra,
sicch stupisce constatare la vicinanza tra le due posizioni.  una constatazione che ci rende forse un
po' pi ottimisti e che ci lascia sperare nell'esistenza di una base per una comprensione diretta tra le
due parti.
DUTSCHKE - In questi ultimi giorni noi non abbiamo rimosso soltanto Israele ed Egitto, ma
anche la questione dell'Unione Sovietica e della Repubblica popolare cinese, su cui oggi  pur
necessario discutere in un dibattito sui problema dei Vietnam. Ritengo dunque di estremo interesse
affrontare la questione del cosiddetto Secondo Mondo, e cio esaminate le posizioni dell'Urss, della
Cina e delle democrazie popolari nello sviluppo del contrasto mondiale non tra Est e Ovest, ma tra il
dominio storicamente superfluo, la miseria, la fame, la guerra da una parte, e la liberazione
storicamente possibile di un mondo ancora caratterizzato dalla guerra, dalla fame, dall'oppressione e
dalla manipolazione dall'altra. Comprendere questo rapporto  oggi di importanza decisiva.
Riferendosi al Vietnam Che Guevara dice:
Esiste una penosa realt: il Vietnam. Questo paese che rappresenta le attese e le speranze delle
classi e dei popoli, si trova in una tragica solitudine. Il suo popolo deve subire le selvagge aggressioni
della tecnologia statunitense quasi senza possibilit di difesa nel Sud e con scarsi apparati difensivi nel
Nord: comunque sempre da solo. La solidariet delle forze progressiste con il popolo vietnamita
ricorda l'amara ironia dell'applauso della plebe per i gladiatori nei circhi romani. Non si tratta di
auspicare il successo delle vittime dell'aggressione, ma di condividere la loro sorte, di accompagnarle
fino alla morte o fino alla vittoria. L'imperialismo nordamericano  colpevole dell'aggressione; i suoi
delitti sono enormi e coinvolgono tutto il mondo. Questo lo sappiamo. Ma colpevole  anche chi esita a
fare del Vietnam una parte inviolabile del campo socialista, colpevole  anche chi continua ad
alimentare una ormai lunga guerra di insulti e di contumelie tra le due maggiori potenze del campo
socialista.
Fin qui Che Guevara. Si tratta ora di chiedersi se l'atteggiamento dei cinesi e dei sovietici
risponda ad una necessit storica, oppure non sia una conseguenza della insufficiente volont
rivoluzionaria dell'Unione Sovietica, delle democrazie popolari e addirittura della Cina. Io penso che
l'atteggiamento sovietico dipenda ancora da una obiettiva realt strutturale. La caratteristica
fondamentale del sistema istituzionale che domina in Urss  che non concede alcuno spazio a un
dialogo critico-creativo tra il partito e le masse. L'autonomizzazione del sistema burocratico di potere,
l'applicazione del principio della cinghia di trasmissione tra partito e apparato statale, nonch
l'estraneit in atto ormai da decenni tra partito e masse, sono le cause fondamentali dell'attuale,
ambigua e menscevicamente oscillante politica dell'Urss, che con la mano sinistra prepara armi e
munizioni per la rivoluzione vietnamita e con la destra sostiene a mezzo di crediti la corrotta borghesia
indiana o il criminale regime dello Sci; che proibisce ai comunisti latinoamericani la sollevazione
armata e introduce cos la lotta interna, la divisione nel campo rivoluzionario impedendo la
vietnamizzazione dell'America latina.
Ma - cosa assolutamente nuova - da tempo rivoluzione e partito comunista non sono pi termini
equivalenti. In Bolivia i comunisti hanno dovuto attendere le ammissioni della stampa governativa per
sapere dell'esistenza di una guerriglia nel Sud del paese, guerriglia a cui non volevano credere. Solo le
sconfitte subite dalle truppe governative ad opera dei guerriglieri (probabilmente guidati da Che
Guevara) li hanno convinti, spingendoli per a denunciare l'intromissione cubana nelle faccende
interne della Bolivia. In questo modo si pu anche arrivare a trasformare la storia in un mucchio di
macerie. Ma proprio per questo motivo gli uomini che non sono pi disposti ad accettare la
perpetuazione della miseria e dello stato di minorit politica sono ormai decisi a portare avanti la loro
lotta emancipatrice e a sviluppare nuove forme organizzative di guerra rivoluzionaria.
Davanti a noi sta una situazione completamente nuova, e noi dobbiamo riuscire a comprenderla
per fare avanzare la nostra lotta qui nelle metropoli. La posizione cinese, che  la seconda alternativa, si
differenzia, secondo me strutturalmente, da quella sovietica. La lunga lotta rivoluzionaria dopo la
seconda guerra mondiale e la continuazione della rivoluzione fino a tutt'oggi hanno permesso alla Cina
di superare l'estraniazione tra partito e masse, tra partito e apparato statale, tra apparato statale e masse,
mediante sistematiche campagne contro la burocratizzazione e la restaurazione capitalistica nelle
coscienze e nell'economia. Non dobbiamo tuttavia dimenticare le difficolt della battaglia in corso in
Cina. Basta pensare agli sforzi necessari per mettere il paese in condizione di reggere alla minacciata
aggressione americana e alle difficolt di politica interna inerenti al passaggio da un'economia
sottosviluppata ad una moderna struttura industriale, per immaginare la gravit e la complessit della
situazione. Non bisogna peraltro sottacere che i giudizi dei compagni cinesi sui problemi di politica
estera (Indonesia, Israele, Egitto, Algeria) non colgono il centro della lotta. Questa incapacit dipende a
mio avviso dal principio fondamentale della teoria della rivoluzione permanente, secondo il quale
teoria e tattica delle lotte di liberazione nazionale devono essere esercitate, a tutti i livelli, dai popoli e
non dalle nazioni straniere.
Insomma: se, come ha gi detto Che Guevara, la prosecuzione dello scontro tra Unione
Sovietica e Cina non risponde ad una esigenza obiettiva (problema che io ho posto appunto in
discussione), bisogna far cessare assolutamente gli insulti e gli alterchi per rafforzare la lotta del Terzo
Mondo e creare un fronte solidale di tutte le forze contro la dominazione mondiale. E sono anche
d'accordo con Che Guevara sulla necessit di far passare ormai in seconda linea le differenze esistenti
tra i vari campi circa il problema del potere, per porci tutti al servizio della lotta anti-imperialistica.
Sappiamo, n possiamo nascondercelo, quanto profondamente questi gravi contrasti possano
scoraggiare il mondo in lotta per la libert; e sappiamo anche come codeste dispute abbiano ormai
assunto un carattere e un'asprezza tali da rendere estremamente difficile, se non addirittura impossibile,
il dialogo. E' impresa vana cercare dei metodi destinati a facilitare un dialogo che la controparte rifiuta.
Ma il nemico  di fronte a noi, colpisce ogni giorno e minaccia ogni giorno nuovi colpi. E questi colpi
ci uniranno, dice Che Guevara, oggi, domani o dopodomani. A coloro che lo hanno capito e che si
preparano alla necessaria unione andr il grato riconoscimento dei popoli in lotta. Noi delle metropoli
(ecco un problema su cui discutere) abbiamo il compito di collaborare ad una possibile mediazione tra
Terzo e Secondo Mondo, mediazione che ci costringerebbe ad assumere una posizione politica
concretamente impegnata a superare il capitalismo e il socialismo esistenti, permettendoci cos di
condurre la nostra lotta contro l'establishment mondiale. Oggi ormai lo abbiamo capito: noi dobbiamo
sviluppare una posizione che stia al di l della falsa alternativa Est-Ovest, e possiamo identificarci
soltanto con una lotta che tenda a creare in tutto il mondo una condizione degna dell'uomo.
SCHWIERTZIK - Mi pare che il sottotitolo dell'attuale dibattito annunciasse e promettesse una
discussione sul Terzo Mondo e sull'opposizione nelle metropoli. Nei giorni scorsi abbiamo gi
abbondantemente parlato dei movimenti di opposizione, compresi quelli di Berlino, ma vorrei
affrontare un punto di carattere assolutamente pragmatico. Voi tutti sapete che le grandi dimostrazioni
avvenute qui a Berlino sono state invariabilmente originate da manifestazioni a favore del Terzo
Mondo: si cominci contro Ciomb per arrivare al Vietnam e alla Persia. Avrete notato che da circa
dieci giorni nei dintorni dell'Universit circolano dei giovani con delle cassette per la raccolta di fondi
a favore dei vietcong. Ora, io vorrei esporvi alcune esperienze compiute in proposito. Circa tre
settimane fa si  fatta una colletta per l'acquisto di medicinali (vi ho partecipato anch'io), e in pochi
giorni si  riusciti a mettere insieme una considerevole somma di denaro. Quando invece abbiamo
chiesto contributi per le armi, le offerte si sono ridotte considerevolmente. Vorrei fare alcune
osservazioni su questo fenomeno. Il professor Marcuse ha parlato qui della negazione determinata, e io
penso che fino a quando ci siamo limitati a raccogliere fondi per medicinali non abbiamo proposto
alcuna negazione determinata, ma semplicemente un'immagine speculare della politica per Helgoland.
Io penso che noi dovremmo chiederci qui quali forme di solidariet concreta esistono (e forse il
professor Marcuse ci potr dire ancora qualcosa sulle sue esperienze americane) per sostenere la lotta
nel Terzo Mondo, e se la raccolta di denaro per l'acquisto di armi sia una di esse.
L'ultima grande forma di solidariet manifestatasi in Europa in occasione di una lotta contro
l'autoritarismo  stata quella per la Spagna dal 1937 al 1939. In quella occasione non si inviarono
soltanto medicinali ma anche volontari, denaro e armi raccolte attra-verso sottoscrizioni. Io immagino
che oggi almeno il cinquanta per cento di voi abbia a casa propria i dischi di Ernst Busch e continui
ancora e sempre a coltivare il romanticismo sulla Spagna. Sono convinto che anche da noi  diffusa una
concezione romantica della guerra partigiana. A parole, discutendo, si solidarizza con la lotta nel
Vietnam e con i fini che essa si propone: quando per si tratta anche soltanto di offrire un marco per
l'acquisto di armi, ci si tira indietro.
MARCUSE - Poich sono stato chiamato in causa, parler brevemente delle esperienze negli
Stati Uniti. Da noi ogni aiuto per il Nord-Vietnam  illegale, anche se si tratta di denaro. Esistono per
canali che passano per il Canada e per la Francia e che vengono utilizzati. In effetti, le raccolte di
denaro sono oggi la cosa pi utile che si possa fare; e questo lo so anche per esplicita dichiarazione
dell'altra parte, vale a dire dei rappresentanti del Nord-Vietnam. Bisogna quindi indire sottoscrizioni,
n occorre chiarire se i soldi siano destinati ai medicinali o alle armi, obbedendo a un impulso
nevrotico alla confessione; basta raccoglierli.
Sul problema dei volontari c' da dire questo: fino a che punto l'intellettuale occidentale pu
contribuire alla lotta nelle condizioni della guerriglia? Io ho sentito parlare di casi in cui i volontari si
sono rivelati pi di peso che di aiuto. Il giudizio cambia, naturalmente, se si tratta di medici, di
infermieri, di tecnici. Questo secondo tipo di solidariet, e cio l'invio di volontari, pu dunque
risultare utile; in America sono gi stati fatti tentativi in tal senso, seppure in confini assai ristretti
perch naturalmente ognuno sa bene che andare a combattere a fianco dei vietcong significa non poter
tornare mai pi negli Stati Uniti.
GNG - Definire l'esplicita raccolta di fondi per gli armamenti come frutto di un impulso
nevrotico alla confessione significa non aver capito il fenomeno. Certo, nessuno considera queste
collette come contributi rilevanti all'armamento dell'esercito nordvietnamita e del Fronte nazionale di
liberazione. Il problema  un altro, e cio: di fronte all'alternativa di versare fondi per gli armamenti o
per i medicinali, qualcuno tira fuori l'argomento che mandando armi si contribuisce a prolungare la
guerra. Ci significa che si parte dal seguente presupposto: gli Stati Uniti vinceranno la guerra, mentre
il Fronte nazionale di liberazione, ricevendo armi e aiuti, potr tutt'al pi prolungarla. Si tratta dunque
di sapere se dobbiamo limitarci a una forma di solidariet caritatevole con le vittime di una
aggressione, oppure solidarizzare con la lotta contro gli Stati Uniti. Fino a che continueremo a partire
dalla pretesa astratta di imporre ad ogni costo e ad ogni condizione la pace nel Vietnam cercando, in
attesa di questa pace, di alleviare le sofferenze delle vittime, dimostreremo di essere assolutamente
indifferenti alla eliminazione dello sfruttamento nel Vietnam e negli altri paesi del Terzo Mondo.
NIRUMAND - Riguardo all'attivit dell'opposizione mi limito a dire questo: i mezzi che
servono alla guerra nel Vietnam non vengono prodotti nel Vietnam ma nelle metropoli...
DUTSCHKE - In rapporto al Terzo Mondo e alla lotta dei suoi popoli la scelta di un pacifismo
di principio equivale a identificarsi con la controrivoluzione. Infatti il pacifismo di principio ottiene
esattamente il risultato opposto a quello cui tende: si schiera cio contro le vittime. Ci per non
significa ancora che nelle metropoli si debba accettare la necessit della violenza rivoluzionaria:  una
cosa che va detta. Esiste una differenza di principio nell'applicazione dei metodi di lotta nel Terzo
Mondo e nelle metropoli. La completa identificazione con la necessit del terrorismo rivoluzionario e
della lotta rivoluzionaria nel Terzo Mondo  condizione ineliminabile per la lotta di liberazione di tutti i
popoli, ma da noi lo sviluppo delle forme di resistenza rivela un carattere bens sostanzialmente
violento, ma esente dalla componente deteriore dell'odio e del terrore rivoluzionario. Nella misura in
cui ci  possibile prevederlo, uno sviluppo di questo genere rappresenta l'altra faccia della medaglia, e
cio della lotta mondiale contro il dominio.
GNG - Abbiamo parlato prima del ruolo dell'opposizione nelle metropoli. Esponendo la sua
interpretazione del conflitto russo-cinese, Rudi Dutschke ha compiuto a mio parere un errore. Per lui
l'unica alternativa  che l'Unione Sovietica solidarizzi materialmente con i movimenti di liberazione, e
che il conflitto russo-cinese venga provvisoriamente accantonato in modo da poter fornire un appoggio
esterno ai movimenti di liberazione e metterli in condizione di vincere la lotta a dispetto della potenza
delle metropoli. Di qui l'appello all'Unione Sovietica e alle democrazie popolari affinch si decidano
finalmente ad appoggiare i movimenti di liberazione: appello che  stato avanzato anche da Che
Guevara, ma che non tiene conto delle particolari tendenze in atto in questi paesi.
Le nostre analisi sono partite dalla constatazione che i movimenti di liberazione del Terzo
Mondo dipendono, e in misura non secondaria, anche dall'evoluzione delle contraddizioni nelle
metropoli. L'avvicinamento politico, la normalizzazione dei rapporti di politica estera e la distensione
tra le democrazie popolari e i paesi capitalistici ad alto sviluppo industriale costituiscono una
componente essenziale di questa evoluzione, in quanto smontano i tab della popolazione e dei
lavoratori dei paesi capitalistici sul comunismo, il socialismo, ecc. Il numero dei lavoratori e dei
cittadini dei paesi capitalistici che considerano le democrazie popolari come una realizzazione, magari
pessima, della loro utopia, tende costantemente a diminuire. Anzi, si fa sempre pi strada l'idea che
questi paesi rappresentano un altro e diverso livello di sviluppo, che con l'utopia ha ben poco a che fare.
Se si parte dal presupposto che lo sviluppo della coesistenza pacifica  un processo obiettivo e inevitabile, non ha senso appellarsi all'Unione Sovietica perch fornisca un appoggio pi efficace al Vietnam.
Meglio sarebbe, secondo me, esaminare le possibilit che si offrono all'opposizione nei paesi capitalistici. A ci vorrei aggiungere una osservazione: il contrasto tra i paesi socialisti e capitalistici ad
alto sviluppo industriale traeva origine, in misura non secondaria, dalla sospensione della lotta di classe
nei paesi socialisti e dalla sua conseguente trasformazione in una lotta di classe proiettata verso
l'esterno e atta a rafforzare l'orientamento social-sciovinistico presente nei movimenti operai. La fine
di questa rigida contrapposizione tra paesi socialisti e capitalistici pu contribuire a smobilitare questo
orientamento aprendo cos nuovamente la prospettiva di una internazionalizzazione della lotta di classe,
e cio la possibilit obiettiva di stimolare nella classe operaia dei paesi capitalistici una opposizione
contro il sistema.
MARCUSE - Arrivederci all'anno prossimo, qui.
...
.
...
FINE.
